La trilogia dei “romanzi cattolici” di Joris-Karl Huysmans

J.K.Huysmans e l’abate Mugnier

 

Joris-Karl Huysmans: La trilogia cattolica dei “romanzi liturgici”.

 

Perché il caso di Joris-Karl Huysmans (1848-1907), scrittore e critico d’arte, è per noi emblematico?

Inizialmente pupillo di Zola e seguace della corrente del Naturalismo, capofila dell’Estetismo decadente nonché ispiratore dei personaggi dei romanzi di Oscar Wilde e Gabriele D’Annunzio, la sua vicenda artistico-personale non solo si pone in evidenza per la rinnovata conversione al cattolicesimo, guadagnata dopo un primo periodo della propria vita trascorso all’insegna della estrema dissolutezza e del rigetto totale della pratica della fede; ma anche perché, oltre a fornire una testimonianza attenta ed estrema del malessere e del degrado della società borghese della Francia di fine ‘800, denuncia quanto già la religiosità cattolica di quell’epoca, oramai avviatasi verso l’afflosciamento emotivistico e la perdita dei virili e solenni valori della tradizione antica, rischiasse sempre più di non riuscire a porsi quale baluardo contro l’incipiente attacco frontale di stampo massonico e laicista. Prodromi i cui esiti li abbiamo oggi pienamente sotto gli occhi.

 

À rebour del 1884 (titolo tradotto in italiano con A ritroso o anche Controcorrente) rappresenta il primo successo editoriale di Huysmans precedente alla conversione, e costituisce già una prima “rottura”, seppur solo artistica, col passato, ossia col Naturalismo vero e proprio. In tale romanzo le qualità letterarie, l’estetismo, l’erudizione e le stravaganze di Huysmans si combinano in un tentativo di dare un senso alla propria esistenza costruendone una tutta artificiale, in un ambiente altrettanto artificiale plasmato dal genio estetico dello scrittore, il quale si isola e chiude le porte a un mondo che lo disgusta, basato solo su utilità e profitto, e si dedica a costruire un microcosmo a sua immagine: lo arreda con gusto ricercato e sofisticatissimo attraverso piante rare, pietre preziose, profumi rari, opere d’arte e libri dal tocco esotico e dal profondo significato simbolico, che solo il protagonista poteva cogliere e ordinare nel proprio mondo interiore, per soddisfare così il suo inesausto desiderio del bello. La vita esterna e di relazione, invece, è praticamente nulla e volta alla più completa dissolutezza. Des Esseints, il protagonista del romanzo che altri non è se non l’autore stesso, passa dai piaceri carnali a quelli procurati dall’assistere alle pompe della liturgia cattolica, coi suoi inni antichissimi e lo splendore del canto gregoriano ben eseguito, intendendoli non come due poli “spirituali” che si oppongono, ma come due momenti diversi di un unico piacere da assaporare. Ma tutto ciò non può durare a lungo e il contrasto comincia a manifestarsi. Non può durare a lungo neppure questo artificioso stile di vita: la nevrosi dilaga e il medico lo rispedisce dalla periferia, dove si era sistemato creando il suo mondo artificiale, a Parigi. E con la nevrosi lo scavo intellettuale e interiore di Huysmans, grandissimo peccatore, misantropo ma uomo di intelligenza acuta e mai banale, snob ma non radical chic, prosegue, e sebbene ancora sordo ai richiami di una formazione religiosa – che aveva ricevuto da ragazzo per poi rigettarla come “infantile” – l’opera della Grazia comincia poco alla volta a insinuarsi nella sua anima ferita: e ciò proprio attraverso la bellezza della mistica, del canto e della liturgia. Emblematico rimane il commento del critico Barbey d’Aurevilly dopo il successo di À rebour: «Dopo un libro simile all’autore non resta che una scelta: o la canna di una pistola o i piedi della croce».

 

Nel successivo Là-bas (in italiano: Laggiù o L’abisso), scritto nel 1891 e vero best seller dell’epoca, la malsana curiosità dello scrittore, intrisa di sensualità, sollecitato dagli studi che sta compiendo su Gilles de Rais (luogotenente di santa Giovanna d’Arco e caso clamoroso di mostruosa violenza pedofila associata a pratiche satanistiche) sente il bisogno di esplorare il mondo dell’occultismo e del satanismo, dove sesso e spiritualità rovesciata si incontrano, e dal cui squallore malefico pure un peccatore del suo calibro si sente scosso. Quell’esperienza estrema, raccontata nel romanzo, diviene infatti un provvidenziale choc: non solo per il suo nuovo alter ego romanzesco, Durtal, ma soprattutto per Huysmans stesso.

