Codice di Identità Cavalleresca, di Cosmo Intini 

 

“Per mezzo mio regnano i re e i governanti emettono giusti decreti” (Pr 8,15)

“Ascoltate, o re, studiatevi di comprendere:…dal Signore vi è dato il potere e dall’Altissimo vi è affidata la sovranità” (Sap 6,1-3)

“Non c’è autorità se non da Dio”  (Rm 13,1)                              

 

 

INDICE

  • Preambolo
  • 1. Della TRADIZIONE e del suo rispetto ed osservanza da parte del Cavaliere

1a)  Di ciò che il Cavaliere debba intendere per TRADIZIONE

  • 2. Del CREATO e della sua tutela da parte del Cavaliere

2a)  Del rapporto tra Ordinamento Universale e obbedienza del Cavaliere 

  • 3. Dell’Ufficio della TUTELA

3a)  Della restituzione escatologica della Tradizione

3b)  Della ragione della ortodossa riconsegna

  • 4. Del carattere di MILITIA della TUTELA CAVALLERESCA

4a)  Degli aspetti che denotano l’azione di Militia

4b)  Del significato del sacrificium e del recte intendere cavalleresco

  • 5. Di cosa sia aderente all’ORDINE UNIVERSALE e vada tutelato e custodito dal Cavaliere

5a)  Dell’Ecclesia del Logos

5b)  Della Santa Fede dell’Ecclesia del Logos

  • 6. Della FUNZIONE ARCHETIPICA corrispondente alla vocazione cavalleresca

6a) Dello ‘status’ del Cavaliere: nè chierico, né laico

  • 7. Dell’ORDINE DELLA CAVALLERIA quale disponitrice, per antonomasia, del giusto e normale ordinamento
  • 8. Della GUERRA GIUSTA dell’Ordine della Cavalleria e della SPADA A DOPPIO  TAGLIO

8a) Dell’essenzialità del CAVALLO ai fini della Guerra Giusta

  • 9. Dell’INVESTITURA Cavalleresca
  • 10. Del senso della GERARCHIA

10a) Della necessità gerarchica che dalla Cavalleria siano esclusi i chierici  e le dame. Funzione propria della DAMA nei rispetti del Cavaliere 

  • 11. Della S. VERGINE MARIA e l’EROISMO del Cavaliere

11a) Del modo migliore, per il Cavaliere, di chiedere ausilio alla S. Vergine Maria, Nostra Signora e Dama Celeste

11b) Della FEDELTA’, quale debito di RICONOSCENZA e di AMORE che il Cavaliere nutre essenzialmente per la S.Vergine Maria

11c) Dei gradi per giungere alla fedeltà cavalleresca: UMILTA’ e SILENZIO

  • 12. Della NATURA GHIBELLINA della Cavalleria
  • 13. Del perché la Cavalleria debba difendere le VEDOVE e gli ORFANI
  • 14. Dei TEMPI STORICI ED ESCATOLOGICI della Regalità cavalleresca imperiale
  • 15. Del carattere ‘SAPIENZIALE’ della CONOSCENZA Cavalleresca
  • 16. L’HABITAT  più consono al Cavaliere
  • Appendice
  • Note

 

 

PREAMBOLO

(sulla base dell’ontologia metafisica di S. Tommaso)

 

Con IDENTITA’ si intende, in senso generalissimo, la ‘qualificazione di un ente per cui esso è tale e non altro’ (lat. id-ens).

L’ente è sé stesso in virtù dell’essere a cui partecipa (in pratica: ‘ente è ciò che ha l’essere’; il quale essere, da parte sua, è ‘ciò che attualizza l’ente’ ossia lo porta ‘dalla potenza all’atto’). Gli enti sono oltretutto numerosi, in quanto essi possono differenziarsi fra loro grazie alla propria particolare essenza.

Con essenza deve intendersi il ‘modo e grado di partecipazione di un ente all’essere’; essa esprime insomma ‘ciò che l’ente è’, laddove l’essere esprime ‘ciò per cui l’ente è’. In definitiva, l’ente è costituito da ‘essere + essenza’.

Da un punto di vista fenomenologico all’essenza di un ente è legato il suo potere di AZIONE, che non è uguale in tutti gli enti. Con azione si intende l’operazione dell’essere nell’ente: è fecondità dell’essere, procede dall’essere, esprime l’essere, è specchio dell’essere. Non vi è agire senza essere, non vi è essere senza agire. L’azione è la dimensione dinamica dell’essere e viene caratterizzata attraverso l’essenza.

Pertanto l’ente proprio in quanto tale (ossia in quanto possiede l’essere, partecipandovi), può agire, è capace di agire; e ciò secondo il suo modo e grado di partecipazione all’essere, ovvero appunto secondo la sua essenza. E’ necessario ribadire ancora che tale ‘esercizio dell’azione’ è sempre ricevuto e partecipato, di modo che l’ente finito non può esercitare l’azione che soltanto nella misura di cui ne è ‘capace’; cioè, letteralmente, solo in misura equivalente al proprio grado di ‘contenimento’ dell’essere e quindi di partecipazione ad esso!

Quando l’essere coincide perfettamente con l’essenza siamo al cospetto di Dio: l’Essere per sé stesso, ovvero l’Esse ipsum (cfr. Es 3,14). Questa identificazione perfetta di essere ed essenza rimane prerogativa esclusiva di Dio Creatore e giammai di alcuna creatura.

L’Esse ipsum è la sorgente e causa di tutti gli enti, di tutto ciò che è in atto: niente è, se non perché riceve l’attualità dall’Esse ipsum. Essendo la perfezione somma di tutte le cose, l’Esse ipsum è la sede di tutte le perfezioni. Anche la NOBILTA’ dunque, nel senso di eccellenza, buona qualità, elevatezza, distinzione, appartiene all’ente in forza dell’essere; e di conseguenza il grado di nobiltà corrisponde in misura equivalente al grado di partecipazione all’essere.

Premesso succintamente tutto ciò, possiamo a questo punto comprendere cosa debba intendersi quando si definisce la Cavalleria come l’azione più nobile! In altre parole – prescindendo naturalmente dall’ambito e dalle funzioni più strettamente sacerdotali (che tradizionalmente non coincidono con le competenze cavalleresche) -, l’Identità Cavalleresca si costituisce ontologicamente, per l’uomo, come la partecipazione a Dio più elevata ed eccellente! Essa è dunque, a tutti gli effetti, un archetipo.

E non solo! L’individuare ed evidenziare in siffatta maniera  l’Identità Cavalleresca mantiene quale proprio ulteriore scopo anche quello di stabilire più chiaramente ed in profondità quale sia l’Ufficio, ossia il compito a cui la Cavalleria debba assolvere per essere veramente ‘identificata’ in quanto tale!

Ebbene, dato che nell’identità risulta implicita l’essenza (ossia quel che si diceva il ‘grado di partecipazione all’essere’), maggiore sarà ‘tendenzialmente’ il grado di identicità dell’essenza con l’essere e maggiore sarà la nobiltà che è propria dell’identità dell’ente.

In conclusione, si ribadisce in tal modo che l’individuo partecipa essenzialmente all’Identità Cavalleresca, è cioè Cavaliere, nella misura in cui il suo Ufficio si esplica come azione che tende, pur senza mai giungere alla perfezione somma che rimane propria di Dio, ad identificarsi con l’essere in misura nobilissima!

 

UFFICIO DEL CAVALIERE

1)  Della TRADIZIONE e del suo rispetto ed osservanza da parte del Cavaliere

Per il Cavaliere, il rispetto e l’osservanza della TRADIZIONE sono giustificati sulla base del principio che tutto ciò di cui l’umanità dispone non è stato da essa generato, bensì le è stato donato da Dio; e ciò è da intendersi sia in riferimento al Creato (cfr. Gen 1,26-29), sia in riferimento alla Verità che è sottesa all’esistenza del Creato stesso: ovverossia la ‘rivelazione del Logos’ (cfr. Gv 1,1-4, Col 1,15-17). L’uomo non possiede nulla! La sua non è una ‘proprietà’, bensì un’‘eredità in affidamento’ concessagli da Dio attraverso il Logos!

Anche se la Tradizione rimane un ‘dono gratuito’ di Dio all’uomo, questi per riconoscenza ne rimane comunque ‘debitore’. Pertanto, tutto ciò che gli è stato dato ‘in affidamento’ va dal Cavaliere doverosamente TRAMANDATO: l’inottemperanza a questo dovere-debito costituisce un peccato di ‘egoismo’ e di ‘appropriazione indebita’.

Da parte sua, il misconoscere l’effettiva realtà della Tradizione, mancando perciò anche della dovuta riconoscenza, costituisce un peccato di ‘orgoglio’.

1a)  Di ciò che il Cavaliere debba intendere per TRADIZIONE

Per Tradizione è da intendersi tanto ciò che è stato rivelato dal Logos, quanto l’atto di trasmissione della Rivelazione medesima. Fonte e garante della Tradizione, per il Cavaliere, è unicamente il Logos.

 

2)  Del CREATO e della sua tutela da parte del Cavaliere

Il Cavaliere intende il Creato come ‘Kosmos’, ossia come ‘Ordinamento Universale’ (cfr. Sap 11,20), che è espressione nella ‘Molteplicità contingente’ dell’Uno-Dio Creatore e Logos, nonché della Verità, del Bene, del Buono e del Bello in quanto Sue proprietà ‘trascendentali’. Il Kosmos va tutelato dal Cavaliere contro la degenerazione, il decadimento nel Disordine o Caos (che denota a sua volta l’eterno tentativo di sovvertimento operato dalle forze del male).

Conseguentemente, la Tradizione non significa altro per il Cavaliere che il tramandare in maniera ‘integra’ tutto ciò che rimane aderente a questo ‘Ordine primigenio’.

    2a)  Del rapporto tra Ordinamento Universale e obbedienza del Cavaliere

Poiché l’Ordinamento Universale mantiene la propria ‘stabilità’ grazie alla Legge ordinatrice e regolatrice ‘stabilita’ dal Logos, che in quanto tale è basata su intelligenza e volontà, ebbene l’Ordine del Kosmos coincide allora con l’Ordine che Dio stabilisce attraverso il Suo Volere ed emana attraverso il Suo Comando. Il Cavaliere tutela dunque il Kosmos ‘obbedendo’ alle sue Leggi. Obbedire (lat. ob-audire) non è altro che: ‘ascoltare,  per comprendere l’intelligenza e la volontà del Logos, sì che, conformandoVisi, venga posto in atto quanto da Lui stabilito’. Ciò che si identifica come l’attualizzarsi dell’obbedienza’ è l’‘omo-loghia’, cioè la ‘conformità con il Logos’.

 

3)  Dell’Ufficio della TUTELA

Oltre che quello del PROTEGGERE, il TUTELARE possiede in sé anche il senso del CUSTODIRE; ciò si pone cioè nella prospettiva del PRESERVARE, del CONSERVARE, così da poter poi TRAMANDARE, CONSEGNARE.

La custodia è implicitamente connessa con la consegna; e ciò è da intendersi nel duplice senso, proprio del termine, tanto di ‘prescrizione’ ricevuta, quanto di doverosa ‘trasmissione’ – corretta ed ortodossa – dell’‘ORDINE COSMICO’: il tutto sempre e necessariamente all’interno e per il tramite della Tradizione. Chi infatti riceve ha il dovere, il compito, appunto la ‘consegna’ di proteggere e custodire, nella prospettiva escatologica di ‘restituire’ il tutto a Dio.

L’Ufficio fondamentale della Cavalleria, legato al concetto di Tradizione sin qui espresso, è quindi in definitiva quello di PROTEGGERE, CUSTODIRE e TRAMANDARE l’ordine del Kosmos sino alla fine dei tempi.

3a)  Della restituzione escatologica della Tradizione

La consegna della Tradizione è da intendersi dunque in senso escatologico: ossia come ciò che si pone nella linea della restituzione finale e definitiva a Dio di quanto, ab origine,  è stato messo da Lui a disposizione dell’uomo attraverso il Logos.

Tale consegna va intesa nel senso che è quello proprio della evangelica ‘Parabola dei Talenti’ (cfr. Mt 25,14-30). Il talento, che in senso generale esprime metaforicamente il ‘dono dato all’uomo da Dio’, non presume solamente una custodia ‘fine a sé stessa’, ma piuttosto una custodia attiva, agente e perciò ‘fruttuosa’. Tuttavia, la trasmissione della Tradizione non concerne una fruttuosità ‘quantitativa’, addizionale: l’uomo non può cioè ‘aggiungere’, ridando sic et simpliciter a Dio il doppio di quanto gli è stato inizialmente donato come fosse il peculiare frutto ex novo del suo merito. Il Cavaliere è invece colui che riconsegna a Dio nella stessa ‘qualitativa’ misura di ciò che ha già ricevuto in dono; e ciò secondo quella che è la propria essenza cavalleresca (ossia, come nella Parabola: riconsegna l’interesse, l’essenza di 5 talenti, in quanto dall’essere ne ha ricevuti 5; riconsegna l’interesse, l’essenza di 2 talenti, in quanto dall’essere ne ha ricevuti 2, etc.).

