I mosaici del Triclinium Leoninum, di Cosmo Intini

Si è molto discusso sul significato ideologico-politico-religioso posseduto dai mosaici che, voluti da Papa Leone III verso l’anno 800, a tutt’oggi decorano quanto rimane del Triclinium Leoninum, presso la Basilica Lateranense a Roma. Esso viene fatto usualmente coincidere con l’obiettivo del Papato di affermare e legittimare il possesso sia dell’Autorità spirituale che del Potere temporale; dando così peraltro il via, sin da quell’epoca, al processo che cinque secoli dopo sarebbe sfociato nella pretesa pontificia – sull’Impero – della cosiddetta plenitudo potestatis.

In realtà, ad una analisi più attenta dei soggetti riproposti dai suddetti mosaici stessi – come andremo tra breve a verificare – tale interpretazione “teocratica” pare non reggere affatto. Oltretutto, tanto il movente della loro realizzazione, concomitante con l’incoronazione di Carlo Magno ad Imperatore, quanto la committenza del Papa, che proprio di tale incoronazione fu il promotore, non possono che ancora appartenere a “tempi non sospetti”: ben lontani, cioè, da quel periodo che va dalla fine del sec. XI agli inizi del sec. XIV, durante il quale il crescendo della contrapposizione Papato-Impero, a riguardo del riconoscimento della relativa supremazia gerarchica, si manifestò in maniera sempre più conflittuale fino a raggiungere il proprio estremo culmine.

In definitiva, ci pare evidente quanto tale lettura sia, una volta di più, difettosamente condizionata soprattutto dal permanere di quelle mal comprensioni e di quegli equivoci che, ormai da secoli, si sono andati sempre più radicando in merito al tema concernente quali siano, e debbano effettivamente essere, i rapporti ontologici e giurisdizionali reciprocamente caratterizzanti le funzioni del Sacerdotium e della Regalitas: che è poi voler dire, appunto, il Papato e l’Impero, con la cui unità la Chiesa raggiunge e mantiene il proprio status di integralità.

 

Il Triclinium Leoninum, ora posizionato all’esterno a pochi passi dalla Basilica di S. Giovanni, era in origine il catino absidale posto all’interno di una vasta sala. Questa, adibita ai ricevimenti diplomatici e a banchetti di rappresentanza, faceva parte integrante del cosiddetto Patriarchium Lateranense: l’antico palazzo del Pontefice che, all’epoca, assumeva la forma e le dimensioni di una vera e propria cittadella fortificata.

L’inizio delle vicissitudini che hanno condotto il manufatto ad assumere l’attuale fisionomia è legato al forzato esilio avignonese dei Papi, durante il quale il Patriarchium, e con esso la sala del Triclinium, caddero in progressiva rovina. Il declino continuò anche quando nel 1377 Gregorio XI riportò la Santa Sede a Roma, in quanto scelse di andare definitivamente a vivere nei Palazzi Vaticani. Il complesso giunse così ad uno stato di totale degrado; fino a che alla fine del ‘500, durante il pontificato di Sisto V, nell’ottica di una totale renovatio urbanistica di Roma si decise di abbattere gran parte del Patriarchium, per edificare quello che è rimasto l’odierno palazzo Lateranense.

Da tali demolizioni si salvarono soltanto alcune parti, tra le quali spicca appunto il catino absidale; e ciò tanto a motivo della preziosità dei suoi mosaici, quanto per la pregnanza dei significati simbolici “teocratici” che si pretendeva ormai indubitabilmente di riconoscere loro.

Nei secoli successivi i mosaici risultarono fortemente danneggiati, ma furono restaurati dal cardinale Barberini rispettando l’aspetto originario, grazie alle riproduzioni conservate nella biblioteca vaticana. Si giunse finalmente al 1743, quando, per volere di Benedetto XIV, i mosaici del Triclinium furono definitivamente spostati nell’attuale collocazione (sul fianco meridionale del Santuario della Scala Santa),  in una ricostruzione muraria di stile neoclassico.