E’ proprio a seguito del successo di Là-bas che egli approderà alla fede, avvertendo il bisogno di una purificazione dalla stanchezza e dalla nausea. Huysmans si rende pienamente conto, insomma, che per riuscire ad evadere dalla propria fogna non doveva che dar finalmente sfogo a quel sin lì ancora non pienamente consapevolizzato suo desiderio di credere, manifestatosi appunto attraverso il profondo interesse per la liturgia, la mistica, l’arte.

I suddetti due romanzi sono dunque premessa per il suo approdo a Dio; tant’è che egli così scriverà nella Prefazione dell’autore scritta vent’anni dopo, per l’edizione di À rebour del 1904: «La Provvidenza mi fu misericordiosa e la S. Vergine fu buona con me».

Huysmans era stato in effetti sempre attratto dal Cattolicesimo, ma solo per l’aspetto estetico: la dottrina, non meno che ai suoi illustri contemporanei, come dicevamo, gli appariva “infantile”. Tuttavia, qualcosa muta quando comincia ad incontrare e frequentare alcuni ecclesiastici dei quali apprezza l’intelligenza e la cultura. E’ infatti dopo un colloquio con l’abate Mugnier, il quale lo invita a trascorrere un periodo nella Trappa d’Igny, che Huysmans, dapprima recalcitrante, alla fine accetta l’esperienza della vita monastica grazie alla quale egli riuscirà a mettere completamente a nudo la propria anima. La vita a contatto con questi silenziosi monaci, e con la pratica quotidiana del loro ufficio divino, lo risana pur in mezzo a tormenti spirituali, scrupoli e tentazioni, che egli descrive magistralmente e con finissima introspezione spirituale e psicologica, al punto da rendere la lettura di questa opera consigliabile a tutti, ma particolarmente ai neoconvertiti.

 

Con En route (1895) (in italiano: Per strada) Huysmans inaugura finalmente quel genere di scritto apologetico definito in seguito ‘romanzo liturgico’. Il romanzo ebbe grandissimo successo e fu il primo della cosiddetta ‘trilogia cattolica’, assieme ai successivi La Cathédrale (1898) e L’Oblat (1903). Dei vecchi lavori mantiene sempre l’uso di introdurre personaggi, luoghi e vicende fittizie, ma che sono in effetti ben reali. Huysmans vi racconta insomma, in maniera autobiografica, la propria conversione, la sua esperienza cattolica ed il suo ingresso tra i benedettini come Oblato.

In questi suoi nuovi romanzi, che segnano la svolta cattolica del Nostro, permangono parimenti lo stile precedente, la sua enorme erudizione e ovviamente tutti i suoi interessi: sebbene, stavolta, ordinati non più a comporre solipsisticamente il suo habitat come proiezione di sé sulle cose, ma ordinando sé stesso e le cose con la fede. Questa è una grande lezione da imparare da Huysmans: diventare cattolici non significa buttare via niente, neanche delle realtà terrene. Significa invece collocarle al loro giusto posto, nell’ordine trascendente che queste devono avere in rapporto a noi e a Dio.

Attraverso la contemplazione estetica, soprattutto attuata su modelli sobri e solenni quali il canto gregoriano e l’arte cistercense, egli raggiunge così veramente il senso religioso di ciò che contempla.

La pubblicazione di En route gli vale tuttavia non solo gli attacchi degli anticlericali laicisti (facenti parte tanto del suo precedente pubblico di fans colti ed eruditi, quanto dei suoi ex colleghi e compagni letterati), ma anche addirittura di molti cattolici benpensanti (i quali a loro volta dubitano della sincerità della conversione di un soggetto simile). Seppur convertito e comunque sempre animato da buone intenzioni, Huysmans non risparmia infatti pungenti sarcasmi su sacerdoti ed anime pie. Nel criticare ad esempio una cattolicità che egli ritiene eccessivamente “consolatoria e sentimentale”, così egli scrive: «Il cattolico, con l’aiuto del suo clero e il soccorso della sua letteratura imbecille e della sua stampa inetta, ha fatto della religione un feticismo da selvaggio intenerito».