3b)  Della ragione della ortodossa riconsegna

Dal precedente punto (nonché dal testo della Parabola) intanto consegue che per rimanere ‘ortodossa’ la Tradizione non può essere mutata, adulterata, relativizzata (= nella Parabola: servo perverso); né d’altro canto può rimanere disapplicata, disattesa, non curata (= nella Parabola: servo infingardo). Inoltre, si ribadisce ancora una volta che per il Cavaliere (= colui che non è servo né perverso né infingardo) la ‘ragione informante’ la propria ortodossa tutela, custodia e riconsegna della Tradizione (e per ‘ragione’ si intenda: ciò che nello stesso tempo ne costituisce la causa, si stabilisce come strumento e ne rappresenta pure l’obiettivo) viene ad identificare la sua essenza, ossia quella che è l’effettiva attualizzazione della sua ‘partecipazione alla natura divina’: quella che è insomma la sua ‘conformità con il Logos (omo-loghìa).

 

4)   Del carattere di MILITIA della TUTELA CAVALLERESCA

In quanto il compito di tutelare e custodire (= curare) implica quello di preservare dagli inevitabili tentativi del maligno di sovvertire l’Ordine Cosmico, la Cavalleria è chiamata a DIFENDERE, per poter poi tramandare; e quindi deve COMBATTERE contro il maligno stesso che si costituisce come il Nemico per antonomasia. L’Ufficio precipuo della Cavalleria possiede dunque il carattere di Militia.

4a)  Degli aspetti che denotano l’azione di Militia

In senso proprio la Militia è ‘adesione ed appartenenza attiva’; essa è, in altre parole, ‘servizio ed obbedienza’. L’adesione a Cristo-Logos presume l’appartenerGli, partecipandoGli il proprio logos. Divenendo partecipe della funzione Regale del Cristo, il Cavaliere diviene più di qualunque altri il prototipo del vassallo, suddito e servitore fedele di Cristo Re. Dovere del Cavaliere è pertanto combattere, più di qualunque altri, la battaglia per la difesa della Verità con le armi della Fede, affinché si stabilisca in tutto il mondo il Regno della Pace di Dio.

Il Cavaliere è dunque il ‘primo’ tra i servi di Cristo Re. Tale ‘primato’ non è ovviamente da intendersi nel senso del possesso del diritto ad un maggiore dominio (cfr. Mt 20,25-28; Mc 10,42-45), ma che egli ‘precede’ tutti gli altri servi nel servizio della Militia; è il primo a correre in battaglia, ‘a dare la propria vita in riscatto per molti’ in quanto egli è il ‘più inutile’ tra i servi di Dio. Nel senso precipuamente etimologico ‘essere inutile’ significa infatti ‘fare qualcosa non per propria utilità’; pertanto il Cavaliere è effettivamente il ‘primo dei servi inutili’ di Cristo Re, poiché la sua militanza non fa nulla che ‘persegua l’intento’ di soddisfare la propria individualità. Da tale punto di vista, quindi, l’azione di Militia del Cavaliere è, nel suo recte intendere, anche un sacrificium.

4b)  Del significato del sacrificium e del recte intendere cavalleresco

In effetti, poiché il Cavaliere non compie nulla per ‘propria utilità’, ne consegue che tutte le sue azioni sono compiute esclusivamente a ‘maggior gloria e lode’ di Dio. Questo ‘dono di sé stesso’, operato dal Cavaliere, costituisce dunque un vero e proprio sacrificium, ovvero si configura come un’azione che mira a sottrarsi dall’ambito profano per dedicarsi esclusivamente a quello sacro; cioè a dire: pertinente a Dio.

Il sacrificium mantiene una stretta attinenza con quanto abbiamo definito essere l’Identità Cavalleresca, nel senso che esso è ciò che permette alla persona del Cavaliere di ‘identificarsi’ sempre meno con l’ambito del mondo profano per ‘identificarsi’, in essenza, sempre più entro l’ambito sacro del Cielo. Fintantoché l’azione umana è ‘soggettivamente’ attuata attraverso i parametri stabiliti dall’ego, non vi è sacrificium e quindi non vi è Cavalleria. La persona sperde la propria identità nel continuo e vorticoso mutamento mondano degli enti, indebolendo l’efficacia della propria azione e sancendo la propria inidoneità alla Militia.

Viceversa, allorché l’azione va ‘oggettivamente’ ad attuarsi entro i criteri concernenti il , essa viene a concentrarsi verso un unico punto, che è Dio; ed è ciò che inerisce al sacrificium cavalleresco. Questo proposito di ‘tendere’ esclusivamente a Dio è il recte intendere. L’azione è, nel vero senso della parola, essenziale: ovvero incisiva e potente; perché, nell’essenza, è indirizzata univocamente e pienamente verso l’Unico Centro; la sua efficacia è garantita dall’univoca e completa adesione ed appartenenza al Divino Bersaglio a cui ‘ha inteso intendere’ e con cui ‘conformarsi compartecipando’. Questo intendere in maniera recta, ossia ‘diritta, giusta, ordinata e conveniente’, esprime il carattere proprio dell’azione Regale.

Una significativa sfumatura è suggerita dal fatto che ‘intendere’ significa altresì ‘com-prendere, capire’. Il Cavaliere è colui che contestualmente comprende, nel tendere verso il Centro del Bersaglio implicante il centrarLo. Porsi nel Centro, in conformità con il Logos, è ciò che qualifica il possesso dell’idoneità Regale a reggere.

 

5)  Di cosa sia aderente all’ORDINE UNIVERSALE e vada tutelato e custodito dal Cavaliere

Verrebbe quasi da dire che la prima cosa che vada tutelata e custodita sia la FONTE stessa dell’Ordine Cosmico. E sappiamo che tale Fonte è il LOGOS, incarnatosi nella divina persona umana di Gesù Cristo.

Sennonché, sarebbe una bestemmia presumere che il Cavaliere possa ritenersi superiore al Logos tanto da assurgere a Suo tutore e difensore. Ma poiché, per disposizione di Dio, il Kosmos si presenta strutturato secondo il principio dell’analogia,  la Cavalleria può e deve tutelare, nonché custodire, ciò che in Terra si presenta come la sorgente vicaria, ossia analogicamente corrispondente, di tale Ordine Cosmico: l’ECCLESIA del Logos nella sua SANTA FEDE.

5a)  Dell’Ecclesia del Logos

L’Ecclesia del Logos è quel simbolico ‘edificio’ che il Cristo-Logos ha stabilito dover esser costituito da tutti coloro che ‘accolgono la Sua chiamata’ (Ecclesia = dal gr. ek-kalèo che significa ‘mandare a chiamare’ ed anche ‘designare’).

L’Ecclesia che accoglie la chiamata del Logos è UNA, SANTA, CATTOLICA ed APOSTOLICA, e riconosce in Cristo Gesù la propria ‘Chiave di volta o Testata d’angolo’, inteso nella Sua triplice funzione ‘sacerdotale, regale e profetica’. L’Ecclesia è dunque l’insieme di Chiesa Sacerdotale, Chiesa Regale e Chiesa profetica.

L’accoglimento della chiamata del Logos implica altresì il ‘raccoglimento’ dei chiamati entro le mura dell’edificio ecclesiale.

Di suddetto edificio ecclesiale Pietro è la ‘Pietra di fondamento’: egli è cioè l’espressione dell’archetipica funzione Sacerdotale sulla quale tutto deve imprescindibilmente poggiarsi, affinché l’Ecclesia possa ‘elevarsi’ verso il proprio culmine ultimo (= chiave di volta) costituito da Cristo Gesù.

Affinché ciò sia come per ogni edificio, la ‘chiave di volta’ deve poggiarsi su di un ‘alzato’ che è costituito dai ‘pilastri’, che ne permettano l’apposizione finale. I pilastri, quindi, da una parte si poggiano sulla ‘Pietra di fondamento’;  dall’altra concorrono sia a ‘reggere’ i muri laterali che a ‘reggere’ l’apice dell’edificio, trovando nella ‘chiave di volta’ l’equilibrio estremo tra le forze contrarie che è garanzia della definitiva stabilità verticale del tutto. Se da una parte le pietre che costituiscono i muri dell’edificio ecclesiale sono la rappresentazione simbolica dell’assemblea di tutti i ‘chiamati’ (vd. 1Pt 2,5)[1]; dall’altra parte, le funzioni di ‘sostegno e di protezione’ contro l’esterno, che si esercitano solo grazie alla realizzata perfetta verticalità dei pilastri dell’edificio ecclesiale, sono l’espressione peculiare dell’espletamento della funzione Regale. Non a caso, lo strumento per elevare in maniera perfettamente verticale il pilastro che dovrà ‘reggere’ l’intera struttura,  si chiama ‘regolo’.

La funzione Regale è quel Potere archetipico che trova nell’Imperatore del Sacro Romano Impero la più eccellente e coerente espressione realizzabile. Nell’Imperatore del Sacro Romano Impero si configura la più alta espressione individuale all’interno di quel ‘corpo ecclesiale’ che è la Cavalleria.

Come ogni pilastro deve poggiare sul proprio fondamento, così il Potere regale può e deve desumersi soltanto attraverso l’Autorità Sacerdotale. E non mai viceversa.

5b)  Della Santa Fede dell’Ecclesia del Logos

La SANTA FEDE è ciò che unisce in intima comunione il Cristo-Logos (= testata d’angolo) con la Sua Ecclesia, rappresentata da Autorità Sacerdotale (= pietra di fondamento) e Potere Regale (= pilastro). L’attuazione della Santa Fede si stabilisce sulla base della paolina omologhìa: ossia la ‘professione, confessione, testimonianza del Logos, in conformità con il Logos stesso’.  L’omologhìa, la pro-fessione di Fede, è ciò che trova intima inerenza con lo spirito di pro-fezia (nel senso etimologico del termine: cfr. lat. pro-fiteor, pro-for, pro-fateor), anche se, date le peculiarità che sono appunto proprie della funzione profetica, non ne stabilisce per questo l’istituzionalizzazione in un circoscritto ambito operativo, come accade invece per le funzioni Sacerdotale e Regale.

La Santa Fede, che si esplica come ‘professione, confessione, testimonianza’, non è quindi la semplice ‘pistis’ (πιστις), ossia ‘fiducia’; questa è infatti semmai pertinente alla seconda virtù teologale:  la Speranza. Ciò a motivo del fatto che una fede impostata solamente come semplice fiducia corre il rischio di scadere in sterile emozionalismo, in sentimentalismo, o peggio, in fideismo.

La Santa Fede è peraltro ciò che stabilisce la ‘comunione’, ossia la ‘mutua interiorità’ tra le singole ancorché minime parti costituenti l’edificio ecclesiale; cioè a dire: è la facoltà ontologica, delle singole ed anche più piccole parti, di possedere nella propria singolarità la pienezza della totalità dell’edificio ecclesiale. Per dirla con altre parole ancora: come l’Ecclesia è una in più membri, così è tutta intera misticamente nel singolo membro. Tale ‘collante’ è stabilito dalla ‘comunione’ nella Santa Fede, secondo l’aspetto di omologhia con il Logos.

In conclusione: la funzione di tutela e custodia dell’Ecclesia del Logos, propria del carisma Regale-Cavalleresco, si esplica attraverso l’oggettività della Santa Fede nel suo conformarsi omologante con il Logos. Attraverso tale funzione il Cavaliere contribuisce al mantenimento dell’ordine del Kosmos.

 

6)  Della FUNZIONE ARCHETIPICA corrispondente alla vocazione cavalleresca

Se, come si è precedentemente asserito, l’Identità Cavalleresca costituisce a tutti gli effetti un archetipo, in linea generale può essere Cavaliere qualunque rappresentante della funzione Sacerdotale o Regale. Tuttavia, nelle applicazioni operative il Cavaliere è principalmente un rappresentante della funzione Regale in virtù della peculiare predisposizione all’azione, predominante in lui rispetto alla contemplazione.

Sebbene le due operazioni possano e debbano in lui convivere – visto che in ogni caso gli appartiene il cosiddetto ‘sacerdozio battesimale’ essendo anche lui, come ogni fedele, per l’appunto un battezzato –  il Cavaliere è colui che è ‘vocato’ principalmente dalla dimensione dinamico-attiva dell’essere.

Volendo proseguire nella metafora dell’edificio ecclesiale, tutto ciò si potrebbe spiegare in tal modo: se la dimensione Sacerdotale, in quanto esplicante una funzione di ‘sostegno’, può in certo qual modo vedersi come esercitante appunto una funzione relativamente ‘passiva’, di ‘appoggio’, ‘invisibile’; da parte sua, la dimensione Regale, in quanto esplicante una funzione di ‘erezione regolata’, viene ad esercitare una funzione appunto relativamente ‘attiva’, di ‘reggimento e regolazione’, ‘visibile’. Suddette rispettive peculiarità sono alla base della distinzione nella denominazione delle rispettive funzioni; per la qual cosa esse si differenziano in ‘autorità sacerdotale’, da una parte, ed in ‘potere regale’, dall’altra. L’auctoritas (dal lat. augeo) è propriamente ‘ciò che fonda, fa crescere, fa innalzare’; mentre la potestas (dal lat. possum) è a sua volta ‘la capacità di essere efficace, idoneo, potente, lecito, retto’.