Ma è giunto il momento di passare all’analisi dei mosaici.

 

Nel catino posto al centro dell’abside è raffigurato il Cristo benedicente, circondato dagli Apostoli: sei alla sua sinistra e cinque a destra, mancando Giuda. Va osservato che qui, in quanto il vuoto lasciato dal traditore viene colmato dal panneggio svolazzante di S. Pietro, il quale si ritrova peraltro posizionato immediatamente accanto al Signore, in pratica si intende contestualmente esprimere anche il suo primato sugli altri discepoli. Tale prerogativa è oltretutto rinforzata iconograficamente non solo dalla postura assunta dalle sue gambe, differente rispetto a quella di tutti gli altri, ma altresì per il suo impugnare una croce, un Pallium sacerdotale e le Chiavi del Regno dei Cieli (cfr. Mt 16,19).

Come si desume dalla scritta collocata sotto il mosaico: «Docete omnes gentes baptizantes eos in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti…et ecce ego vobiscum sum omnibus diebus usque ad consummationem saeculi»[1], in tale rappresentazione è puntualizzata la missione della Chiesa, la quale si incarna in S. Pietro stesso. Infatti, fine della missione apostolica è quello di ammaestrare tutte le genti ed amministrare i Sacramenti, seguendo sempre il Vangelo, che Cristo tiene in mano, e nel quale c’è scritto: “Pax vobis”.

La seconda scritta, posta in alto lungo l’arco del catino absidale, riafferma questo dono di “pace” indirizzato alla Chiesa dei battezzati, riportando a sua volta il passo evangelico: «Gloria in excelsis Deo et in terra pax hominibus bonae voluntatis»[2].

 

Passando ad osservare adesso, a destra, l’estradosso dell’arcone (sulla sinistra per chi guarda il Triclinium), si può vedere Cristo in trono che affida a S. Pietro le Chiavi e a Costantino il Vexillum nella variante militare anticamente denominata bandon[3].

Qui vanno avanzate subito alcune precisazioni.

Mancando un’indicazione scritta che attesti l’identità del personaggio inginocchiato alla destra di Cristo Signore (sinistra per chi guarda), come invece accade in tutti gli altri casi, ad alcuni è parso di riconoscere in tale figura sacerdotale il Papa S. Silvestro I. Ciò verrebbe giustificato dal fatto che l’altra figura, inginocchiata alla sinistra di Gesù (destra per chi guarda), è invece esplicitamente riconosciuta dal titulus per essere l’Imperatore Costantino, a lui contemporaneo.

Ma le cose non starebbero propriamente così, e ciò per vari motivi.

Innanzitutto notiamo come qui il Signore sia colto nell’atto di porgere a tale personaggio le Chiavi del Regno dei Cieli: il che risulterebbe costituirsi dunque come una sorta di ulteriore esplicitazione di quanto già raffigurato nel catino absidale. Si potrebbe però certamente obiettare come Silvestro, in quanto Papa, sia comunque il successore di Pietro, raccogliendone pertanto tutte le prerogative. Tuttavia, dal titulus che lo sovrasta, notiamo come Costantino qui non venga nominato Imperator bensì Rex, la qual cosa stride con l’effettiva dignità da quest’ultimo storicamente posseduta.

In definitiva, a noi sembra che qui si faccia esplicita allusione piuttosto alle due funzioni, Sacerdotale e Regale, possedute da Cristo in maniera archetipica, metastorica: ossia secondo l’ordine di Melchisedec[4]; in maniera tale che, pur non essendo cronologicamente contemporanei, i due personaggi S. Pietro e Costantino vengono qui fatti convergere, per impersonare rispettivamente, in via appunto metatemporale, il prototypus del Sacerdotium e della Regalitas. In effetti, essi sono l’uno il primo Papa e l’altro il primo Imperatore dell’era cristiana.