In verità, il suo è mero disprezzo per il banale, per il mediocre, per lo sciatto e per il devozionismo puerile; tratti questi, dunque, già ampiamente presenti nel mondo cattolico del suo tempo e da parte dei quali egli sente quasi venir perpetrata una sorta di violenza: non solo e non tanto contro sé stesso, quanto contro la grandezza e la bellezza di quella religione che lo aveva rapito e strappato alle tenebre. Ad ogni modo, l’onestà e la sincerità di tale sua fede, “avulsa dai mezzi termini”, viene ben compresa soprattutto da quei tre colti e degni ecclesiastici che sempre lo difesero e sempre gli rimasero amici: gli abati Mugnier e Ferret, oltre che Klein.

Nel romanzo En route cogliamo uno dei motivi che fanno di Huysmans un acuto premonitore delle défaillances che caratterizzeranno la Chiesa a venire. Egli si trova infatti davanti alla questione della sofferenza e al dolore innocente; ma proprio qui scopre la dottrina cattolica della sostituzione che dà alla sofferenza, se offerta in unione con la sofferenza di Cristo, un valore espiativo, riparatorio al male proprio e altrui, e quindi, proprio come la sofferenza di Cristo, assumente un valore santificante e redentivo per sé e per gli altri. Dato, questo, che lo conduce ad apprezzare quegli ordini contemplativi, di cui già allora si cominciava a non cogliere più l’utilità, i quali nella preghiera continua e nella mortificazione anche della carne si accollano l’onere della riparazione dei peccati altrui.

 

Huysmans, comunque, rimane all’epoca un convertito ancora molto tormentato da dubbi, tentazioni, indecisioni. Si reca allora a Chartres per studiarne la Cattedrale che gli si presenterà come un’immagine della Città di Dio. Tale esperienza gli ispira, nel 1898, il suo secondo “romanzo liturgico”: La Cathédrale, il cui protagonista rimane l’alter ego Durtal.

Il significato di fondo di quest’opera traspare dalle seguenti parole: «Il Medioevo che sapeva che su questa terra tutto è segno, tutto è figura, che il visibile intanto vale in quanto rivela l’invisibile, il Medioevo che non era affatto schiavo delle apparenze come lo siamo noi, studiò profondamente questa scienza (il simbolismo) e la fece magazziniera e serva della mistica». E’ ne La Cathédrale, inoltre, che comincia ad apparire con sempre maggior chiarezza la profonda devozione mariana di Huysmans: se Chartres è un insieme armonico che canta la gloria di Dio, ebbene di questo canto la S. Vergine è la nota più alta, che a tutto conferisce leggerezza e serenità.

Anche in questo romanzo compare l’aspetto premonitore ed attualissimo del Nostro, laddove descrive con parole commoventi la partecipazione sentita del popolo cristiano, anche quello più minuto e meno colto, alla realtà della liturgia cattolica. Oggi, a distanza di oltre un secolo, e proprio dopo aver letto le descrizioni di Huysmans, fa veramente impressione che, in nome della “actuosa participatio”, sia stata smantellata questa meravigliosa opera di culto, la liturgia antica, voluta da Dio e offerta a Dio.

 

Huysmans pensa sempre alla vocazione monastica, seppure la sua vocazione rimane quella laicale di artista e letterato. Come mettere a beneficio della sua vita spirituale e a vantaggio della Cristianità questi suoi talenti? Nel 1898 si licenzia dall’impiego che ricopriva presso il Ministero della Difesa e godendo di una buona pensione acquista un terreno a Ligugé, a ridosso del monastero benedettino di cui diverrà finalmente Oblato secolare, come appunto da titolo dell’ultimo romanzo della trilogia, scritto nel 1903: L’Oblat.

Ligugè è nella parte centro-occidentale della Francia, ma Huysmans invia il suo personaggio protagonista dalla parte opposta, in Borgogna, presso un monastero benedettino nella Val des Saints, vicinissima a Digione (la qual cosa darà modo all’autore di sciorinare la propria erudizione artistica sulla città). Qui, vivendo nella quotidiana partecipazione ai vari momenti dell’ufficio liturgico monastico che scandisce la giornata, nonché costituisce lo sfondo e il senso attorno nel quale muove l’intero romanzo, Durtal raggiungerà il culmine del suo percorso spirituale venendo alfine ammesso come Oblato secolare nella famiglia benedettina. In questo ingresso c’è ovviamente l’idea della propria santificazione attraverso la via monastica (seppur da laico), ma c’è anche qualcosa di più: un ambizioso progetto teso a riportare alla sua grandezza l’arte cristiana a beneficio della Chiesa e per la rinascita della Cristianità.