All’apice dell’edificio vi è poi il Logos-testata d’angolo che, coronando l’Ecclesia, ne unifica ed equilibra in Sé la molteplicità delle componenti, esercitando così una funzione che potremmo allora definire, relativamente alle precedenti due, ‘riflessiva’, ‘autoreferente’.

6a) Dello ‘status’ del Cavaliere: nè chierico, né laico

Pur non facendo parte del clero, i cui membri sono propriamente tutti coloro che sono ‘ordinati’ a svolgere il ruolo di ‘ministri’ entro la funzione Sacerdotale, è bene precisare che il Cavaliere non è nemmeno propriamente un laico (dal gr. laikos: ‘appartenente alla moltitudine dei profani’).

Nel suo particolare status, infatti, anche il Cavaliere è un ‘ordinato’, in quanto integrato nell’Ordine della Cavalleria. Ciò si attualizza attraverso il ‘sacramentale’ di Investitura che, per i motivi su esposti, lo rende ontologicamente nobilitato.

La sua nobiltà lo distingue qualitativamente dall’ambito propriamente laicale, in quanto concerne essenzialmente il proprio distacco dal profano ‘saeculum’, in virtù dell’avvenuta sua integrazione nell’ambito sacrale dell’Ordine Cavalleresco. Tale Ordine, come dicevamo, è incaricato di mantenere l’ordine del Kosmos.

 

 7)  Dell’ORDINE DELLA CAVALLERIA quale disponitrice, per antonomasia, del giusto e normale ordinamento

Il termine ‘Ordine’ (dal lat. ordo) mutua il proprio senso originale dal sost. gr. taxis (ταξις), a sua volta derivato dal verbo tasso (τασσω). In questo verbo compare la convergenza di una duplice accezione:

  1. disporre, schierare, normare, collocare in un ordine;
  2. designare, stabilire, incaricare, mettere a capo.

L’Ordine della Cavalleria è dunque, per antonomasia, quel corpo ecclesiale designato, in virtù della propria nobiltà,  per essere ‘a capo’, per esercitare il comando supremo con il compito di disporre le cose secondo il giusto e normale ordine; ossia: secondo quello che è l’ordine del Kosmos; il quale ordine è propriamente quello ‘normale’: ovvero pure, letteralmente, ‘secondo norma’. E’ chiaro che con normalità si indica la tendenzialmente sempre maggior conformità con il Logos.

Norma è altresì un termine che designa la squadra, cioè a dire quello strumento atto a tracciare le perpendicolari e con cui si garantisce, pertanto, la perfetta verticalità dell’edificio ecclesiale. Ciò opportunamente spiega perché la Tradizione riconosca alla funzione Regale, pilastro dell’Ecclesia, il compito di esercitare il governo nonché l’amministrazione della Giustizia (laddove alla funzione Sacerdotale viene riservato il compito di esercitare ed amministrare la Misericordia). Governare e amministrare la Giustizia comporta, infatti, il mantenere la normalità della/nella Tradizione, tutelandola contro ogni tentativo di operare una Sua trasgressione, la quale comporterebbe il Suo sovvertimento, la Sua contraffazione.

(Per inciso va osservato che la Tradizione può essere sovvertita, ma mai abbattuta. Infatti, in virtù del proprio carattere archetipico, Essa non può mai scomparire del tutto, ma semmai entrare in un temporaneo stato di occultamento, di parziale latenza. Verificandosi tali frangenti, ciò che rimane visibile è la Sua contraffazione e parodia; anche detta: contro-Tradizione).

Il carattere di militia, insito nell’Ordine della Cavalleria, è poi palesato tanto dal fatto che nell’antichità romana l’ordo designava soprattutto il corpo dei governanti, quanto dal corrente utilizzo di tale termine in contesti esplicitamente militari. Oltretutto, con squadra si intende anche una ‘minima unità organica armata’.

 

8)  Della GUERRA GIUSTA dell’Ordine della Cavalleria e della SPADA A DOPPIO TAGLIO

La Cavalleria, in quanto militia al servizio della Giustizia, combatte quella che è, per antonomasia, la Guerra Giusta. La sua arma peculiare, per svolgere tale compito, è la ‘Spada a doppio taglio’ (cfr. Sal 149,6).

Tale Spada esprime innanzitutto quella che è il Potere proprio del Logos (cfr. Eb 6,17; 4,12. Ap 1,16; 2,12; 2,16; 19,15; 19,21); la sua conformazione allude poi al fatto che tale Potere è quanto ricompone ogni duplicità (simbolo del Molteplice, del creato) nella originaria Unità (simbolo di Dio-Uno, del Creatore).

La duplicità è altresì simbolo della necessaria separazione tra il bene ed il male, la qual cosa denota il carattere di santità propria della Guerra Giusta; ovvero, più specificatamente:

  1. a) della guerra combattuta per il bene, in quanto baluardo e protezione dal male,
  2. b) della punizione inflitta al male, in quanto purificazione e reintegrazione del bene.

In ogni caso, il fine della Guerra combattuta con la Spada a doppio taglio è la Pace di Cristo; la quale è altra cosa dalla pace del mondo (cfr. Mt 10,34).

In un senso più individualizzato, la Spada a doppio taglio ricorda al Cavaliere che il suo combattimento non è solo diretto verso il fuori, contro i nemici esterni, ma anche verso il dentro, contro i nemici interni presenti a sé stesso.

L’assialità della Spada esprime la verticalità dell’azione Regale, che si pone in perfetta coincidenza e conformità con il luminoso raggio del Sole-Logos. Tale raggio igneo è quanto dissipa il buio dell’ignoranza e della trasgressione (cfr. Col 2, 3-7). La forma ‘acuta e diritta’ della Spada è quanto di più consono quindi con le esigenze del ‘diritto’. Quest’ultimo rientra infatti nelle prerogative di chi ‘dirige’, indicando la ‘direzione’ tramite l’insieme di norme che disciplinano e raddrizzano quanto è torto. Torto è quindi tutto quanto non si pone, in essenza, in conformità con il Logos, dissipando pertanto l’azione ontologica partecipata dall’essere sul proprio ente (cfr. Sal 124,5). Si compie quindi un torto ogni qual volta si perde di vista l’essenziale (ciò che mantiene la giusta e retta misura), per disperdersi dietro l’eccedente (ciò che travalica la giusta e retta misura).

La giusta e retta misura, precedentemente indicata come recte intendere, ossia la conformità essenziale con il Logos lungo l’asse del raggio che conduce al Sole, è equilibrio nonché temperanza. Si giustifica pertanto l’espressione della Giustizia anche tramite il simbolo della Bilancia, oltre che della Spada. Quest’ultima, oltretutto, rappresenta tradizionalmente l’asse della Bilancia stessa.

La temperanza è inoltre espressa dalla ‘tempra’ della lama della Spada del Cavaliere: operazione che pone in diretta corrispondenza analogica la resistenza virile delle sue doti di miles con il trattamento di indurimento a cui viene sottoposta la sua Spada in fase di forgiatura.

E’ sintomatica l’assonanza, presente in lingua greca, tra il sostantivo che traduce ‘spada’, cioè machaira (μαχαιρα) e il sostantivo makaria (μακαρια) che traduce ‘beatitudine, felicità’. Ciò alla luce del fatto che lo stato di ‘beato’ è propriamente quello ‘edenico’; ossia quello in cui si configura, come nella Spada a due tagli del Cavaliere, la riarmonizzazione del Molteplice nell’Unità primordiale.

8a)  Dell’essenzialità del CAVALLO ai fini della Guerra Giusta

La fondamentale ‘essenzialità’ del CAVALLO si rivela con immediata evidenza già anche solo nel fatto che è da esso che il Cavaliere ha mutuato la propria denominazione. L’identità di entrambi, la loro essenza,  risulta dunque profondamente interconnessa.

I caratteri tipici di tale animale quali la vivacità, l’irrequietezza e l’irritabilità collerica, esigono di essere domati e disciplinati tanto quanto le passioni, gli istinti e l’impulsività del Cavaliere stesso. Questi sarà pronto per combattere la Guerra Giusta soltanto dopo aver convogliato l’energica e potente forza della natura dallo stato violento e ctonico di hybris – col quale termine ci si riferisce originariamente all’azione ingiusta ed empia – in quello equilibrato ed uranico di Dike – con cui si esprime invece il suo esatto opposto: Regola, Diritto e Giustizia -.

Tale intima correlazione tra l’essenza del Cavallo e la sua essenzialità/indispensabilità al compimento della Guerra Giusta è altresì evincibile dalla invero perfetta corrispondenza fonetica che sussiste in latino tra il sost. equus, cavallo e l’agg. aequus, equo/giusto.

Dopo che il Cavaliere avrà guadagnato la sottomissione del proprio Cavallo ed avrà raggiunto la capacità di gestirlo rimanendo su di esso in un perfetto e stabile ‘equilibrio’, tale nobile animale diverrà a tutti gli effetti il suo peculiare e nobile vehiculum. E se ciò vale nella sua accezione più scontata di ‘mezzo di trasporto’, non di meno il termine va inteso anche e soprattutto nel senso di ‘ciò che permette di veicolare, diffondere, propagare’.

Cosa è che il Cavaliere deve propagare? La Tradizione. Infatti, il verbo lat. propago traduce ‘perpetuare, trasmettere, prorogare, prolungare’.

Ma se il suo ‘Ufficio’ è quello di trasmettere la Tradizione, egli è altresì artefice del mantenimento dell’Ordine cosmico. Infatti, come la luce, il suono, il calore ed ogni altra forma di energia si ‘propagano’ attraverso la materia o il vuoto, così l’energia interiore del Cavaliere, da hybris trasmutata in Dike, si diffonde nel Kosmos contribuendo a mantenere intonata e giusta la disposizione armonica ed ordinata delle sue Leggi.

Il Cavaliere che giunge a purificare le proprie pulsioni rendendole ‘candide ed immacolate’, ovvero avendole domate ed imbrigliate e poi convertite in Dike – intendendo con ciò il ‘costume/maniera d’essere e d’agire’ che è informato a ‘Giustizia e Diritto’ -, ebbene egli si conforma con la maestà del Logos: cioè con Colui che ‘cavalca un cavallo bianco, si chiama il Fedele e il Verace, e giudica e combatte con giustizia’ (cfr. Ap 19,11).

 

9)  Dell’INVESTITURA Cavalleresca

Come per ogni ‘ordinatio’, l’Investitura che sancisce l’ingresso del Cavaliere nell’Ordine della Cavalleria è un vero rito liturgico; nel qual caso esso si stabilisce come ‘sacramentale’. Nell’Investitura Cavalleresca tale sacramentale oltrepassa la pura e semplice benedizione, in quanto attua in verità una consacrazione pienamente ‘costitutiva’.

Per ‘sacramentale costitutivo’ deve intendersi una consacrazione che assume una portata fondante e duratura. Esso differisce dal ‘sacramento’ vero e proprio, in quanto non conferisce alla stessa maniera di esso la grazia dello Spirito Santo. Tuttavia, mediante la preghiera dell’Ecclesia, esso santifica preparando a ricevere la grazia e disponendo a cooperare con essa (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1670).

In quanto l’Investitura Cavalleresca conferisce comunque una consacrazione da parte dello Spirito Santo, essa necessita dell’intervento di un Vescovo, o di un Abate con dignità vescovile, solamente attraverso i quali l’Investitura può ritenersi ortodossa ed efficace.

Peculiarità dell’Investitura Cavalleresca è quella di poter essere comunque trasmessa anche da chi è già Cavaliere. E con questo, si conferma nuovamente che la trasmissione della Tradizione fa parte integrante del carisma e dell’Ufficio Cavalleresco.

In quanto poi l’Investitura Cavalleresca deriva dal sacerdozio battesimale, come del resto tutti i ‘sacramentali costitutivi’ (cfr. Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1669), ciò comporta che il suo rito assuma il caratteristico significato di un Battesimo: la purificazione e la rigenerazione. E poiché la Confermazione si pone in successione al Battesimo, rappresentandone il compimento, ecco che l’Investitura desume anche quello che è il significato proprio di quest’ulteriore sacramento; ossia: il radicamento ed il rafforzamento.

In maniera simile a questi due sacramenti, oltre che pure a quello dell’Ordine, l’Investitura in quanto ingresso nell’Ordine della Cavalleria conferisce all’anima, come già detto, un segno indelebile, un sigillo, un carattere definitivo di consacrazione tale da essere irripetibile.  Non a caso la si è definita ‘sacramentale costituivo’; infatti il verbo lat. constituo possiede sia l’accezione di ‘disporre, fondare, erigere, collocare’, sia quella di ‘stabilire, ordinare, stabilizzare, fissare’. Nel primo senso si riflette insomma il carattere ‘rigenerativo-battesimale’ dell’Investitura; mentre nel secondo, si riflette il suo carattere ‘rafforzativo-cresimale’.

Tanto la veglia d’armi, solitariamente trascorsa per un’intera notte a digiuno e nella preghiera in ritiro in un luogo sacro, quanto l’abito bianco, indossato durante il rito di Investitura, corrispondono alla ‘purificazione’ ed alla successiva ‘rinascita’ propri del battesimando.