La metatemporalità e metastoricità della scena, oltre che dalla presenza di Cristo in persona, assiso in trono, viene altresì esplicitata dal fatto che sia S. Pietro che Costantino sono raffigurati con abiti medievali e non in foggia romana, come avrebbe dovuto essere se si fosse voluto effettivamente rispettare la completa adesione storica.

Accanto a tutto ciò, quale ulteriore precisazione, va nuovamente sottolineata la determinante circostanza secondo cui, a Costantino, il Vexillum viene affidato nelle sue mani “direttamente da Cristo”.

Intanto, anche questo particolare depone per un’interpretazione puramente metatemporale del mosaico, inerente cioè all’espressione di “principi” piuttosto che di applicazioni storiche. Infatti la Regalitas, in quanto eminente dignità che è propria del Signore – accanto al Sacerdotium – non può non considerarsi che munus “direttamente proveniente da Lui”: sono noti i diversi passi biblici (neo e veterotestamentari) che si esprimono in tal senso[5], e l’affidamento del Vexillum da parte del Signore, direttamente nelle mani di Costantino, non può che essere in linea con essi.

In verità, la necessità dell’intervento sacerdotale, trattandosi dell’attuazione di un rito, non può dunque essere interpretata quale legata alla trasmissione operata dal Sacerdotium dello specifico Potere Regale – come esso è giunto a pretendere – in quanto questo non gli appartiene; ma solamente come l’esigenza di operare sacramentalmente un suo “riconoscimento”, un suo “avallo” che garantisca e legittimi “spiritualmente” l’effettiva avvenuta acquisizione del sacrale munus Regale da parte dell’Imperatore. E tale significato, come vedremo tra breve, verrà posto a tema nel terzo ed ultimo mosaico.

Da questo punto di vista è quindi altresì coerente col significato anzidetto, confermandone la giusta e corretta adesione ad esso, il fatto che entrambi i personaggi inginocchiati, titolari rispettivamente dell’Autorità Sacerdotale e del Potere Regale, siano raffigurati come detentori di una pari dignità rispetto al Cristo, in quanto posti allo stesso livello nonché rappresentati con figure della stessa dimensione.

Non da ultimo, va notato che il Vexillum presenta delle forti analogie interne, simbologiche, col labarum costantiniano, legato alla sua vittoria contro Massenzio nella battaglia di Ponte Milvio. Due sono gli elementi che caratterizzavano l’insegna imperiale costantiniana:

  1. a) il chrismon, ovvero un antico simbolo solare costituito da una croce a “sei braccia” inscritta in un cerchio, che assunse il significato di “monogramma di Cristo”, ovvero come la combinazione delle due lettere greche I e X, iniziali del nome Iesous Xristos, sovrapposte fra di loro;
  2. b) ed il riferimento alla “vittoria militare”, dato che, come è noto, il chrismon apparve a Costantino in visione, inserito nel sole e con la prodigiosa scritta: In hoc signo vinces.

Orbene, osservando il Vexillum che compare nel mosaico, notiamo come esso contenga proprio “sei medaglioni”, che presentano le fattezze del simbolo astronomico del “sole”, alternati ad una serie di “gigli araldici”, notoriamente simbolo legato alla Regalitas. Il simbolo del “giglio”, anch’esso legato per il tramite del proprio geroglifico alla “senarietà”, ricomparirà peraltro nel terzo mosaico quale lancia apicale del Vexillum lì raffigurato, mentre in questo mosaico è sormontato da una croce.

E’ un peccato che, al di sotto del mosaico che stiamo esaminando, manchi l’epigrafe che molto presumibilmente doveva occupare la sottostante lapide musiva, analogamente a quella del terzo mosaico ove è invece ancora presente. Infatti, come vedremo tra breve, in quest’ultimo caso la consegna del Vexillum al sovrano ivi raffigurato (Carlo Magno) è accompagnata proprio da un augurio di “vittoria”. Pur nell’impossibilità di effettuare un confronto tra le epigrafi, ci pare tuttavia lecito inferire che anche nel primo caso potesse essere presente un’allusione alla “vittoria militare” della Regalitas, stabilendo un ulteriore punto di raccordo con la visione di Costantino.

