L’ideale ghibellino tra archetipicità e metastoria, di Cosmo Intini

                                                               
  Castello di Hohenstaufen sul monte Staufer. Disegno del 1535.
(Archivio centrale di stato: Stoccarda)

 

Tramite le seguenti brevi osservazioni intendiamo porre in rilievo la pregnanza archetipica e metastorica dell’ideale “ghibellino”. Più che un’ideologia politica di carattere contingente, legata alla casualità di alcune databili vicende storiche medievali, noi riteniamo infatti che debba leggersi in esso qualcosa di molto più profondo.

Per meglio spiegare ciò ci avvarremo di un’indagine di tipo ‘antinominalistico’; nel senso che partiremo dal presupposto tradizionale secondo il quale le parole più sono originarie e più ‘sono quel che dicono’: non rappresentano insomma delle semplici convenzioni (flatus vocis).

 

Si suole riconoscere al termine ‘ghibellino’ la derivazione dal sostantivo tedesco ‘Weiblingen’, ovvero anche ‘Waibeling’ (latinizzato in ‘guaibelinga’), che era il nome del più importante castello appartenente al casato tedesco imperiale degli Hohenstaufen e dove peraltro nacque Federico I Barbarossa. A sua volta, la denominazione del casato trae origine da Staufen, antica parola che significa ‘picco roccioso’. Oramai oggi in disuso, staufen designava nel Medioevo un’altura a forma conica, a ‘calice rovesciato’ (ex stouf); il suo significato è confluito poi in parte nel termine stufe, che traduce ‘gradino, grado, terrazza/roccia metallifera’. Sul monte Staufer era stato edificato il primo castello appartenuto al casato Hohenstaufen.

La medesima idea che vediamo riferita ad un ‘rilievo orografico’ risulta altresì rinforzata dalla prima parte del nome, Hohen, in quanto Höhe significa ‘sommità, elevazione, altezza’. Vi è tuttavia pure un riferimento ontologico di cui tener conto, dato che con il termine Hoheit si traduce ‘maestà, sovranità, nobiltà’.

Oltretutto, nella parte finale riconosciamo la presenza di -aufer, avverbio che traduce ‘verso l’alto’. Esso è una derivazione dalla radice ind.eur.  –AW che ha dato origine a parole inerenti tutte al significato di ‘aumentare, accrescere’ (lat. augeo). Il titolo di Augustus deriva dalla medesima radice; il ritrovarlo applicato in riferimento all’Imperatore allude alla peculiarità della sua funzione sacrale: ossia quella propria di ‘colui che fa accrescere, innalzare, ingrandire, arricchire, fecondare’.

In perfetta coerenza con tutto ciò, l’arabo aug traduce ‘altezza’. Ricordiamo pure il sost. ital. ‘auge’, nonché ‘augello’, con cui ci si riferisce all’‘animale del cielo’. Il gr. ayghè significa invece ‘splendore, luce’; così come aiglè. Ed a tal proposito è emblematico che l’ingl. aigle traduca ‘aquila’; la quale non solo è in simbologia l’ ‘uccello espressione della luminosa regalità celeste’, ma fu proprio l’emblema imperiale del casato degli Hohenstaufen.

In definitiva, Hohenstaufen sta ad indicare ‘gli Augusti Signori dell’alta e luminosa rocca di Staufer’!

Ma torniamo a ‘ghibellino’.

Usualmente, tale termine viene fatto derivare dal grido di guerra elevato dai fautori degli Staufer (‘Hie Weibling’) contro la fazione avversa dei Welf (da cui: guelfi); e con esso si alludeva, come appunto dicevamo, a Waibeling, ovvero Weiblingen: il castello imperiale ove era nato Federico I, l’Imperatore Barbarossa.