D’altra parte il ‘colpo di spada’, la cosiddetta ‘palmata’ o ‘accollata’ conferita sulla spalla del futuro Cavaliere nel momento cruciale del rito, corrisponde allo ‘schiaffo’ dato dal Vescovo al cresimando. Gesti questi che simbolizzano l’attuarsi di quell’‘incisione indelebile’, di quel ‘sigillo’ che lo Spirito Santo imprime ormai radicalmente nell’anima della persona.

 

10)  Del senso della GERARCHIA

La concezione di un mondo ‘ordinato’ secondo il Logos, ossia in quanto Kosmos, non può non comportare la contestuale consapevolezza di una sua strutturazione di tipo ‘gerarchico’.

Il sostantivo gr. ‘ier-archè’ presenta infatti in sé una duplice allusione semantica: da una parte richiama la ‘sacralità del divino’ (=ieros) e dall’altra la ‘primazìa di un vertice’ (= arché).

La Cavalleria riconosce quindi nella ‘gerarchìa’ una divina necessità ontologica, imprescindibile ai fini della salvaguardia della Tradizione e di qualunque Ordine. Ogni Istituzione terrena, ogni Ordine in quanto tale, non potrà ritenersi ‘sotto il divino influsso di grazia’ se non si conformerà analogicamente con la struttura piramidale che è propria del Kosmos.

Obbedienza e servizio, che come già si è detto sono i principi base della Militia, risultano implicitamente collegati con il significato di ‘gerarchìa’.

‘Ascoltare il Logos’ implica la capacità del Cavaliere di ‘saper obbedire’ (dal lat. ob-audire) a quanto gli è superiore. E il Cavaliere che ‘obbedisce’ è ‘colui che serve’. Come dicevamo, l’essere per il Cavaliere il primo ‘in-utilis servus’ del Logos implica da parte sua lo svolgimento della funzione di giovarGli, essere utile al Suo Ordine, piuttosto che in vista di una propria personale utilità; e ciò secondo l’esempio del Logos stesso (cfr. Fil 2,7-8).

Il ‘servo’ è appunto ‘colui che serve’: anche nel senso che egli ‘è utile, conviene’. Il Cavaliere esegue e si conforma con l’ordine (= il comando ricevuto), affinché, sub-ordinandosi, venga mantenuto l’‘Ordine’ (= il Kosmos). Non è un caso che il verbo lat. ‘servio’, oltre che ‘servire, essere sottomesso’, significhi anche ‘conformarsi’. Né è privo di sintomaticità pure il fatto che il verbo lat. ‘servo’ traduca ‘conservare, preservare, mantenere intatto, custodire’, la qual cosa esprime in definitiva che l’Ufficio Cavalleresco è propriamente quello di tutela della Tradizione; tutela la quale si attua attraverso l’obbedienza all’interno della gerarchìa.

Non è eccessivo pure intravedere nel termine ‘gerarchìa’ il sussistere di un riferimento al sost. gr. ‘gheras’. Questo, allorchè scritto ‘γηρας’ significa ‘anzianità, antichità’: con il chiaro riferimento alla ‘a-temporalità principiale’ del Logos (= l’‘Antico di Giorni’ di Dan 7, 9-13-22), la quale principialità viene ad abbinarsi, per analogia, col vertice di qualsivoglia gerarchìa.

D’altra parte, allorchè scritto ‘γερας’, il termine ‘gheras’ significa ‘parte della vittima sacrificale offerta agli anziani, ai sacerdoti’ ed anche ‘segno d’onore, privilegio, esercizio di sovranità’: con l’altrettanto esplicito riferimento al ‘sacrificium’ richiesto al Cavaliere per operare all’interno della gerarchìa; sì che, salendo lungo la quale, ciò gli vale come acquisizione di uno status ontologico di sempre maggior ‘nobiltà’, ovvero di sempre crescente conformità ‘essenziale’ con il vertice occupato dal Logos.

10a)  Della necessità gerarchica che dalla Cavalleria siano esclusi i chierici e le dame. Della funzione propria della   DAMA nei rispetti del Cavaliere

La Cavalleria è un Istituzione ‘virile’, nel senso che è riservata a coloro che posseggono la ‘potestas’, la ‘forza attiva’.

Come si è visto, esiste una differenziazione ‘gerarchica’ di funzioni tra ‘auctoritas’ e ‘potestas’, cioè a dire tra ‘sacerdozio e regalità’; la qual cosa sancisce una necessaria differenza tra quello che è l’Ufficio svolto dal clero e quello svolto dai milites. Insomma: colui che fa parte delle ‘fondamenta’ dell’edificio ecclesiale non fa parte dei ‘pilastri’ dell’edificio stesso.

D’altro canto, il maschile è gerarchicamente in una posizione di ‘principialità’ rispetto al femminile (cfr. Gen 2,18-23; Ef 5,22-24). La Tradizione non riconosce dunque alla ‘dama’ il diritto e la necessità di una sua partecipazione attiva all’Ordine della Cavalleria; anche se le viene comunque riconosciuta una funzione importante di ‘aiuto, sostegno e rifugio’, nei rispetti del Cavaliere.

In definitiva, la funzione di militia espletata dal Cavaliere trova nella dama un’ausiliarità, la quale riflette quella a cui è chiamata l’Ecclesia tutta nei confronti del Cristo, in quanto proprio Capo. Dovere della dama è in pratica quello di ‘servire il Cavaliere’, così come l’Ecclesia è chiamata a ‘servire Dio’.

Da parte sua, sull’esempio di Cristo, il Cavaliere nutre e cura con amorosa attenzione l’istituto della famiglia così come voluta da Dio: la cosiddetta ‘Chiesa domestica’, che egli attua e condivide con la propria dama ed i propri figli ‘in una carne sola’.

In un senso più archetipico, l’‘ausilio’ a cui qui si fa riferimento è quello predisposto da Dio Creatore allorché pose la donna accanto ad Adamo. Nella versione dei Settanta dell’Antico Testamento, la parola inizialmente adottata per indicare la creatura che verrà tratta dal costato dell’uomo per essere data in suo ‘aiuto’, è ‘boethos’ (βοηθος) (cfr. Gen 2,18;20). Il termine traduce, letteralmente, ‘chi corre al soccorso, al grido di guerra’.

La donna è pertanto ciò che catalizza il dispiegarsi della ‘forza vitale’, il ridestarsi della potentia virile che permette al Cavaliere l’azione eroica. E difatti, appena creata, ella è nominata Zoe (ζωη), che traduce ‘vita’ (Gen 3,20), in quanto ‘madre di tutti i viventi’. Ma dopo la cacciata dall’Eden, allorché Adamo ‘la conosce come moglie’ e con lei procrea carnalmente, ella assume invece il nome definitivo di Eva: Euan (Ευαν) (Gen 4,1). Ritroveremo tale termine in quell’ ‘Evàn’ – ovvero ‘Evoé’ – che rappresentava il grido di giubilo elevato dalle Baccanti in onore di Dioniso; ciò a conferma del fatto che Eva si riferisce sì alla ‘vitalità’, alla ‘potentia’, ma limitatamente intesa nel senso ‘carnale’, quando non addirittura ‘orgiastico, sfrenato’, a causa della sua caduta per il peccato originale.

Effettivamente, tale carattere vitale decaduto, rappresentato dalla maternità di Eva, viene in seguito purificato e reso immacolato soltanto nella figura della Madonna: S. Maria Vergine e Madre. Ella configura finalmente il sommo punto di riferimento per la potentia del Cavaliere.

In quanto Madre del Signore, Ella incarna insomma il prototipo, l’esemplarità più elevata della Dama: Notre Dame, Nostra Signora, la Dama Celeste.

 

11)   Della S. VERGINE MARIA e dell’EROISMO del Cavaliere

La totale ‘obbedienza’ resa a Dio dalla S. Vergine Maria, nella perfetta conformità con la Sua Parola (= omologhia), è ciò che ha parimenti reso possibile al divino Logos di incarnarsi nell’umano.

Grazie dunque al Fiat della S. Vergine, in Cristo Gesù converge e pienamente si compie, si realizza, anche quella che è stata la tradizionale figura dell’‘eroe’ mitologico: cioè, l’individuo che per nascita si poneva in una posizione intermedia tra gli dei e gli uomini, ed era destinato a compiere imprese eccezionali pur a costo del proprio sacrificio.

L’‘eroicità’ fa pertanto parte dell’essenza del Cavaliere; e ciò in quanto lo esige la determinazione, propria del suo personale logos (= verbum et intellectus), ad oggettivarsi ‘omologandosi’ con il Logos.

Poiché è certamente indubbio che l’eroicità mantenga un’intima relazione d’identità con la potentia vitale, ne consegue che il Cavaliere acquisisce e perfeziona la propria capacità all’azione eroica grazie all’‘amorevole ausilio catalizzatore’ offertogli dalla Dama Celeste.

Tramite l’azione di omologhia, il Cavaliere rende attiva la propria ‘figliolanza’ alla S. Vergine Madre del Logos. L’ossequio, l’omaggio, la sudditanza, il vassallaggio, la devozione e la propria consacrazione del Cavaliere ad Ella, instaurano un parallelo con quanto nella letteratura epica dell’Età storica ‘di Mezzo’ fu definito ‘amor cortese’ o ‘fin’amor’.

In effetti tra ‘amore ed eroe’ sussiste una ontologica corrispondenza, che è desumibile dal fatto che tali termini, in greco, seppur scritti in maniera leggermente differente, posseggono ad ogni modo la perfetta medesima pronuncia: ‘eros’ (ερος, per ‘amore’ ed ηρως per ‘eroe’).

L’Amore della S. Vergine per il Cavaliere, purché con disponibilità accolto e ricambiato, è quanto determina in lui lo ‘scaturire’, l’‘irrompere’, lo ‘scorrere’ della vitalità virile, della potentia  che lo supporta nell’azione eroica. Tutti i predetti significati verbali sono emblematicamente racchiusi nel verbo gr. ‘eroeo’ (ερωεω); d’altra parte, col verbo ‘erao’ (εραω) si traduce ‘amare appassionatamente, essere invaghito, bramare, aspirare, desiderare ardentemente’.

Per completare, va osservato che con il sost. ‘eroe’ (ερωη), il quale presenta la perfetta omofonia col termine ‘eroe’, si traduce sia ‘impeto, slancio, assalto, forza’ che ‘desiderio ardente, passione’.

Per il Cavaliere, insomma, la Dama Celeste costituisce uno sprone continuo alla battaglia (cfr. Lc 13,24), di cui Ella, la Nikopoia per antonomasia, garantisce l’ottenimento della sicura vittoria. Egli ne richiede sempre ardentemente l’ausilio, conscio che Ella mai gli farà mancare il proprio amorevole soccorso, mediando ed intercedendo presso il Signore Gesù l’ottenimento di ogni grazia necessaria.

E’ chiaro che questo ‘appassionato, ardente amore’ del Cavaliere per la Dama Celeste assume una connotazione trasfigurata e trasfigurante; il che rivela peraltro tutta la simbolicità dell’amor cortese raccontato dall’epica cavalleresca medievale. A differenza di una qualsiasi donna (Ella che è ‘gratia plena et benedicta in mulieribus’), la S. Vergine Maria accende nel Cavaliere un ‘immacolato Amore’, a-sensuale e purissimo nella sua essenzialità ‘intellettuale’, il quale non rimane orizzontalmente accentrato in Lei, riservato cioè esclusivamente alla Sua persona, ma in verità è attraverso Lei contestualmente riflesso, verticalmente proiettato nei confronti del Logos.

Ad Jesum per Mariam!

11a) Del modo migliore, per il Cavaliere, di chiedere ausilio alla S. Vergine Maria, Nostra Signora e Dama Celeste

Nelle innumerevoli occasioni in cui la S. Vergine è apparsa ad un veggente, la principale raccomandazione e sollecitazione da Lei espressa – oltre all’assidua partecipazione all’Eucaristia – è stata quella di ‘intensificare la preghiera quotidiana’.

Il Cavaliere sa che nell’obbedire a tale invito egli sta prestando direttamente ascolto al Logos.

Le preghiere fondamentali da recitarsi quotidianamente, e che meglio ineriscono all’Ufficio Cavalleresco, rimangono il Salterio (articolato secondo la ‘Liturgia monastica delle Ore’) e la Corona del S. Rosario. Ciò che le rende particolarmente confacenti al Cavaliere, rappresentando esse le due colonne delle sue orazioni, è la loro peculiare caratteristica di strutturarsi ‘ritmicamente’.

Per ‘strutturazione ritmica’ intendiamo una forma che si dispone sia secondo un’armonica ed ordinata corrispondenza con le differenti fasi dello scorrere temporale, sia secondo una forte pregnanza simbolico-numerica.

Il termine greco rythmos (ρυθμος), che traduce ‘ritmo’, possiede una duplice significativa accezione:

  1. movimento regolato, a misura, a cadenza;
  2. giusta misura, ordine, proporzione regolare, forma, foggia.

