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Maria Valtorta (1897-1961)

 

MARIA  VALTORTA

(Caserta 1897 – Viareggio 1961)

Precisazione a cura della Redazione

La mistica Maria Valtorta occupa una posizione controversa all’interno della Chiesa cattolica. Le sue “visioni” ed i suoi “dettati” non sono stati mai considerati “veritieri” dalla gerarchia ecclesiastica, eppure ella ha trovato grande apprezzamento come fonte di ispirazione spirituale. La lettura delle sue opere fu raccomandata persino da figure della levatura di Santa Madre Teresa di Calcutta e di S. Pio di Pietrelcina.

Regina Equitum intende qui proporre la lettura di un suo brevissimo brano incentrato sul tema dell’Eroismo, proprio in quanto, a prescindere dai riconoscimenti ufficiali della Valtorta, esso riveste un formidabile spunto di riflessione per chiunque si senta “chiamato” alla Cavalleria cristiana.

 

 DELL’ EROISMO 

Dice Gesù:

«Nel piano dello spirituale deve morire ogni pensiero umano. Molto difficile questo. E’ perciò che si chiama eroicità la virtù dei santi e che i santi sono tanto pochi; perché gli eroi sono molto pochi. E questa eroicità è più grande, complessa e soprattutto più lunga di quella umana, la quale è un episodio nella vita di un uomo, mentre questa è la vita di un uomo.

L’eroismo di un uomo è l’atto improvviso che si presenta e che non dà tempo alla carne di mettere avanti le sue voci pavide. L’eroismo di un uomo ha sempre, anche se egli non se ne accorge di averle, due grucce: l’impulsività del carattere e il desiderio della lode.

Quello del santo non è un atto improvviso: è la vita. Tutta la vita. Da mattina a sera. Da sera a mattina. Da un mese all’altro. Da un anno all’altro. Per il caldo, per il freddo, per il lavoro, per il prossimo, per il riposo, per il dolore, per le malattie, per la povertà, per i lutti per le offese. Una collana per la quale ogni minuto è una perla aggiunta. Una perla che si è formata con la lacrime, la pazienza, la fatica. Non scende dal cielo questo eroismo come una manna. Deve nascere in voi. In voi soli. Il Cielo non vi dà più che non dia a tutti. Non è aiutato dal mondo. Anzi, il mondo lo combatte e ostacola in tutti i modi.

Vero è che il suo combattere è il miglior coefficiente di formazione, perché sopportare il mondo con pazienza e amarlo per l’odio che vi dà è il nucleo principale di questo eroismo: intorno ad esso si uniscono cellule di pazienza nella fame, sete, freddo, caldo, notti senza riposo, malattie, povertà, lutti. Ma il più è sempre sopportare il mondo e amarlo sovrannaturalmente.

Nessun pensiero umano. L’amore di Dio, solo. L’interesse di Dio, solo. Ecco come pensa l’eroe dello spirito».

Dai QUADERNI DEL 1944, CAPITOLO 334 (11 giugno 1944)

 

Note biografiche su Maria Valtorta

Singolare figura di mistica, la cui chiamata – con una premonizione fin dalla prima infanzia – comincia ad assumere drammatica realtà dal giorno di Pasqua del 1934, quando cioè si aggravano i suoi malesseri, principiati per un’aggressione subita nel 1920 da parte di un sovversivo comunista, che la abbatte con un colpo di clava alle reni: in seguito, a partire da quella Pasqua, è costretta a rimanere a letto con forti dolori intermittenti, che sempre più spesso arrivano fino all’insopportabile e alla perdita di coscienza.

Nove anni dopo, avendo ricevuto una rivelazione, che il suo assistente spirituale, il padre Migliorini, non esitò a definire di origine divina, cominciò a scrivere proprio su suggerimento di quel padre, dal momento che, con un ritmo quasi giornaliero, le si aprivano singolari e dettagliatissime visioni della vita di Gesù, con il Quale istituì un rapporto di amore maturato in un’oblazione totale così alta e profonda che il suo divino Interlocutore le assegnò l’appellativo di “piccolo Giovanni”, a marcare così la vetta di predilezione raggiunta, se non a suggerire – tesi personale – che nella sua comunicazione in qualche modo pur sempre di evangelo, certo di diverso livello, si trattava. Su sua specifica richiesta, la mistica avrebbe evitato l’esternazione delle stimmate, preferendo sofferenze più nascoste.