E’ emblematico che questo reiterato riferimento ad una simbologia “senaria”, che noi stiamo mettendo in relazione col “monogramma di Cristo” del labarum, abbia tradizionalmente fatto parte integrante anche del Vexillum Pontificio o di Santa Romana Chiesa. Lo attesta la consuetudine posteriore, risalente a Bonifacio VIII (1294-1303), di usare un drappo di seta vermiglia, il cui fondo era cosparso simmetricamente di numerose “stelle a sei punte” ricamate in oro. Tale insistere sulla “senarietà”, tanto da parte della Regalitas che del Sacerdotium, non sarebbe altro insomma che il voler alludere alla totalità ordinata del Cosmo, del Creato, su cui Christus imperat; e ciò in quanto “sei” sono i giorni necessari alla Creazione e “sei” sono le necessarie direzioni dello spazio: ossia, i quattro punti cardinali più lo zenith ed il nadir.

Il potere sull’Universo spazio-temporale non può dunque essere inteso come esclusiva prerogativa del Sacerdotium, ma per la natura ontologica e ordinata delle cose esso va condiviso con la Regalitas, pur con i distinguo che di seguito puntualizzeremo.

Come appare quindi chiaro da tali presupposti, si deve inferire che il riferimento all’ambito “temporale”, quale è proprio dell’esercizio della Regalitas, non può e non deve sminuirsi intendendolo secondo un riduttivo significato che lo limiterebbe propriamente ad una esclusiva gestione materiale della transitoria ed effimera caducità della vita terrena. Il Potere temporale, funzione propria dell’Istituto Regale, possiede piuttosto la ben più profonda prerogativa del mantenimento dell’“ordine cosmico”: e ciò attraverso l’esercizio della Iustitia ed il contrasto della cupiditas umana, in vista dell’ottenimento della Pax. Il che significa che pur non interferendo direttamente con l’ambito “spirituale”, che rimane proprio dell’Autorità Sacerdotale, la “temporalità” della Regalitas ne costituisce ad ogni modo il doveroso e necessario momento “propedeutico”.

Per tornare al mosaico, la suddetta presenza nel contesto musivo dell’allusione al labarum imperiale, di cui abbiamo qui colto peraltro le analogie iconico-simboliche anche col Vexillum Pontificio, ci porta a dover delineare con maggior precisione quella che deve riconoscersi come la funzione della Regalitas all’interno del corpus ecclesiale, di cui essa costituisce una componente, come dicevamo, essenziale.

Ci può venire in aiuto la lettura etimologica dello stesso sostantivo labarum.

In verità, sino ad oggi non pare essersi colto il fatto che tale termine debba esser letto alla luce di una sua derivazione dal “greco”: anzi, usualmente il significato etimologico di tale sostantivo è ancora ritenuto incerto. Ma a noi sembra invece evidente che esso, sussistendo in greco la forma laboyron (λαβουρον) accanto alla forma labaron (λαβαρον), possa e debba quindi leggersi come una sorta di sintesi tra il verbo lambano (λαμβανω) + il sostantivo oyros (ουρος).

Il verbo lambano è innanzitutto alla base del sostantivo labe (λαβη) che significa “il ricevere, la presa, il manico, l’impugnatura”, la qual cosa già evidenzia una chiara attinenza con la natura appunto “prensile” del labarum. Ma più precisamente, tale verbo traduce “prendere, pigliare, afferrare, conseguire, raggiungere”, nonché, in senso più astratto, “capire, imparare, cogliere”; in un’ulteriore sfumatura è poi altresì adoperato nel senso di “ricevere, accettare”.

Da parte sua, il sostantivo oyros traduce “guardiano, difesa, protettore, difensore, custode, baluardo”.