Non è priva di implicazioni, quindi, la similarità fonetica che rythmos presenta con la parola che traduce ‘numero’, ossia arithmos (αριθμος). Il ‘numero’, inteso nella propria accezione tradizionale, infatti rappresenta propriamente una ‘relazione ordinante’ piuttosto che una ‘misura quantitiva’. Esso è il risultato di una “ripartizione, distribuzione, assegnazione” in ordine all’Unità; ed è pertanto chiara la sua attinenza con la Legge di Dio Creatore, ossia con la Sapienza del Logos che, avendo “regolato ogni cosa in misura, numero e peso” (cfr. Sap 11,20), regge e governa il mondo in quanto Universo ‘ritmicamente’ Ordinato.

In altre parole, la suddetta ‘ritmicità’ della preghiera cavalleresca è quanto di meglio possa esprimere l’adesione, la relazione ordinata al ‘pulsare vitale’ del Kosmos; ovvero, costituisce il posizionarsi ‘ontologico’ del logos umano – attraverso la ‘Mediazione’ della S. Vergine Maria – secondo una ‘sintonia conforme’ con il Logos divino, con l’Esse ipsum.

11b) Della FEDELTA’, quale debito di RICONOSCENZA e di AMORE che il Cavaliere nutre essenzialmente per la S. Vergine Maria

Con ‘RICONOSCENZA’ deve intendersi quell’atto di accettazione consapevole attraverso cui il Cavaliere ‘confessa, testimonia di aver conosciuto il Logos’, in vista del proprio rendersi conforme ad Esso, grazie alla Mediazione della S. Vergine Maria.

Avendo ‘riconosciuto’ di essersi posto in posizione di ‘conformità’ con il Logos (omologhìa), il Cavaliere oramai non può non assumere che un ‘durevole, stabile ed incondizionato’ Amore di devozione e gratitudine verso la Dama Celeste, la Quale ha reso possibile, col proprio ‘fiat’, l’attuazione di suddetta ‘conformità’.

Tale è la FEDELTA’! Essa diviene ontologicamente parte dell’essentia cavalleresca in virtù dell’assolutezza, della pienezza che la distingue: priva cioè di alcuna limitazione o restrizione.

La ‘fedeltà’ è un atto dovuto all’interno di quella scala gerarchica al cui apice il Signore Nostro Gesù Cristo e Nostra Signora la S. Vergine Maria siedono sul trono della Maestà Sovrana, mentre ai Loro piedi il Cavaliere presta servizio di vassallaggio.

Poiché la fedeltà diviene parte ‘essenziale’ dell’Identità del Cavaliere – e ciò alla luce del suo posizionamento di conformità con il Logos, il Quale è la Fedeltà per antonomasia (cfr. 2 Tm 2,13; Ap 3,14. 19,11) -, colui che la rinneghi compie un vero e proprio sacrilegio, una profanazione verso Dio, nonché un nocumento alla propria natura ontologica, ‘de-formandola’. Deformare la propria identità vuol dire operare una sovversione, rendendo ‘dif-forme’ la propria forma substantialis – l’‘anima intellettuale’ -, con cui si intende ciò che determina la propria essentia, la propria ‘capacità di contenimento’ dell’essere. Rendere ‘difforme’ la propria essentia significa allontanarsi dalla partecipazione più perfetta e completa con l’Esse ipsum, disonorando in tal modo la propria nobiltà. L’‘onore’ del nobile Cavaliere consiste nella sua ‘in-capacità’ ad operare in maniera ‘disonorevole’, cioè a dire non secondo honestas, che è la condizione propria di chi è conforme con il Logos.

La fedeltà è pegno di FEDE; la quale – come si è già detto – per il Cavaliere non coincide con la limitante accezione fornita dal termine greco ‘pistis’ (fiducia), ma piuttosto con quella del termine paolino ‘omologhia’, che appunto traduce ‘confessione, testimonianza di fede’, e che esprime quella che si stabilisce come la ‘durevole, stabile ed incondizionata conformità con il Logos’ (omos-logos).

Tra ‘fede e fedeltà’ si stabilisce dunque una inscindibile reciprocità sulla base dell’Amore risvegliato nel Cavaliere dalla Dama Celeste; ed è sintomatico che, ad un livello più contingente, con ‘fede’ si alluda all’anello che conchiude l’unione sponsale, vincolando l’avvenuta congiunzione al dovere di mutua fedeltà.

Tale Amore non è più ‘eros’, ossia: ‘passione sensuale’; esso si è infatti trasfigurato in ‘philìa’ (φιλια), ossia: ‘reciproca affinità, conformità’. La conformità del Cavaliere con il Logos, guadagnato grazie alla mediazione dalla S. Vergine Maria, lo innesta insomma nella nobile ‘stirpe e discendenza Cristica’, nella Santa Ecclesia del Logos figliatasi da Nostra Signora, S. Maria Vergine e Regina (cfr. Ap 12,1-5). Questa contingenza è peraltro attestata e sancita dalla stretta relazione semantica tra ‘philìa’ ed il termine ‘phylé’ (φυλη), che significa appunto ‘filiazione, generazione’.

Il Cavaliere è dunque in essentia, per nobile elezione e per antonomasia, ‘figlio di Maria’. Anche tale termine va inteso in senso trasfigurato e non meramente carnale. Il lat. filius, infatti, oltre che ‘figlio’ traduce pure ‘discepolo fedele’ (cfr. Gv 19, 25-27).

La Fedeltà d’Amore è l’implicita acquisizione ‘essenziale’, la suprema nobiltà che deriva al Cavaliere contestualmente col concedersi in obbedienza a Nostra Signora – la Dama Celeste -, nell’intento di prestarLe servizio d’Amore.

11c)  Dei gradi per giungere alla Fedeltà cavalleresca: UMILTA’ e SILENZIO

Se abbiamo evidenziato come tra ‘obbedienza e fedeltà’ permanga una reciprocità che li lega secondo un’implicitezza realizzativa, notiamo come entrambe siano altresì connesse con alcuni gradi di sviluppo ontologico a loro strettamente propedeutici: l’UMILTA’ ed il SILENZIO.

Come la fedeltà implica l’obbedienza, così questa implica l’umiltà, la quale a sua volta implica il silenzio.

Peraltro, anche l’humilitas denota la sussistenza della ‘riconoscenza’, in quanto essa attesta la conoscente e piena consapevolezza, nonché l’accettazione, dell’autorità gerarchica a cui sottoporsi. Il Cavaliere, aderendo in maniera libera e consapevole al Logos, conformandoVisi, è humilis in quanto si pone ‘in basso’ per ricevere ‘dall’alto’.

Ponendosi al livello dell’humus, ossia dell’elemento ‘terra’, egli in effetti ‘mortifica’ il proprio ego. E ciò nel senso che, morendo al proprio ente soggettivo, egli contestualmente rinasce nel conformare oggettivamente il ‘proprio ’ con l’essere. In altre parole: egli opera un ritorno all’origine, lì ove giacciono latenti tutti gli elementi di sviluppo, lì ove ab aeterno permane il cuore della Tradizione.

Per esplicare opportunamente l’umiltà  il Cavaliere pratica il silentium.

Anche il silenzio è segno di ‘rinuncia all’ego’, nonché consapevole opzione per l’‘ascolto’ e quindi per l’‘obbedienza’ (ob-audire). Il tacere, il ‘farsi muto’, non designa affatto un’inattività passiva, un nulla. Non a caso, infatti, il sost. mutus possiede una chiara affinità fonetica col verbo muto, che significativamente traduce ‘spostare, cambiare, modificare’ (cfr. Mt 17,20. 21,21 e Lc 17,6).

La ‘mutezza’ esprime piuttosto la consapevolezza della vacuità della razionalità discorsiva e dialettica, la quale è sintomo di dispersiva ‘mutevolezza’. L’esser ‘muto’ allude invece alla sapienzialità del Mistero del Logos, impenetrabile nella propria ‘mutante’ fissità: Egli è infatti Colui che ‘tutto può e tutto muove, pur rimanendo immutabilmente Sé stesso’ (cfr. Sap  7,22-27).

Notiamo come il verbo greco myo (μυω), che è alla base del termine mysterion (μυστηριον), effettivamente significhi ‘esser muto, silenzioso, chiuso, serrato’. Dunque, la precisa accezione di Mistero è: ‘ciò che non si può raggiungere ed esprimere a parole’.

Non attraverso la ‘ragione discorsiva’, ma soltanto attraverso l’intellectus – nel senso ‘tomistico’ del termine – al logos cavalleresco è permesso, essenzialmente, di conformarsi con il Logos divino.

 

12)   Della NATURA GHIBELLINA della Cavalleria

La Natura Ghibellina della Cavalleria – e intendiamo ‘natura’ nel senso tomistico del termine quale sinonimo di essentia – si manifesta nella precisa consapevolezza che la ‘coesistenza interagente’ di Papato ed Impero, in quanto ontologico fondamento per l’attuazione ordinata delle funzioni svolte dall’Autorità Sacerdotale e dal Potere Regale nel contesto dell’Ecclesia, è una equilibrante necessità cosmologica.

Tutte le volte che di tale necessaria compartecipazione si disattenda l’effettiva applicazione attuativa, è dovere e compito del Cavaliere – in quanto difensore della Tradizione e dell’Ordine cosmico – adoperarsi affinché la suddetta anomalia sia percepita come tale, venga combattuta la relativa devianza ed al più presto sia ripristinato il giusto equilibrio.

La riconosciuta precedenza gerarchica dell’Autorità Sacerdotale sul Potere Regale spiega il perché il secondo non possa sussistere senza la prima; tuttavia, non giustifica di certo il perché la prima possa sussistere a prescindere dal secondo.

In altre parole: l’edificio dell’Ecclesia – come del resto qualunque  edificio -, allorché fornito di sole fondamenta, senza cioè i pilastri ed il relativo alzato, non ha alcuna ragione ontologica. Peraltro, all’Autorità Sacerdotale non può e non deve mai competere di esplicare una funzione di pertinenza Regale; è piuttosto vero ed opportuno che il Sacerdozio debba sostenere la Regalità affinché sia proprio e solo essa ad esplicarla in quanto propria, piuttosto che esser costretta a latitare.

La Natura Ghibellina non si contestualizza solo nella contingente latenza dell’Impero, ma altresì in virtù del suo diretto rapportarsi alla S. Vergine Maria, sulla cui fondamentale relazione con la Cavalleria abbiamo in parte già detto (vd. inoltre Appendice I°).

 

13)   Del perché la Cavalleria debba difendere le VEDOVE e gli ORFANI

Il tradizionale e doveroso impegno cavalleresco ad operare a difesa ‘delle vedove e degli orfani’ – categoria specifica tramite cui in verità si allude, per simbolica sintesi, a tutti coloro che siano ‘bisognosi ed oppressi’ – possiede un senso di ulteriore necessità che può cogliersi considerando il significato originario a cui riconducono gli stessi termini ‘vedova ed orfano’.

Entrambi i sostantivi, tanto in latino (‘vidua, orbus’) quanto in greco (‘chere, orphanos’/ χηρη, ορφανος), configurano precisamente l’accezione di ‘mancanza, privazione, vuotezza’: la qual cosa – va detto incidentalmente – ben spiega la caratteristica adozione del colore ‘nero’ quale indicativo del lutto (alla cui condizione sottostanno, propriamente, coloro che siano vedova od orfano), in quanto esso colore è ciò che consegue all’‘assenza’, alla ‘mancanza’ di ogni radiazione cromatica visibile.

Nella S. Scrittura ‘vedova ed orfano’ sono individui che risultano in intima connessione con la ‘Giustizia’ divina, in quanto questa li soccorre e protegge (cfr. Deut 10,18; Sal 68,5; 93,1-6; 145,7-9) ovvero pure ne riequilibra la sorte (cfr. Is 10,2). D’altro canto, per contrappasso, Dio può pure punire tutti gli individui che agiscano ‘ingiustamente’, riducendoli allo stato di vedove ed orfani (cfr. Es 22,24; Is 9,16).

E’ proprio codesta correlazione stabilitasi tra la Iustitia e la categoria ‘vedova-orfano’, a denotare la particolare attinenza che tutto ciò mantiene con la Regalitas, la cui funzione è appunto quella di esercitare ed amministrare la Giustizia; e quindi pure con la Cavalleria, che è militia al ‘servizio’ di essa Regalitas.

A questo proposito, è possibile sottolineare la relazione che l’azione di ‘difesa della vedova e dell’orfano’ intrattiene col peculiare ‘servizio cavalleresco’, anche tramite Gc 1,27: “Religione (= θρησκεια) pura e senza macchia davanti a Dio nostro Padre è questa: soccorrere gli orfani e le vedove nelle loro afflizioni e conservarsi puri da questo mondo”. La ‘religione’ allusa da S. Giacomo Minore nella succitata lettera apostolica, in quanto ‘threskeia’, attiene appunto ai significati di ‘servizio, assistenza, cura”, che è il senso etimologico inerente alla parola greca che la esprime (attraverso la comune derivazione che la lega al termine θεραψ)[2].