Tale progetto doveva vedere come protagonisti piccole pattuglie di uomini di talento che, in qualità di Oblati, avrebbero dovuto vivere in piccole comunità attorno a un monastero e sotto la direzione spirituale di una abate, legati attraverso essenziali pratiche della preghiera comunitaria e di momenti di vita in comune capace di produrre una comune spiritualità nella quale il talento individuale potesse dispiegarsi per riscoprire ed esaltare quella bellezza artistica che la religione del Vero deve necessariamente possedere per attirare ed elevare le anime attraverso il Bello.

Un progetto importante volto ad innalzare ed educare gli spiriti e le anime, un progetto significativo ed esattamente agli antipodi della mediocritas (quando va bene) che caratterizza le strategie pastorali odierne. Il Bello, qui, è via e partecipazione del Vero e quindi al servizio della Fede; e l’arte (ogni tipo di arte) torna ad avere una funzione pedagogica, come la ebbe nel Medioevo, di elevazione spirituale e intellettuale. Siamo però alla vigilia dell’espulsione delle Congregazioni dal suolo di Francia, avvenute alla fine del 1901 per mano di un governo radicale e massonico.

Ne L’Oblat vi sono brevi passaggi sulla materia politica che fanno di Huysmans un personaggio caratterizzato dall’unpolitically correct. Infatti la sua valutazione dei politici cattolici è caustica, descrivendoli come ipocriti, moralisti e codardi – non meno di quelli di oggi – così come è interessante la sua lettura del caso Dreyfus: un errore giudiziario, vero, che il demonio attraverso le sinistre, gli ebrei e i massoni ha ritorto contro il cattolicesimo per sopraffarlo. Altrettanto interessante la sua considerazione autocritica su come noi cattolici, nel corso dei secoli, abbiamo fatto pessimo uso dell’autorità negando agli altri la libertà, al punto che adesso ci si volge contro e ci ritroviamo a pagare il conto: un tiranno come Waldeck-Rousseau, scrive, oggi sembra sempre più accettabile di un cattolico.

Altro elemento della nostra storia su cui riflettere, perché l’apologetica non è cieca e non nega i fatti.

Huysmans ha moltissimo da dire all’uomo, al cattolico e alla Chiesa di oggi. Egli è già un uomo postmoderno, uomo che incorpora i giudizi ostili al cristianesimo della modernità e al contempo vive ripiegato su se stesso, senza l’attrattiva delle grandi ideologie. Ma quest’uomo, come quello odierno, viene vinto dalla noia e scivola in malattie depressive che ne inficiano il senso e il gusto di vivere. Egli dimostra che la fede è il più potente ed efficace antidepressivo esistente. Ma quella che egli ha trovato è ancora una fede solida e profonda. E soprattutto, è puntellata da una liturgia maestosa e sentita veramente come opera divina, curata nel dettaglio del canto e delle rubriche proprio perché opera sacra, fatta da nessuno e costruita misteriosamente nel corso dei secoli, pur nelle sue piccole imperfezioni da sistemare. Nella bellezza, nella solennità, nella profondità dell’arte sacra, inquadrata nel contesto liturgico, Huysmans trova il modo di vivere misticamente il suo rapporto con Dio. Dai suoi interessi estetici, dalle sue migliori inclinazioni naturali la Grazia è partita per operare il miracolo della conversione. Conversione eclatante di una persona particolarmente intelligente e dotata che non poteva non avere un benefico riflesso a cascata e nel tempo sulle tante persone che a distanza pure di più di un secolo, come sta accadendo, lo avrebbero letto.

In un contesto come è purtroppo quello odierno, segnato da un rito espressione di una mentalità abbastanza piatta e orizzontale (anche se per merito della Provvidenza dal 2007 l’antico rito è tornato a essere celebrato fuori dalle catacombe, pur in ristrette frange del cattolicesimo), da canti che è impossibile definire “liturgici”, da una totale trascuratezza per l’elemento estetico e quello dottrinale, dal trionfo voluto di una banalità che dissala il sale della terra, da una oramai quasi totale assenza di ogni senso della trascendenza, Joris-Karl Huysmans si erge allora quale esemplare monito per il cattolico che, smarritosi in una totale decadenza invero non più solo sociale ma questa volta anche religiosa ed ecclesiale, cerchi la ragione e la via per non perdere la propria fede. 

Liberamente tratto da PIERO MAINARDI, Huysmans, come vivere misticamente il rapporto con Dio , Corriere Letterario, 08 Marzo 2017 e adattato dalla Redazione.

 

Attualmente, dei tre “romanzi liturgici” di J.K.Huysmans, l’unica edizione in italiano è la seguente:

JORIS-KARL HUYSMANS, L’oblato, D’Ettoris Editori, Crotone 2016, pp.396.