In altre parole, nel termine laboyron risulterebbe racchiusa quella che è appunto la tradizionale funzione di “tutela, custodia e protezione” a favore del Papato, “ricevuta e accettata” dall’Impero. Oltretutto, il medesimo significato verrebbe tratto dal considerare labarum quale sintesi di lab + aros (αρος), che traduce “impugnare il soccorso, il vantaggio”, oppure di lab + aron (αρον), che a sua volta vuol dire “impugnare e sollevare in alto / assumere / prendere su di sé”.

Come è facile rendersi conto, insomma, il gesto dell’“impugnare e sollevare in alto” il labaron comporta ritualmente la contestuale accettazione e la messa in atto della “funzione di difesa e protezione della Chiesa”. E fu proprio questa funzione che si inaugurò con Costantino, per proseguire poi col Sacro Romano Impero.

In definitiva, sussiste un imperdonabile equivoco allorquando si assegna limitatamente al solo Sacerdotium l’identità Ecclesiale. Questa appartiene invece parimenti alla Regalitas, che dell’Ecclesia costituisce in particolare l’imprescindibile “baluardo”, la necessaria “difesa” contro i nemici esterni ed interni all’Ecclesia stessa.

 

Passando adesso al terzo mosaico, posto questa volta sul lato sinistro dell’estradosso dell’arcone (ossia a destra per chi guardi il Triclinium), osserviamo che esso si pone in perfetta relazione col precedente in quanto replica analogicamente la medesima simmetria delle figure che erano state lì presentate. In questo caso, però, è San Pietro a sedere sul trono, incarnando l’Ecclesia Christi nel mentre affida il Pallium a Papa Leone III e il Vexillum al Re Carlo Magno, personaggi riconoscibili dai rispettivi tituli.

 

 

Il Princeps Apostolorum detiene sul suo grembo le Chiavi, ma non le porge al Pontefice, diversamente da quanto faceva Cristo nell’altro mosaico; e ciò ci sembra confortare la nostra tesi in merito all’identità del personaggio sacerdotale che lì non poteva essere Papa Silvestro I, quanto piuttosto S. Pietro stesso.

Questi sta dunque qui a rappresentare la Chiesa nella propria interezza, nella propria integralità, demandando al Papato ed all’Impero lo svolgimento delle proprie sinergiche funzioni, questa volta in senso propriamente “storico”. Anche nel caso di questo mosaico rimane emblematico come tanto Papa Leone III quanto Re Carlo Magno si presentino con pari dignità: raffigurati come sono sullo stesso livello e con le medesime dimensioni iconografiche.

Il livello cronachistico mantenuto questa volta dalla rappresentazione, piuttosto che archetipico e metastorico, è stabilito innanzitutto dalla già menzionata circostanza per la quale Papa Leone III fu il committente dell’edificazione del Triclinium; e ciò in vista dell’incoronazione imperiale di Carlo Magno, il quale pare esser stato ricevuto dal Pontefice proprio in tale salone.

Accanto a ciò, va altresì notato come, a differenza del mosaico in cui appare Costantino, il riferimento a Carlo Magno in quanto Re, e non Imperatore, appaia corretto; e ciò alla luce del fatto che al momento dell’edificazione del Triclinium l’incoronazione imperiale non era stata ancora effettuata.

Il Sacerdotium del Pontefice viene attestato dal suo gesto di sostenere il Pallium, che gli viene offerto da S. Pietro; ed è degno di nota che tale stola vescovile sia tradizionalmente ornata, si badi bene, di “sei” croci nere.

La Regalitas dell’Imperatore viene a sua volta ribadita per il suo atto di impugnare il Vexillum, che gli viene “direttamente” porto dal Princeps Apostolorum, a denotare la sua immediata e completa partecipazione al corpus ecclesiale, in quanto parimenti investito della cura del popolo cristiano assieme al Papa, seppur con giurisdizioni differenti. Il Vexillum ricalca esattamente quello del mosaico precedente, presentando sei medaglioni, ma mutando solo la colorazione del fondo. Come lancia apicale, al posto della croce vi è questa volta un giglio araldico.