In definitiva, da tutto ciò deriva che allorquando il Papato si trovi a patire la ‘mancanza/ privazione’ dell’Impero, risulterà ancor più doveroso per la Cavalleria riequilibrare tale squilibrio, esercitando la propria sollecitudine soccorritrice e protettiva, verso l’archetipo che viene significato dalla categoria ‘vedova-orfano’.

Premesso che l’Ecclesia, intesa nel senso archetipico, e quindi più lato e completo, si costituisce propriamente sulla base dell’unione complementare ed equilibrante di Chiesa Sacerdotale con Chiesa Regale, poste in vicendevole interazione, ebbene, allorché essa Ecclesia risulti ‘privata’ dell’Impero rimanendo in vigore soltanto il Papato, si verifica tanto una situazione di ‘vedovanza’ quanto di ‘orfanità’. Infatti, l’Ecclesia ‘orbata’ della funzione Regale comporta che la Chiesa costituita dal clero risulti ‘vedova’, mentre la Chiesa costituita dai laici risulti ‘orfana’.

 

14)   Dei TEMPI STORICI ED ESCATOLOGICI della Regalità Cavalleresca Imperiale

Nonostante il Potere Regale, in quanto archetipo, non possa che continuare a permanere in uno stato di atemporale ed eterna completezza in sé, è altresì vero che l’evento storico rappresentato dalla ‘Incarnazione’ del Logos (= prima ‘Epifanìa’ del Signore Gesù, Sua venuta nell’umiltà) abbia espresso la decisiva ‘discriminante’ che ha fatto sì che l’archetipo della Regalità, nel suo manifestarsi temporale, assumesse la propria peculiare fisionomia e attuasse la propria collocazione storica in maniera da presentarsi con una chiara valenza escatologica.

Il motivo per cui la Cristiana Regalità Cavalleresca Imperiale (che di quell’archetipo è attuazione) si presenti secondo un siffatto carattere assolutamente ‘culminante, ricapitolante e risolutivo’ è connesso con l’Ufficio che le è stato riservato di esercitare, giustappunto, entro la cristiana ‘pienezza dei tempi’; che è dire: entro il ‘compimento finale delle promesse di Dio’ (Gal 4,4). Tale Ufficio è la Giustizia!

All’interno di codesto tempo di pienezza, con cui rimane strettamente connesso anche l’Avvento escatologico della Parousìa del Logos (= seconda ‘Epifanìa’ del Signore Gesù, Sua venuta nella Gloria) grazie alla quale verrà da Lui pronunciata la Parola definitiva sulla storia e con cui verrà raggiunto il perfetto compimento del Regno di Dio, la Regalità Cavalleresca Imperiale peraltro riconosce nel periodo storico dell’Età di Mezzo dell’Europa, più comunemente denominato Medioevo, il momento posto all’interno dell’arco della pienezza dei tempi, nonché entro l’avvento della Parousìa, in cui si sia maggiormente avvicinata alla completa realizzazione della più ‘pura conformità’ del suo Ufficio con il contesto escatologico che gli è proprio. Ne spiegheremo i motivi alla luce di quanto segue.

Va intanto osservato che non a caso abbiamo parlato di ‘discriminante’ (dal gr. κρινω: distinguere/scegliere), in quanto la Parousìa implica altresì il ‘Giudizio finale di Dio’; ed il suddetto verbo ‘krino’ mantiene appunto anche il senso di ‘giudicare’ (da cui abbiamo, infatti, che ‘giudizio’ in greco si traduce con κρισις). Iudicium et Iustitia hanno dunque a che fare con l’Ufficio di ‘discernimento secondo lo ius’ che la Regalità Cavalleresca Imperiale è tenuta a mantenere lungo la pienezza dei tempi ed entro la Parousìa! E’ chiaro che la Giustizia a cui qui si allude è solo in seconda istanza quanto ‘deriva dall’osservanza della legge’, dato che essa è piuttosto da intendersi propriamente nell’accezione di un’auctoritas che ‘deriva da Dio ed è basata sulla fede in Cristo’ (cfr. Fil 3,6-9).

Da un punto di vista escatologico, l’attesa della Parousìa risulta immediatamente inaugurata già nel momento dell’Ascensione al Cielo del Signore Gesù. Nonostante rimanga inconoscibile il momento storico del realizzarsi completo del tempo della Parousìa (l’Ultimo Giorno, il Giorno del Signore), Essa mantiene sempre e comunque il carattere dell’imminenza (cfr. 1 Ts 4,16).

Il mandato rilasciato dal Signore Gesù, in occasione dell’Ascensione, è poi chiaro ed esplicito: l’Ecclesia deve informare il continuo presente storico, nell’attesa escatologica, con l’insonne ‘vigilanza’ (cfr. Mt 25,1-13; Mc 13,33-37). Oltretutto, il tempo presente, tempo dello Spirito e della testimonianza, ha già inaugurato anche i ‘combattimenti’ degli ultimi tempi (cfr. 1 Gv 2,18: 4,3; 1 Tm 4,1).

In definitiva: l’indeterminabile imminenza della Parousìa, di cui si diceva, implica la necessità di incessanti ‘vigilanza e combattimento’; ed entrambe queste azioni sono evidentemente di massima pertinenza della Cavalleria, ossia della componente ‘miliziana’ della Regalità Cavalleresca Imperiale. Infatti, nell’azione del ‘vigilare’ rientra il compito di ‘conservare e proteggere la Tradizione’, mentre nell’azione del ‘combattere’ per la Verità del Cristo, contro la menzogna dell’anticristo, si riconosce la peculiarità dell’azione propriamente di ‘militia’ con la quale la Cavalleria deve ‘difendere e mantenere integra la Tradizione’(vd. Sal CXVIII, 57)[3].

Lo scopo di tali azioni è quello di ‘approntare’, ossia di ‘render pronta’ l’Ecclesia (l’insieme di Papato ed Impero) al ritorno del Re, predisponendola all’accoglienza di quei nuovi cieli e di quella terra nuova (cfr. Is 65,17; Ap 21,1) nei quali la Giustizia di Dio ha (non: avrà) la sua dimora. Questa è la consegna data dal Cristo Gesù alla Regalità Cavalleresca Imperiale, questo è propriamente il suo Ufficio, i ‘talenti’ ad Essa consegnati e da Essa da riconsegnare!

Pertanto, da questo punto di vista, ‘vigilanza e combattimento’ costituiscono nel loro insieme il sinonimo del perseguimento dell’archetipica Giustizia Regale, del ‘disporsi conforme’ dell’Ufficio della Regalità Cavalleresca Imperiale con la Giustizia del Regno di Dio, in vista del compimento del Giudizio finale. Il compito di instaurare la Giustizia in terra, in maniera tale che questa risulti ‘approntata’, ossia ‘pronta’ ad accogliere la Giustizia del Cielo essendone divenuta ‘conforme’, rappresenta la principale prerogativa della Regalità Cavalleresca Imperiale in obbedienza al comando del Signore: ‘Siate pronti!’ (cfr. Mt 24,44; Lc 12,40).

Che tale ‘esser pronti’ corrisponda ad un ‘esser conformi’, lo mostra il fatto che il lat. ‘promptus’ significa ‘manifesto, visibile, palese, evidente’ ed anche ‘disposto, propenso’. ‘Colui che è pronto’ è insomma colui che è disposto e propenso alla conformità della Giustizia terrena. Ma alla conformità con che cosa? Appunto, alla conformità con la Parousìa, cioè alla nuova manifestazione visibile del Logos, al Suo secondo palesarsi evidente nel mondo, nella veste di Giustizia finale ed eterna (vd. Sal VII,9) [4].

Come si diceva precedentemente, in altro luogo, i talenti non vanno intesi in senso quantitativo, bensì qualitativo. Tale discrimine è da applicarsi parimenti, ed a maggior ragione, in riferimento alla Giustizia terrena esercitata dalla Regalità Cavalleresca Imperiale. Tale senso qualitativo è dato dalla piena ‘conformità’ che la Giustizia terrena deve mantenere con il Giudizio divino, dacché, in tal modo, la reciproca analogica relazione viene correttamente espressa sulla base di quella che è una sussistente coincidenza tra forma e sostanza, tra significante e significato. Ciò è peraltro reso possibile in virtù della ‘divinità e sacralità’ che è propria del Potere Regale, e quindi, in maniera derivata, pure della Regalità Cavalleresca Imperiale!

Tutto questo significa, allora, che il tempo della Parousìa non va semplicemente immaginato come riferibile ad un indeterminato e del tutto relativo futuro momento storico (il giorno e l’ora), ma come ‘ontologicamente contestuale’ a quel momento in cui ‘vigilanza e combattimento’ siano ormai finalmente pervenuti ad un punto qualitativo tale che, per ‘giusto merito’ (dal lat. mereo, ‘attrarre la propria parte, essere degno), viene annullata l’imminenza che separa la Giustizia terrena dalla Parousìa stessa, ritrovandosi così, quella, oramai ‘pronta’ a venir connessa con Questa avendo pienamente risposto alla Sua chiamata ed essendosi per ciò collocata in piena conformità con Essa (vd. Tb 13,6; Ap 3,20)[5]. Con un’immagine simbolico-matematica possiamo esprimere suddetto punto come quello, ontologicamente collocato all’infinito, in cui ‘si vanno ad incontrare due rette parallele’[6]! Il raggiungimento di tale punto qualitativo, insomma, non ‘prescinde’ affatto dal quantitativo tempo storico ma piuttosto lo ‘trascende’.

Per dirla ancora con altre parole, ciò non vuole significare che ‘la fine del mondo’ non sia un avvenimento futuro riconducibile cronologicamente ad un momento della storia, oppure che sia semplicemente ‘il presente rappresentato con le categorie del futuro’, come afferma una cattiva teologia.

Piuttosto: il ‘Giorno del Signore’ consiste sì un momento ‘di là da venire’, eppure Esso, nel momento in cui si realizzerà, si rivelerà contestualmente ‘come già venuto’, sancendo pertanto il ‘superamento del tempo storico’. Tale sfumatura è in certo qual modo implicita nel significato che è proprio del termine Parousìa (dal gr. παρα + ειμί: ‘essere presso’), il quale traduce propriamente ‘presenza’. Il Re, dunque, se dall’Ascensione è effettivamente e comunque già sempre presente ‘in mezzo a noi’ (δια)[7], tuttavia la Sua presenza rimane ancora da essere manifestamente ‘svelata’ come pienamente ‘presso noi’ (παρα) in quanto ‘Gloria’[8]. E la Gloria non significa altro, appunto, se non l’‘irradiazione della manifestata presenza di Dio’.

A tal proposito è significativo che il termine Parousìa fosse anticamente adoperato per indicare il momento della ‘visita’ compiuta dall’Imperatore romano in una sua provincia. Infatti, seppur egli non fosse ancora visibilmente e solennemente giunto in quel luogo, la sua signoria Regale in quella provincia, precedentemente cioè alla propria Parousìa, era comunque effettivamente già presente ed in atto.

Per quel che ci riguarda, ciò permette finalmente di intuire in modo chiaro che qui si è al cospetto di due differenti e sovrapponibili livelli di ‘presenza’ del Logos, e quindi di ‘presente temporale’: il ‘presente’ del tempo storico e quello del tempo escatologico; ma è necessario il non pensarli come appartenenti ad un medesimo stato ontologico, cioè a dire posti in una medesima successione lineare e quantitativa della temporalità!

In quanto si usa associare l’esercizio dell’Ufficio del Potere Regale al cosiddetto dominio ‘temporale’, distinguendolo da quello ‘spirituale’, dovremmo allora tener conto dell’anzidetta specificazione: la ‘temporalità’ della Regalità Cavalleresca Imperiale, in virtù della sua sacralità, è insomma pertinente sia ad un presente storico che ad uno escatologico.

Come già si diceva, il momento storico in cui l’Ufficio della Regalità Cavalleresca Imperiale si è più ‘puramente’ disposto ad annullare l’‘imminenza’ della Parousìa (alla maniera della ‘prontezza’ mostrata dalle cinque vergini savie della parabola evangelica, per intenderci), si è realizzato in corrispondenza dell’Età di Mezzo. Tuttavia, per gli insondabili ‘disegni di Dio’, l’umano libero arbitrio non ha reso possibile che fosse quella l’occasione in cui si ‘perfezionasse’ completamente codesto ‘annullamento dell’imminenza’, nel quale sarebbero venuti cioè a coincidere il presente storico ed il presente escatologico. Il decisivo fattore immanente che, all’alba del XIV sec., impedì il trascendimento – con la conseguenza di incrinare l’‘ordine’, di corrompere la ‘temperanza’, di sancire il ‘demerito’ (dal lat. de + meritum: ‘lontano da ciò che è giusto e a buon diritto) e di interrompere il ‘progresso’ (dal lat. progredior: ‘andare oltre, fuori, uscire’) – fu il cedere alla cupiditas sia da parte del Papato che dell’Impero, nel tentativo operato da entrambi di soverchiare rispettivamente l’uno la funzione dell’altro.

