“Che più?”, un passo di Sallustio molto attuale (La Redazione)

 

Il 1 ottobre dell’anno 86 a. C. nasceva il grande storico romano Caio Sallustio Crispo.

L’occasione della ricorrenza, con cui ci troviamo in concomitanza, ci porta ad operare alcune riflessioni prendendo spunto da alcuni suoi scritti. Ciò, non per sterile ed autocompiaciuta evocazione intellettualistica, ma nella piena convinzione che il mos maiorum di Roma, a cui tanto deve la tradizione morale e l’ethos civico dell’Europa cattolica, possa e debba rimanere di esemplare riferimento spirituale e sociale proprio negli odierni tempi storici che ci è dato di vivere.

 

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Quid ultra?  Quaeve humana superant aut divina impolluta sunt?

«Che più? E che rimane di umano o di divino che non sia insozzato?», lamentava lo storico Gaio Sallustio Crispo nell’allocuzione di Lepido. E così proseguiva:

«Il popolo romano […] oggi spogliato di potenza, di gloria, di diritti, senza mezzi di sussistenza, spregiato, non ha più nemmeno gli alimenti che si danno agli schiavi […] leggi, giudizio, erario, provincie, […] tutto nel (loro) arbitrio. Ma chi sono costoro che della repubblica si son fatti signori? Gente scelleratissima, con le mani lorde di sangue, insaziabilmente avari, tanto più delinquenti quanto più superbi, pei quali fede, decoro, pietà, e insomma quanto di onesto e disonesto esiste, tutto è trafficabile. Così, quanto più uno delinque, tanto più è sicuro; sulla vostra ignavia rovesciano il timore pei loro misfatti, essi che unità di brame, unità di odii, unità di paure ha costretti tutti in fascio.

Dirà qualcuno: che cosa proponi (quid igitur censes)? […] Poiché a quelli, tanta è la loro tracotanza, sembrerà minimo il male arrecato, va tolta la facoltà di farlo ancora, laddove a voi rimarrà l’angoscia infinita quando vi accorgerete che o dovete servire, o riconquistare la libertà con la forza. Infatti, che speranza c’è di lealtà e di concordia? Essi trattano da amici i nostri nemici e questi come fossero amici: ci può essere pace e amicizia tra noi e loro?»[1].

 

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La situazione a Roma era allora infinitamente meno tragica della nostra, ma da noi nessuno di quelli che sanno e possono, ha sentito il bisogno di dire pane al pane, proprio perché Leggi, Giudizi, Erario, Provincie (leggi: potentati) sono in loro arbitrio. Allora era la dittatura di Silla….

Val la pena di ricordare altresì che, all’epoca di Sallustio, la societas romana era protagonista di una gravissima crisi che portò al collasso della res publica e all’avvento del principatus con Ottaviano Augusto.

E’ noto come il grande storico indagò e riconobbe le dinamiche del processo drammaticamente in atto che stava producendo lo sfaldamento – morale, prima ancora che istituzionale – delle basi dello Stato repubblicano, il quale sfocerà poi, come dicevamo, nel suo crollo e nell’avvento dell’Imperium.

Da parte nostra, noi cogliamo nella presente situazione storica i sintomi di un analogo processo di decadenza, il quale non potrà non avere che un inevitabile esito: la fine dello stato di diritto.

Ma c’è un ma! Se lo Stato repubblicano e democratico verrà sostituito con un potere detenuto e amministrato da un’oligarchia di potenti (Great Reset), allora perderemo sì anche la fruizione del diritto positivo. Ma se esso processo di decadenza, come la storia del dopo Sallustio ci insegna, ci porterà invece alla Renovatio di un Romanum Imperium – contestualizzato alla nostra epoca, ma animato dagli stessi principii e valori che, corrispondendo alla Lex naturalis Dei, non possono che essere eterni, sacri e immutabili – ebbene, dovendo questo essere un Impero Romano sacro e cattolico, noi allora fondamentalmente recupereremo il diritto naturale.

 

Dietro le parole e la lucidità di Sallustio, chissà che a qualcuno non verrà in mente di fare due più due, vedere in trasparenza e alzarsi dal giaciglio per ripulirsi delle proprie e altrui scorie!

 

Il presente scritto è stato pubblicato sui seguenti blog:

www.maurizioblondet.it (29.09.21)

www.marcotosatti.com (01.10.21)

 

 

[1]Libera traduzione (sulla falsariga di Lipparini) e varia libazione da Sallustio: La guerra giugurtina e Lettere.