In tedesco ‘ghibellino’ si traduce con gibellinish, che può leggersi quale unione di geben + Linie. Tale locuzione significa ‘dare, fornire, produrre, mettere in atto’ + ‘la linea, la guida, il regolo’. In tale modo viene evidenziata insomma quella che è la funzione propria del Potere Regale, di cui l’Impero rappresenta il detentore massimo: ossia ‘reggere, regolare, regolamentare, gestire secondo il diritto, etc.’.  Il ‘regolo’ è peraltro lo strumento adoperato per verificare la perfetta verticalità.

Il sost. ted. Giebel (cfr. l’ingl. gable), che con ‘ghibellino’ presenta un’esplicita assonanza, deriva dal lat. culmen e, con un senso ancora una volta in sintonia con tutto quanto anzidetto, significa ‘sommità’ ed anche ‘cuspide, frontone, colmo del tetto’.

Poiché la particolarità del ‘frontone’, così come della ‘sommità di un tetto’, consiste nella triangolarità della propria forma, non è dunque da ritenersi privo di relazioni con Giebel anche il termine semitico gebal. Infatti, dato che esso traduce ‘montagna’, oltre a presentare una spiccata similarità fonetica, esprime oltretutto anch’esso un esplicito rimando alla medesima forma triangolare. Quindi, anche alla ‘gerarchia’.

A sostegno di questo rimando linguistico che la radice *gbl comporta con la ‘montagna’, è possibile citare un ulteriore termine tedesco: Gipfel, che significa esattamente ‘cima, vetta, vertice’.

Ed a sostegno del fatto che tutto questo significato di ‘verticalità e culmine’ competa all’ideale ghibellino, lo esprime il fatto che il succitato lat. culmen – da cui deriva Giebel – si relaziona etimologicamente con columen, il quale termine non solo significa ‘sommità’, ma anche ‘colonna’. Abbiamo infatti già posto in risalto, a tal proposito, l’identificazione tra Augustus – e quindi l’Impero – ed il senso di ‘innalzamento, accrescimento’ insito nella radice -AW; senso che è  riconducibile proprio alla funzione architettonica svolta dalla ‘colonna’.

Alla luce di tutto ciò, dopo aver constatata l’intima relazione che lega tanto il termine ‘ghibellino’ quanto il nome ‘Hohenstaufen’ all’idea della ‘signorìa gerarchica’ nonché della ‘montagna’, va osservato come quest’ultima – per la sua ‘altezza’ e per il suo aspetto di ‘ciò che unisce la terra al cielo’ -, a seguito della riflessione patristica sulle Scritture profetiche è stata simbologicamente accostata pure alla S. Vergine Maria, Nostra Signora.

In particolare si è tratto spunto dal passo di Dn 2,34 – in cui si parla di una ‘pietra staccata dalla montagna senza mano d’uomo’ -, per leggervi la prefigurazione della Sua Verginità nella maternità. E lo si è fatto pure con Is 2,2 – in cui si vaticina l’avvento di un ‘monte altissimo, sede del Tempio del Signore, che sarà elevato sulla cima di tutti gli altri monti’ -, per interpretarvi la sublime elezione e signorìa di Maria la Quale, grazie ai propri meriti, lambisce le soglie della divinità. Del resto, è nota la sovrapposizione simbologica tra la S. Vergine ed il monte Sion.

Ella è la Mediatrice tra Cielo e Terra, ed è spesso onorata del titolo di Scala Santa del Cielo; la qual cosa La pone in relazione col precedentemente indicato termine stufe – da Staufen -, il quale significa ‘gradino, grado’.

Proprio a riguardo della relazione S. Vergine-montagna-ghibellino, vediamo come nel termine Weiblingen possiamo riconoscere una componente data nella sua prima metà da Weib ovvero Weiblish, che traducono rispettivamente ‘donna, femmina’ e ‘femminile’; ed una componente, nella seconda metà, data da blink, ovvero blinde, che rispettivamente significano ‘scintillante, brillante, luminosa’ e ‘scintillare, segnalare con una luce’.