Va precisato che ciò non è da intendersi affatto nel senso che, in tal modo, Parousìa e relativo Giudizio di Dio si siano semplicemente riallontanati né tantomeno annullati. Ciò vuol significare invece che, essendosi affievoliti ‘vigilanza e combattimento’ ed avendosi conseguentemente negletta la retta applicazione dei principi inerenti all’Ufficio della Regalità Cavalleresca Imperiale, ebbene il momento storico che è subentrato all’Età di Mezzo – durante il quale l’Ecclesia si è gradualmente orbata: la Chiesa clericale si è resa vedova e quella laicale si è resa orfana della Regalità – alla luce del principio della ‘analogia del senso inverso’ esso momento storico ha soltanto ribaltato i termini della questione. In altre parole: la cosiddetta Era moderna ha sì proseguito entro il cammino escatologico, predisponendosi in maniera ulteriormente più prossima all’annullamento dell’imminenza della Parousìa, ma lo ha fatto perseguendo questa volta piuttosto la totale impreparazione all’accoglienza del ritorno del Re e dell’avvento definitivo della Sua Regale Signoria, nella difformità dalla Giustizia del Regno di Dio (alla maniera dell’‘impreparazione’ mostrata dalle cinque vergini stolte, per intenderci). Da parte sua, in tale frangente, l’archetipo Regale si è solo apparentemente annullato, ritirandosi invece nella latenza escatologica, ossia nello stato di non-manifestazione durante il presente storico!

Tale approssimarsi d’ordine escatologico dell’Era moderna, quindi, perseguendo decisamente una predisposizione impreparata al Giudizio, perché attuata secondo una modalità capovolta, ‘sovvertita’ o più esattamente di ‘non-predisposizione’, di ‘indisponibilità’, ebbene si costituisce in verità quale un’apostasia (separazione, allontanamento, astensione, ribellione), ossia come un allontanamento dall’Ordine ed un contestuale decadimento verso il Chaos.

Con ‘apostasia’ deve intendersi pertanto quel ‘rifiuto a conformarsi’. E’ scritto che essa debba attuarsi, di necessità, nel tempo storico che preannuncia l’escatologico ‘svelamento finale’ (cfr. 2 Ts 2,3-4).

Legittima appare dunque la domanda del Signore riportata in Lc 18,7-8: ‘Ma Dio non farà giustizia (εκδικησιν) ai suoi eletti (εκλεκτων) che gridano (βοωντων) giorno e notte verso di lui, e sarà longanime con essi? Vi dico che darà loro prontamente soddisfazione. Ciononostante, quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?’.

Gli ‘eletti che pregano giorno e notte’ pronunciando il ‘Maranà thà’, il ‘Vieni Signore Gesù’ (cfr. 1 Cor 16,22; Ap 22,20), sono i ‘giusti’; ossia coloro che, liberamente ed instancabilmente, manifestano in tal modo la propria pronta disponibilità a conformare la Giustizia terrena con la Giustizia di Dio, affinché quella riceva da questa la propria ‘giustificazione’.

Questa è l’omologhia: la vera ‘confessione di fede’ che risponde alla summenzionata domanda posta dal Figlio dell’Uomo!

Da ciò consegue pure che, proprio perché la presente apostasia dal Logos perpetrata dai ‘Gentili’ (così come un tempo lo è stata anche quella dei ‘Giudei’) è già integrata nella e dalla Rivelazione finale, ebbene nel presente momento storico la Regalità Cavalleresca Imperiale è ‘chiamata’ ancora e sempre allo svolgimento del proprio Ufficio escatologico, seppur secondo modalità operative differenti rispetto all’Età di Mezzo.

I ‘chiamati’ sono gli ‘eletti dal Logos’ (= εκλεκτων) che ‘ritornano’ fuori dalla latenza per ‘elevare grida di guerra’ (= βοωντων) (vd. Is 58,1)[9],  affinché ‘ritorni’ Giustizia (vd. Sal LXIV, 5-6)[10].

Il nuovo risvegliarsi dalla latenza della Regalità Cavalleresca Imperiale comincia col suo rinnovare al Logos la propria pronta disponibilità a ‘conformarsi’, facendosi inoltre carico di riorganizzare il ‘piccolo resto’ (cfr. Rm 9,27; 11,1-10; Is 4,3; 10,10-22)[11]: quella ‘reliquia’ dell’Ecclesia che, non avendo apostatato, è chiamata ad accogliere con integrità la Parousìa, cioè vigilando e combattendo.

E’ chiaro che ‘accogliere’ con ‘integrità’, equivale già di per sé ad ‘integrarsi’!

La ragione fondamentale che permette di riconoscere nell’Età di Mezzo il momento più ‘puramente’ disposto ad accogliere la Parousìa, attraverso l’Ufficio della Regalità Cavalleresca Imperiale, risiede molto semplicemente nella consapevolezza, detenuta da parte di quell’epoca storica, dell’ontologicamente analogica relazione che lega l’ordine naturale con l’ordine sovrannaturale. E ciò attraverso il riconoscimento della conformità che pone in corrispondenza il Logos divino con il logos umano.

Suddetta corrispondenza, suddetta correlazione analogica tra i diversi ordini ontologici veniva percepita come oggettivamente esistente ed era fruita nella più libera e completa disponibilità. In tal modo, ogni aspetto della vita e della realtà era suscettibile di rientrare nella categoria del sacrificium (letteralmente: ‘rendere sacro’), ossia di quell’atto tramite cui l’uomo propriamente ‘rende operativo il sacro’ attraverso qualcosa di appartenente all’ordine naturale. Nel ritenere che ogni aspetto della vita e della realtà poteva e doveva porsi in conformità armonica con l’‘Ordine Universale’, ciò comportava dunque che nell’Età di Mezzo tutto finiva per costituirsi come ‘rito’, cioè come un’azione che (pur senza per questo divenire un’azione di produzione!) ‘rendeva possibile’ l’operatività ordinata del Logos attraverso il logos.

L’adesione all’Ordine, tramite il rito, comporta sempre l’obbedienza all’Ordine (nel senso proprio di ‘comando’) emanato dal Logos in quanto Legge di Dio. Ciò esprime dunque la coincidenza e l’interrelazione che sussiste tra Giustizia di Dio e Kosmos in quanto ‘Ordine Universale’.

La funzione di ‘raccordo’ tra ordine naturale ed Ordine sovrannaturale, come supporto all’esplicazione del rito, è propriamente svolta dal ‘simbolo’. Se nell’Età di Mezzo ciò avveniva in ogni ambito, in maniera cioè universalmente diffusa, tale funzione era ancor più giustificatamente inerente quando applicata all’Ufficio svolto dalla Regalità Cavalleresca Imperiale.

A mo’ di esempio: uno dei fondamentali obiettivi perseguiti a quell’epoca dalla Regalità Cavalleresca Imperiale (e va fatta particolare menzione del successo ottenuto in tal senso dall’Imperatore Federico II Hohenstaufen) fu il riacquisto della giurisdizione sulla Terra Santa ed il conseguente possesso di Gerusalemme, rispettivamente simboli del recupero ontologico del Paradiso Terrestre nella prospettiva escatologica del compimento eterno della Gerusalemme Celeste.

Era questa ‘progredente’ (lat. progredior) disponibilità alla conformità col Logos ciò che faceva dell’Età di Mezzo l’epoca più ‘giustificata’ a realizzare l’annullamento dell’imminenza della Parousìa, risultando pertanto quale la più consona al miglior esercizio della funzione Regale Cavalleresca Imperiale.

Anche per tale motivo il Cavaliere guarda all’Età di Mezzo come l’epoca storica da cui ‘ripartire’ per ‘progredire, andar oltre, uscire’ dall’apostasia e riequilibrare nuovamente il rapporto di analogia tra la Giustizia terrena e Quella divina.

 

15)   Del carattere ‘SAPIENZIALE’ della CONOSCENZA Cavalleresca

Si è già avuto modo di sottolineare la correlazione che intercorre tra omologhia e Fede Santa, nonché con la ‘figliolanza’ del Cavaliere rispetto alla S. Vergine. Potremmo a questo punto indicare anche un terzo aspetto che viene ad essere ontologicamente modulato, in maniera diretta, nell’attuarsi dell’azione ‘omologhica’. Alludiamo alla ‘conoscenza’.

In verità, tutto ciò risulta implicito con quanto già precedentemente enunciato a proposito della qualità cavalleresca del silentium e della ‘mutezza’. Dal possesso di tale indole traspare infatti la consapevolezza, da parte del Cavaliere, della vacuità della razionalità come procedimento cognitivo, basato come essa è sulla quantitativa discorsività dialettica, che è sintomo di dispersiva ‘mutevolezza’. Essa razionalità si pone pertanto in totale opposizione con la pienezza qualitativa dell’omologhia, la quale implica invece un atteggiamento non di volontaristico e ideologicamente soggettivistico impiego delle facoltà del logos umano, bensì di una muta ed oggettivamente docile conformità di esso logos con il divino ed immutabile Logos; la cui natura risulta intimamente espressa, appunto, nella sapienzialità del proprio Mistero.

Alla luce del costituirsi della Cavalleria quale militia della Regalitas, non è dunque privo di importanza il tenere nella debita considerazione quale sia a sua volta il rapporto tra Sapientia e Regalitas (e quindi l’Imperatore), che si evince direttamente da quei passi biblici in cui Essa Sapienza così parla: “Ascoltate o Re…dal Signore vi è dato il potere e dall’Altissimo vi è affidata la sovranità: Egli esaminerà le vostre opere e scruterà i vostri disegni’ (Sap 6,1-3.); ovvero ancora: “…l’amore è osservare le Leggi di Lei, l’obbedire alle Sue Leggi è garanzia di incorruzione, e l’incorruzione ci avvicina a Dio: quindi il desiderio della Sapienza innalza al Regno. Se dunque, o reggitori di popoli, vi piacciono troni e scettri, apprezzate la Sapienza, per regnare in eterno” (Sap 6,18-21).

L’aspetto ‘conoscitivo’ del Cavaliere non può pertanto ridursi ad un’applicazione dei metodi e ad un’esplicitazione degli stessi entro gli ambiti appartenenti al profano ‘scientismo’; ma risultano piuttosto pertinenti alla cosiddetta ‘scienza sacra’, la quale si fonda su ben altri principi: sapienziali, simbologici e quindi sacrali. Da ciò consegue che la Conoscenza cavalleresca si configura come adesione conforme ad una vera e propria γ-νωσις, cioè a dire al ‘sacro intelletto, intendimento’. Questa è peraltro la vera accezione con cui va intesa la γνωσις, la ‘gnosi’; che è dunque ben altra cosa dall’eterodosso ‘gnosticismo’, con cui si indica invece un approccio conoscitivo al Mistero tutto ancora impregnato di ‘orgoglioso e cervellotico ego soggettivo’.

Il riferimento più sicuro per cogliere quale sia la vera natura della ‘gnosi’ ortodossa, è quanto dottrinalmente espresso dal padre Clemente Alessandrino.   

 

16)  L’HABITAT  più consono al Cavaliere

In quanto il CREATO esprime l’Ordine stabilito da Dio, il Cavaliere non può che aderire allo ius naturale, di cui riconosce la superiorità su qualunque diritto positivo (quest’ultimo, peraltro, per essere valido ed efficace deve necessariamente improntarsi a quello).

In virtù del rapporto di analogia che poi lega Dio (natura naturans) al Creato (natura naturata), è inevitabile allora che la relazione col Creato più consona al Cavaliere sia quella da lui instaurata negli ambienti naturali. La contemplazione del Creato raggiunge per lui il più alto grado di misticità – ed un conseguente maggior rapporto estatico con la divinità – in maniera direttamente proporzionale alla solitaria e selvaggia asprezza del luogo naturale in cui egli vive o sia da lui visitato, nonché all’estremizzata manifestazione (nel senso del valore qualitativo) dei fenomeni – vuoi meteorologici che biologici – che con esso risultano connessi. L’habitat più consono al Cavaliere, insomma, è dovunque egli possa misurare la tremenda e veneranda (= terribilis) potenza di Dio Creatore e riconoscerne la firma: fosse anche nei contesti interessati dalle calamità. E ciò per imparare a temerLo e rispettarLo, affrontando la durezza del Creato in quanto catartica sfida al proprio umano orgoglio ed alla propria superbia, nonché tempra per la propria fortezza.

Sempre studiando di, e come, porsi in perfetta sintonia col Creato, il Cavaliere ha imparato a vivere in esso intendendolo come qualcosa di sacralmente altro da sé, qualcosa di cui egli non è proprietario ma usufruttuario, qualcosa di cui quindi non è mai lecito abusare per fini egoistici. Per questo motivo egli è capace di amarlo veramente e quindi anche di effettivamente proteggerlo e tutelarlo. Alla luce di ciò il Cavaliere vive sempre la Natura come una generosa Madre e mai come una ostile Matrigna.

 

 

APPENDICE

Per meglio spiegare la connessione tra S. Vergine Maria e Natura Ghibellina è necessaria una riflessione di carattere ‘omologhico’ e ‘metastorico’.