Nella lapide musiva sottostante, come dicevamo, compare un’epigrafe nella quale si invoca S. Pietro a donare al Papa la vita e all’Imperatore la “vittoria” : «Beate Petre donas vitam Leoni PP et bictoriam Carulo regi donas».

 

E’ possibile che l’insieme dei mosaici del Triclinium Leoninum abbiano contribuito in certa qual misura ad alimentare gli equivoci relativi ai diritti di supremazia gerarchica tra Papato e Impero. Così come è probabile che sia stato lo stesso Papa Leone III, committente dell’opera, a cercare di trarne vantaggio su Carlo Magno, nella maniera diplomaticamente meno appariscente possibile.

Va ricordato infatti che, seppur ancora lontani dalle lotte per le investiture e dalle spregiudicatezze di un Bonifacio VIII, già dalla metà del sec. VIII era stato particolarmente promosso il culto di San Silvestro Papa, responsabile, secondo la tradizione agiografica tramandata dagli Actus Sylvestri, della conversione dell’Imperatore Costantino. Il racconto silvestrino fu utilizzato dai pontefici eminentemente per due scopi: non solo come sostegno alla lotta contro l’iconoclastia orientale, ma soprattutto come strumentale tentativo di progressiva legittimazione del potere temporale della Chiesa di Roma. E’ difatti proprio in tale contesto ideologico-politico-religioso, di cui anche l’edificazione del Triclinium Leoninum entra evidentemente a far parte, che gli studiosi collocano pure la redazione del notissimo Constitutum, o falsa Donatio Constantini.

Senza soffermarci su quest’ultimo documento, la cui inautenticità non può costituire alcuna base di discussione dottrinalmente corretta, va puntualizzato che se anche l’intento del mosaico (e quindi di Leone III) in cui compare Cristo in trono – mentre affida le Chiavi ed il Vexillum – fosse stato quello di ritrarre accanto a Costantino anche Silvestro I per una finalità ideologica, ebbene sarebbe stato qui commesso un palese errore di formulazione (involontario o malizioso: non sappiamo) per i motivi con i quali abbiamo già eccepito la liceità di tale interpretazione.

Non va dimenticato che le leggi dell’iconografia e della simbologia rispettano le gerarchie di posizione tra destra e sinistra, sulla scorta del significato del passo evangelico di Mt 25,33[6]. Il lato destro mantiene in pratica una certa superiorità rispetto al sinistro, come è già stato del resto evidenziato nel mosaico del catino centrale: lì dove S. Pietro, Princeps Apostolorum, è appunto rappresentato immediatamente alla destra del Signore.

Coerentemente, il mosaico che è collocato sul lato destro dell’estradosso (ovvero, sinistro per chi guarda) dovrà mantenere una posizione gerarchicamente superiore a quello collocato sul lato sinistro (ovvero, destro per chi guarda). Ed infatti, data la simmetria analogica che li caratterizza, in quello di destra è il Cristo ad essere in trono, mentre in quello di sinistra è S. Pietro in posizione preminente. Inoltre, tra le figure inginocchiate, quelle che sono poste a destra del trono sono le figure sacerdotali, mentre a sinistra vi sono quelle regali: e ciò è corretto, dovendo rispettarsi la gerarchia ontologica che riconosce la superiorità dello “spirituale” sul “temporale”.

Per quel che riguarda poi le singole figure inginocchiate, possiamo dire che ancora una volta giustamente Costantino compare nel mosaico di destra, mentre Carlo Magno è in quello di sinistra, dato che il primo incarna il paradigma dell’Imperatore cristiano, il prototypus di tutti i sovrani, in quanto colui che ha traghettato la Regalitas dal paganesimo alla vera fede.