Tale ‘donna scintillante, che segnala con una luce’, altro non è che un ulteriore riferimento alla S. Vergine, nel proprio aspetto di ‘Stella Maris’ o di ‘Hodegetria’, ossia di ‘Colei che mostra il cammino come un faro’. Peraltro, la S. Vergine è accostata proprio ad un’Aquila in Ap 19,14; e ricordiamo ancora una volta quanto abbiamo già detto a riguardo del duplice rimando del termine aigle sia allo ‘splendore, luce’ che all’‘aquila’ stessa.

Volendo concludere queste necessariamente rapide osservazioni, dobbiamo ricordare che il Giebel, il ‘frontone’, è quell’elemento architettonico che incornicia il ‘timpano’, entro il cui ambito nei templi antichi si usava apporre l’immagine della divinità a cui lo stesso edificio sacro era dedicato.  Volendo dunque riconoscere alla S. Vergine la dignità di incarnare l’immagine prototipica della S. Chiesa, non è improprio accostare Lei al Giebel dell’edificio templare della Sancta Ecclesia. Tale accostamento è emblematico alla luce anche del fatto che il frontone corona il portale d’ingresso al tempio, e la S. Vergine, da parte Sua, è onorata con l’epiteto di Ianua Coeli, ‘Porta del Cielo’.

Non si trascuri di osservare ancora che il ‘timpano’, così chiamato perché era usualmente schermato con membrane animali, rimanderebbe allora proprio all’‘orecchio’ della S. Vergine. Ciò mantiene la sua significatività, in quanto la tradizione patristica afferma che la fecondazione da parte del Logos sia effettivamente avvenuta attraverso l’organo dell’udito di Maria.

Non da ultimo, per completare questa disamina sui rapporti tra Nostra Signora ed il Giebel, si ricordi che quest’ultimo si presenta sempre come la giustapposizione di due triangoli rettangoli cosiddetti ‘sacri’. Con ‘triangolo sacro’ si intende quello base adoperato da Pitagora per stabilire l’omonimo teorema, e costruito su una relazione tra cateti ed ipotenusa pari a 3 : 4 : 5.

Non casualmente dunque tali stessi numeri, secondo la medesima successione, sono quelli che tradizionalmente stabiliscono i rintocchi per annunciare l’Angelus mariano, a ricordo del momento in cui il Logos ha fecondato la S. Vergine attraverso  il Suo ascolto del saluto angelico.

Per finire, val la pena ricordare l’esistenza su territorio libanese dell’antichissima città di Gubla (oggi Jubayl), che dai Greci fu rinominata in Byblos. Se risulta sorprendente che una città posta in riva al mare debba esser stata nominata Gebal, ossia ‘cresta montana’, risulta tuttavia coerente con le precedenti osservazioni che essa fu famosa per lo speciale culto riservato ad una divinità femminile di amore e fertilità: la dea Baalat Gebal, il cui nome significa ‘Signora, Regina, Padrona della Montagna’. E sappiamo che le valenze di tutte le divinità femminili, delle tradizioni precedenti il Cristo, sono provvidenzialmente confluite nella S. Vergine Maria.

In base a tutto ciò non solo traspare in maniera più che evidente l’attinenza che, attraverso la simbologia della ‘montagna’, sussiste tra S. Vergine e l’‘Ideale Ghibellino’; ma di quest’ultimo viene altresì ribadita e confermata la forte incidenza archetipica e metastorica!

Accanto all’Autorità Sacerdotale, in quanto funzione del Papato, il Potere Regale detenuto dal Sacro Romano Impero Ghibellino fa dunque parte, in maniera altrettanto necessaria e fondamentale, della S. Chiesa di Cristo Signore (cfr. Prov 8,15; Rm 13,1).

Forse che l’odierna crisi della Chiesa sia collegata con la latenza dell’Impero?

Noi riteniamo di sì!