Si suole riconoscere al termine ‘ghibellino’ la derivazione dal sostantivo tedesco ‘Weiblingen’ ovvero anche ‘Waibeling’ (latinizzato in ‘guaibelinga’), che era il nome del più importante castello appartenente al casato tedesco imperiale degli Hohenstaufen. A sua volta, tale ultima denominazione trae origine da Staufen, antica parola che significa ‘picco roccioso’. Oramai oggi in disuso, staufen designava nel Medioevo un’altura a forma conica, a ‘calice rovesciato’ (ex stouf); il suo significato è confluito poi in parte nel termine stufe, che traduce ‘gradino, grado, terrazza/roccia metallifera’. Sul monte Staufer era stato edificato il primo castello appartenuto al casato Hohenstaufen.

La medesima idea che vediamo riferita ad un ‘rilievo orografico’ risulta altresì rinforzata dalla prima parte del nome, Hohen, in quanto Höhe significa ‘sommità, elevazione, altezza’. Vi è tuttavia pure un riferimento ontologico di cui tener conto, dato che con il termine Hoheit si traduce ‘maestà, sovranità, nobiltà’.

Oltretutto, nella parte finale riconosciamo la presenza di -aufer, avverbio che traduce ‘verso l’alto’. Esso è una derivazione dalla radice ind.eur.  –AW che ha dato origine a parole inerenti tutte al significato di ‘aumentare, accrescere’ (lat. augeo). Il titolo di Augustus deriva dalla medesima radice; il ritrovarlo applicato in riferimento all’Imperatore allude alla peculiarità della sua funzione sacrale: ossia quella propria di ‘colui che fa accrescere, innalzare, ingrandire, arricchire, fecondare’.

In perfetta coerenza con tutto ciò, l’arabo aug traduce ‘altezza’. Ricordiamo pure il sost. ital. ‘auge’, nonché ‘augello’, con cui ci si riferisce all’‘animale del cielo’. Il gr. ayghè significa invece ‘splendore, luce’; così come aiglè. Ed a tal proposito è emblematico che l’ingl. aigle traduca ‘aquila’; la quale non solo è in simbologia l’ ‘uccello espressione della luminosa regalità celeste’, ma fu proprio l’emblema imperiale del casato degli Hohenstaufen.

In definitiva, Hohenstaufen sta ad indicare ‘gli Augusti Signori dell’alta e luminosa rocca di Staufer’!

Ma torniamo a ‘ghibellino’. Usualmente, tale termine viene fatto derivare dal grido di guerra elevato dai fautori degli Staufer (‘Hie Weibling’) contro la fazione avversa dei Welf (da cui: guelfi); e con esso si alludeva, come appunto dicevamo, a Waibeling, ovvero Weiblingen: il castello imperiale ove era nato Federico I, l’Imperatore Barbarossa.

In tedesco ‘ghibellino’ si traduce con gibellinish, che può leggersi quale unione di geben + Linie. Tale locuzione significa ‘dare, fornire, produrre, mettere in atto’ + ‘la linea, la guida, il regolo’. In tale modo viene evidenziata insomma quella che è la funzione propria del Potere Regale, di cui l’Impero rappresenta il detentore massimo: ossia ‘reggere, regolare, regolamentare, gestire secondo il diritto, etc.’.  Il ‘regolo’ è peraltro lo strumento adoperato per verificare la perfetta verticalità.

Il sost. ted. Giebel (cfr. l’ingl. gable), che con ‘ghibellino’ presenta un’esplicita assonanza, deriva dal lat. culmen e, con un senso ancora una volta in sintonia con tutto quanto anzidetto, significa ‘sommità’ ed anche ‘cuspide, frontone, colmo del tetto’.

Poiché la particolarità del ‘frontone’, così come della ‘sommità di un tetto’, consiste nella triangolarità della propria forma, non è dunque da ritenersi privo di relazioni con Giebel anche il termine semitico gebal. Infatti, dato che esso traduce ‘montagna’, oltre a presentare una spiccata similarità fonetica, esprime oltretutto anch’esso un esplicito rimando alla medesima forma triangolare. Quindi, anche alla ‘gerarchia’.

A sostegno di questo rimando linguistico che la radice *gbl comporta con la ‘montagna’, è possibile citare un ulteriore termine tedesco: Gipfel, che significa esattamente ‘cima, vetta, vertice’.

Ed a sostegno del fatto che tutto questo significato di ‘verticalità e culmine’ competa all’ideale ghibellino, lo esprime il fatto che il succitato lat. culmen – da cui deriva Giebel – si relaziona etimologicamente con columen, il quale termine non solo significa ‘sommità’, ma anche ‘colonna’. Abbiamo infatti già posto in risalto, a tal proposito, l’identificazione tra Augustus – e quindi l’Impero – ed il senso di ‘innalzamento, accrescimento’ insito nella radice -AW; senso che è  riconducibile proprio alla funzione architettonica svolta dalla ‘colonna’.

Alla luce di tutto ciò, dopo aver constatata l’intima relazione che lega tanto il termine ‘ghibellino’ quanto il nome ‘Hohenstaufen’ all’idea della ‘signorìa gerarchica’ nonché della ‘montagna’, va osservato come quest’ultima – per la sua ‘altezza’ e per il suo aspetto di ‘ciò che unisce la terra al cielo’ -, è stata simbologicamente accostata pure a Nostra Signora, la S. Vergine Maria, a seguito della riflessione patristica operata sulle Scritture profetiche.

In particolare si è tratto spunto dal passo di Dn 2,34 – in cui si parla di una ‘pietra staccata dalla montagna senza mano d’uomo’ -, per leggervi la prefigurazione della Sua Verginità nella maternità. E lo si è fatto pure con Is 2,2 – in cui si vaticina l’avvento di un ‘monte altissimo, sede del Tempio del Signore, che sarà elevato sulla cima di tutti gli altri monti’ -, per interpretarvi la sublime elezione e signorìa di Maria la Quale, grazie ai propri meriti, lambisce le soglie della divinità. Del resto, è nota la sovrapposizione simbologica tra la S. Vergine ed il monte Sion.

Non da ultimo, ad Ella è pure riferito il passo di Ger 31,23: ‘Ti benedica il Signore, splendore di giustizia e monte santo’, nel quale è interessante ravvisare l’accostamento tra S. Vergine e quella ‘giustizia’ che rappresenta per antonomasia la funzione propria della Regalità e quindi dell’Impero. Tale rapporto ‘giustizia-monte-regalità’ viene oltretutto ribadito in Sal 35,7: ‘La tua giustizia è pari ai monti eccelsi’; ed in Sal 71,1-3: ‘Dio, da’ al re il tuo giudizio, al figlio del re la tua giustizia; regga con giustizia il tuo popolo e i tuoi poveri con rettitudine. Le montagne portino pace al popolo e le colline giustizia’.

Maria è la Mediatrice tra Cielo e Terra, ed è spesso onorata del titolo di Scala Santa del Cielo; la qual cosa La pone pure in relazione col precedentemente indicato termine stufe – da Staufen -, il quale significa ‘gradino, grado’.

Proprio a riguardo della relazione S.Vergine-montagna-ghibellino, vediamo come nel termine Weiblingen possiamo riconoscere una componente data nella sua prima metà da Weib ovvero Weiblish, che traducono rispettivamente ‘donna, femmina’ e ‘femminile’; ed una componente, nella seconda metà, data da blink, ovvero blinde, che rispettivamente significano ‘scintillante, brillante, luminosa’ e ‘scintillare, segnalare con una luce’.

Tale ‘donna scintillante, che segnala con una luce’, altro non è che un ulteriore riferimento alla S. Vergine, nel proprio aspetto di ‘Stella Maris’ o di ‘Hodegetria’, ossia di ‘Colei che mostra il cammino come un faro’. Peraltro, la S. Vergine è accostata proprio ad un’Aquila in Ap 19,14; e ricordiamo ancora una volta quanto abbiamo già detto a riguardo del duplice rimando del termine aigle sia allo ‘splendore, luce’ che all’‘aquila’ stessa.

Volendo concludere queste necessariamente rapide osservazioni, dobbiamo ricordare che il Giebel, il ‘frontone’, è quell’elemento architettonico che incornicia il ‘timpano’, entro il cui ambito nei templi antichi si usava apporre l’immagine della divinità a cui lo stesso edificio sacro era dedicato.  Volendo dunque riconoscere alla S. Vergine la dignità di incarnare l’immagine prototipica della Sancta Ecclesia, non è improprio accostare Lei al Giebel dell’edificio templare della chiesa, appunto. Tale accostamento è emblematico alla luce anche del fatto che il frontone corona il ‘portale d’ingresso’ al tempio, e la S. Vergine, da parte Sua, è onorata con l’epiteto di Ianua Coeli, ‘Porta del Cielo’.

Non si trascuri di osservare ancora che il ‘timpano’, così chiamato perché era usualmente schermato con membrane animali, rimanderebbe allora proprio all’‘orecchio’ della S. Vergine. Ciò mantiene la sua significatività, in quanto la tradizione patristica afferma che la fecondazione da parte del Logos sia stata effettivamente comunicata attraverso l’organo dell’udito di Maria.

Non da ultimo, per completare questa disamina sui rapporti tra Nostra Signora ed il Giebel, si ricordi che quest’ultimo si presenta sempre come la giustapposizione di due triangoli rettangoli cosiddetti ‘sacri’. Con ‘triangolo sacro’ si intende quello base adoperato da Pitagora per stabilire l’omonimo teorema, e costruito su una relazione tra cateti ed ipotenusa pari a 3 : 4 : 5.

Non casualmente dunque tali stessi numeri, secondo la medesima successione, sono quelli che tradizionalmente stabiliscono i rintocchi per annunciare l’Angelus mariano, a ricordo del momento in cui il Logos ha fecondato la S. Vergine allorché ascoltò il saluto angelico.

Per finire, val la pena ricordare l’esistenza su territorio libanese dell’antichissima città di Gubla (oggi Jubayl), che dai Greci fu rinominata Byblos. Se risulta sorprendente che una città posta in riva al mare debba esser stata nominata Gebal, ossia ‘cresta montana’, risulta tuttavia coerente con le precedenti osservazioni che essa fu famosa per lo speciale culto riservato ad una divinità femminile di amore e fertilità: la dea Baalat Gebal, il cui nome significa ‘Signora, Regina, Padrona della Montagna’. E sappiamo che le valenze di tutte le divinità femminili, delle tradizioni precedenti il Cristo, sono provvidenzialmente confluite nella S. Vergine Maria.

In base a tutto ciò, non solo traspare in maniera più che evidente l’attinenza che sussiste tra la S. Vergine e la ‘Natura Ghibellina’, attraverso la simbologia della ‘montagna’; ma di codesta natura viene altresì ribadita e confermata la forte incidenza archetipica e metastorica!

Dunque, accanto all’Autorità Sacerdotale, in quanto funzione del Papato, il Potere Regale detenuto dal Sacro Romano Impero Ghibellino è parte, altrettanto necessaria e fondamentale, della Sancta Ecclesia di Cristo Signore (cfr. Prov 8,15; Rm 13,1).

 

 

Note:

[1]Voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale”.

[2] Alla parola theraps appartiene anche il senso di ‘cura medica, guarigione’ (vd. terapìa). Ciò ci permetterebbe di aprire tutta una serie di riflessioni sulle tradizionalmente riconosciute ‘doti taumaturgiche’ della Regalità; tuttavia, non essendo questa la sede opportuna, qui ci interessa averne fatto anche solo allusione.

[3]Portio mea Dominus dixi custodire legem tuam’, ossia: ‘Io elessi come mia porzione, Signore, di custodire/difendere/proteggere la tua legge’. Qui, con ‘portio’, si intende letteralmente la ‘ propria parte nel rapporto’.  Ancor più esplicita e completa è la versione in greco dei LXX, la quale adopera il sostantivo ‘μερις’; oltre al senso suddetto, esso infatti emblematicamente detiene anche quello di ‘fazione, classe politico-sociale’.

[4]Giudicami, Signore, secondo la mia giustizia’.

[5]Convertitevi a lui con tutto il cuore e con tutta l’anima, per fare la giustizia davanti a lui; e allora Egli si convertirà a voi e non vi nasconderà il Suo volto’  (Tb 13,6).

Ecco, io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui  ed egli con me’ (Ap 3,20).

‘Con la loro vita secondo Cristo, i cristiani affrettano la venuta del Regno di Dio, del Regno di Giustizia, di Amore e di Pace’ (Catechismo della Chiesa Cattolica, 2046).

[6] Per ‘retta’ va intesa propriamente l’azione del ‘rex’.

[7] Cfr. Mt 18,20 e 28,20; Lc 17,21 e 22,27; Gv 1,14 e 1,26.

[8] E’ in parte possibile riferire a tutto ciò anche la dottrina dei cosiddetti ‘Due corpi del Re’.

[9]Grida a piena voce, senza riguardo, fa risuonare la tua parola come una tromba; dichiara al mio popolo le sue  iniquità’.

[10]Beato chi hai scelto e chiamato vicino, abiterà nei tuoi atri…Con i prodigi della tua giustizia, tu ci rispondi, o Dio, nostra salvezza’.

[11] Sul ‘piccolo resto’ cfr. pure Is 11,11-16; 37,4-32; Ger 23,3-6; 31,7; 50,20; Ez 20,37; Mi 2,12-13; Sof 3,11-13; Zc 8,3-12.