Alla luce di ciò, la figura sacerdotale inginocchiata nel mosaico di destra “non può” essere allora Papa Silvestro I, a meno di operare una forzatura; in quanto la sua dignità pontificia non ha alcun motivo per risultare superiore a quella di Papa Leone III, raffigurato nel mosaico di sinistra. E ciò, peraltro, anche e proprio alla luce dell’inautenticità della Donatio Constantini, nella quale appunto si affermava falsamente essere stato Papa Silvestro il primo Pontefice a detenere anche il potere temporale, in quanto elargitogli da Costantino.

Ribadito dunque che “volente o nolente” (qualunque siano state cioè le reali intenzioni dello stesso committente Leone III), la figura di fronte a Costantino non può che essere quella di S. Pietro, ecco che allora il ritrovare poi nuovamente il medesimo Princeps Apostolorum nel mosaico di sinistra, in posizione questa volta di preminenza, in quanto seduto sul trono, ben ci delucida su quale debba essere la corretta dinamica interpretativa da adottare a riguardo del tema della supremazia gerarchica tra Papato ed Impero. Spieghiamoci riassumendo.

Il Potere Regale appartiene al Cristo ed è da lui affidato “archetipicamente” all’Imperatore, senza alcuna intermediazione sacerdotale. La Regalitas rimane dunque quale parte integrale ed integrante dell’Ecclesia Christi accanto al Sacerdotium. Tuttavia, in quanto l’Autorità Sacerdotale possiede una dignità ontologica superiore dal punto di vista “spirituale”, essa ha “storicamente” il diritto-dovere di “riconoscere, avallare, promulgare” il munus Regale, attraverso l’unzione che solo essa Autorità può e deve sacramentalmente amministrare.

Ecco allora motivata la presenza in trono di S. Pietro, il quale “benedice” la Regalitas dell’Imperatore Carlo Magno, che a sua volta, per il tramite di Costantino, “già” detiene nelle proprie mani il Vexillum imperiale affidato, nel mosaico precedente, dal Cristo alla sovranità.

In sintesi, se come dicevamo va riconosciuta al Sacerdotium una superiorità ontologica, alla Regalitas va ad ogni modo necessariamente concessa una priorità giurisdizionale. E questo, in altre parole, proprio perché l’ambito spirituale non è scisso da quello temporale, così come parimenti l’anima umana si ritrova necessariamente unita al corpo. Ma come l’anima umana non può ottenere la necessaria salvezza senza che sia contestualmente, per così dire, “appoggiata” ad un corpo che abbia oramai alienato il peccato, così il Sacerdotium non può assolvere fino in fondo alla propria funzione senza la Regalitas.

Per divenire “trionfante” la Chiesa deve prima essere “militante”. Per “glorificare Dio nel più alto dei Cieli”, ci deve contestualmente essere la “pace tra gli uomini di buona volontà”. E l’ottenimento ed il mantenimento della Pax, attraverso l’attuazione della Iustitia, (quella Pax portata dal Cristo al mondo, attraverso il Vangelo) rimane pertinenza della “giurisdizione” propria della Regalitas; la quale, alla luce delle indicazioni spirituali avanzate dal Sacerdotium, è la responsabile della corretta effettuazione della “militanza” nel temporale.

Oltretutto, secondo il nostro Credo, benché il corpo costituisca la parte meno nobile del synolon umano (l’aristotelico insieme di “materia e forma”), esso è tuttavia destinato a trionfalmente risorgere, assieme all’anima, come “corpo glorioso”. Quindi, come anche il corpo concorre alla salvezza dell’uomo, così anche la Regalitas predispone l’Ecclesia alla “vittoria trionfante” che sancirà la venuta in terra del Regno di Dio.

 

[1] «Ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo […] ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,19-20).

[2] «Gloria a Dio nel più alto dei Cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà» (Lc 2,4).

[3] Tale rappresentazione del Vexillum del tipo bandon, ossia quale banderuola a punta e a fiamme, fu in uso fino al sec. IX.

[4] Cfr. Gen 14,18-20; Sal 109,4; Eb 7,1-3.

[5] Rm 13,1; Prov 8,15; Sap 6,1-3; Zc 4,1-14.

[6] «…e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra» (Mt 25,33).