L’intera sua opera, redatta su 127 quaderni, per un totale di circa 15 mila pagine manoscritte, ha impegnato quotidianamente i cinque anni che vanno dal ’43 al ’47 e poi, con intermittenza, fino al ’50, e viene così suddivisa:

1) “L’Evangelo come mi è stato rivelato”, in dieci volumi, che accompagnano la vita storica di Gesù dalla nascita fino alla morte e alla Sua glorificazione attraverso visioni rivelatrici di aspetti assolutamente inediti e attendibili;

2) “I Quaderni”, opera in tre volumi, che nel titolo aggiungono ciascuno l’anno cui si riferiscono (1943; 1944; 1945) e che riportano, in una cronaca giornaliera affanni, visioni, locuzioni, costantemente volti all’elevazione del lettore, anche in ciò conformi alla volontà esplicita del di lei Alto Ispiratore;

3) “Autobiografia”, redatta in sette quaderni manoscritti ed editata in un volume a sé;

4) Una serie di scritti “minori”, riportati in ulteriori cinque volumi dal ‘43 al ‘50, anche se già dal ‘47, aspirando alla morte, stanca della lontananza dal suo Amato, temendo di non ricevere più le Sue visite, fece a Lui offerta anche del suo intelletto.

Definitivamente immobilizzata dal ‘50, sette anni dopo dette evidenti segni di distacco psicofisico, immergendosi gradualmente in uno stato di atarattica assenza, pur ancora soggetta ai consueti dolori che il suo volto estatico non denunciava.

Nell’Ottobre del ‘61, dopo 27 anni di severe sofferenze, quasi sempre immobilizzata sul suo letto, rese lo spirito mentre le venivano impartiti gli estremi uffici religiosi. 

L’iter editoriale dell’opera, in particolare delle prime due in elenco, è stato assai travagliato, come non era difficile immaginare, stante le ben note cauzioni degli organi vaticani su siffatta materia, per cui la Valtorta né ricevette riconoscimenti di alcun genere in merito alle sue visioni né, in ragione di ciò, poté ottenere l’imprimatur dal S. Uffizio, il quale ne rinviava ad Kalendas l’esame e relativa delibera. Attualmente la pubblicazione di tali opere avviene ancora in forma privata, pur se in seguito esse sono state ufficialmente definite come “opere che possono fare del bene, nello spirito di un autentico servizio alla fede della Chiesa”,  ritornando in tal modo alla definizione che già dal 1950 era stata espressa da Pio XII. Codesta formula ha comunque la sua importanza in quanto, pur non avallando l’origine soprannaturale, nonché l’ispirazione divina degli scritti, implicitamente li dichiara, sotto il profilo dottrinale, canonicamente conformi al Vangelo.

Le caratteristiche precipue e più originali dell’intera produzione valtortiana vanno riconosciute, oltre che nella illuminante descrizione del versante storico della vita del Messia, nel fatto che il lettore, avendo implicitamente presente i contenuti spirituali della testimonianza di Gesù, si trova a integrare spontaneamente il messaggio evangelico con la controparte umana dell’Uomo-Dio. E infatti, attore di quei racconti rivelatori di vicende semplici e quotidiane, ma pur sempre significative,  è proprio il Figlio dell’Uomo, l’Incarnato, per cui Egli stesso mostra, altre volte racconta, l’umana vicenda -ovviamente assente nei Sinottici- così da fornire l’immagine e la testimonianza di una figura completa e autentica del Maestro, in cui il dato biografico e il messaggio spirituale si integrano, rendendo questo più imminente e fragrante nel riscontro con la quotidianità esistenziale, in cui rimangono fusi in profonda armoniosa unità pedagogia celeste e itinerario umano, in uno stigma che, a suo modo, richiama l’eco della domanda  rivolta agli Apostoli, testimoni estatici dell’ Ascensione.  

Quando si dia alla lettura il giusto tempo di sedimentazione e rielaborazione, il lettore che si è accostato allo scritto con spirito ricettivo, troverà quasi inavvertitamente cambiato l’orientamento della sua vita, come colui che, accostato un nuovo stile di vita, va gradatamente acquisendo alla coscienza percezione degli errori, sbandamenti, dei disvalori cui aveva, per superficialità e/o  inavvedutezza, abbandonato la propria vita, mentre ora si trova nella possibilità di osservarli, rimuoverli, pezzo per pezzo, con la chiarezza di chi in controluce riconosce la moneta falsa confrontandola con l’autentica.