La Vittoria Russa, di Aleksandr Dugin

 

Preambolo.

L’interesse per il presente scritto di A. Dugin, da parte di Regina Equitum, non trae origine dai contenuti di carattere geopolitico in esso presenti se non nella misura che la loro considerazione risulta espressa, dall’autore, alla luce di riferimenti metafisici, metastorici e quindi metapolitici.

La lettura del “combattimento” quale momento di “eroicità”, così come pure la menzione del “campo di battaglia” e di ogni altro riferimento, per così dire, di carattere “bellico”, non vanno dunque colti nel loro mero aspetto esclusivamente letterale e contingente, quanto piuttosto secondo l’interiore senso spirituale che ne informa il valore eterno, indicandone pertanto la sacrale legittimità attuativa.

Condividendo la Via cavalleresca i suddetti presupposti, la Redazione propone dunque ben volentieri il presente articolo alla lettura di tutti coloro che riconosceranno una sorta di “affinità elettiva” con le sue precipue tematiche “guerriere”.

 

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Nella cultura russa, il termine ‘impresa’ ha un ruolo speciale. La parola stessa è unica e non ha un equivalente esatto in altre lingue. Questo indica che il significato stesso di tale parola è anche puramente russo. Quando lo traduciamo in altre lingue, anche nel nostro greco profondamente nativo, dobbiamo specificare il contesto e, in base ad esso, trovare un concetto vicino nel significato.

L’etimologia della parola “impresa” è trasparente. È formato dalla radice “mov-“, cioè “muoversi”, “movimento” – greco κινώ. Da qui l’obsoleta parola slava della Chiesa “muoversi”. La base semantica è il movimento, e la preposizione “im” indica il più delle volte l’inizio del movimento, il suo primo momento. To-move è quando qualcosa si muove dal suo posto, entra in movimento (il che implica che questo è preceduto dall’immobilità, dal riposo). Un’impresa, quindi, è il passaggio dal riposo al movimento, l’atto di passare all’azione.

L’enfasi del primo impulso di movimento avvicina il significato della parola “impresa” alla battaglia e alla guerra. Da qui i sinonimi “lotta”, “guerra”, “battaglia”, “concorso” – in greco ἀγών.

La combinazione di entrambi i significati – l’inizio del movimento e la lotta – ci dà un’idea di una pratica particolare il cui significato è quello di uscire dalla passività, dall’immobilità ed entrare in una lotta tesa, prolungata, attiva.

Dopo essere rimasto fermo, Elia si mosse [è un rimando a 1 Re 17-22, N.d.C.].

L’impresa inizia quando una persona esce dall’equilibrio e, tra le tante strade apparentemente aperte e ugualmente accessibili a chi non ne segue nessuna, fa una scelta decisiva a favore di una scelta che non può essere rivista in seguito.

L’inizio dell’impresa è descritto in modo impressionante nel racconto russo di Ilya Muromets [un racconto tradizionale della mitologia russa, N.d.C.]. Inizia in modo significativo:

 

Nella gloriosa città di Murom,

Nel villaggio di Karacharovo,

Sidnem sedeva Ilya Muromets, figlio di un contadino,

Sidnem è rimasto seduto per trent’anni.

 

Ilya Muromets è stato seduto per trent’anni in completo equilibrio, perché non aveva né braccia né gambe ed era rotondo come un pallone. Tutti questi dettagli vogliono sottolineare l’equilibrio totale dell’esistenza umana prima dell’atto eroico.

Quando i mendicanti erranti vengono da lui e gli chiedono di farli entrare e di portargli qualcosa da bere, Ilya Muromets risponde:

 

«Ahi voi, mendicanti!

Non posso aprire l’ampio cancello,

Sono stato seduto al mio posto per trent’anni,

Non possiedo né mani né piedi.

Ma le streghe magiche lo spingono.

Vieni fuori, Ilya, in piedi,

Aprire l’ampio cancello,

Fate entrare le streghe in casa vostra».

 

Questo comando magico sarà sufficiente per far sorgere Ilya Muromets e così iniziano le sue imprese. La sua forza si risveglia in lui, e niente può fermarlo, le sue imprese non avranno mai fine.

 

Determinazione a decollare

 

Prima di imbarcarsi in un’impresa, bisogna prendere una decisione. Un’impresa è una prova – può/non può, vincere/perdere, gestire/sconfiggere, raggiungere/cadere sulla strada. Finché non si comincia, non si sa, e questo è l’inizio che è incorporato nella preposizione “da”.

Prima di entrare nell’elemento del movimento, bisogna decidersi, bisogna osare, bisogna sconfinare. La parola “osare” si adatta perfettamente al contesto. È formato dalla preposizione “from-” e dall’antico slavo “vaga”, che significa “peso”, “gravità”. Da qui l’aggettivo “importante”, che significa “pesante”, “pesante” – e anche “grasso”, “grassa”. “Ot-vaga” è il superamento della gravità, uno scatto, una rapida ascesa, una perdita di peso. Il movimento richiede valore, è il valore in azione.

 

Monaci e guerrieri: il piumato e l’eroico

 

La parola “impresa” è stabilmente ancorata a due contesti: quello religioso e quello militare. Queste sono le due caste (o funzioni) più alte di qualsiasi società indoeuropea (inclusa quella slava) – i sacerdoti e i guerrieri. In ambito religioso l’espressione stabile è “impresa monastica”, quindi “ascetismo”, “asceta”. Qui “exploit” significa “ascesi” (greco: ἄσκησις), la ripetizione persistente di esercizi spirituali volti alla completa sottomissione del corpo allo spirito. Un devoto è un monaco che, avendo superato l’inerzia (questo è importante!), ha iniziato l’esercizio di sottomettere la propria carne, e, entrato nella lotta, l’ha portata avanti fino alla fine. Il monaco ascende, cioè, essendo entrato nella battaglia con gli spiriti caduti, la conduce fino alla fine. Questo è ascetismo.

Se nel caso di un monaco la battaglia si svolge a livello spirituale (più precisamente, a livello dello spirito e dell’anima), nel caso di un guerriero – a livello psicofisico, a livello dell’anima e del corpo. Perché non è mai solo la carne che partecipa alla battaglia, il corpo è mosso dall’anima, dalla sua volontà, dalla sua forza, dal suo coraggio, dal suo fuoco. La guerra, quindi, è una questione di anima. Mette alla prova l’anima degli uomini. L’anima è il principale campo di battaglia nell’ascesi, ma nell’ascesi c’è anche il corpo, per il potere sul quale si combatte contro gli spiriti caduti.

Così i due percorsi di sfruttamento – monastico e militante – convergono. Il poeta francese Arthur Rimbaud scrisse in Seasons in Hell: «il combattimento spirituale è altrettanto brutale che la battaglia degli uomini.» E si deve ancora capire cosa è più brutale: l’impresa dello spirito nella cella del monaco o l’impresa dell’eroe sul campo di battaglia?

 

Trova la tua guerra, eroe

 

L’impresa sul campo di battaglia è il destino dell’eroe. Di nuovo alle sue origini si trova l’intenzione originale, il primo impulso. Per impegnarsi in una battaglia, bisogna raggiungerla, realizzarla. L’impresa inizia con il primissimo desiderio appena percettibile di muoversi da un punto morto, di andare da qualche parte lontano, di sbilanciarsi.

L’impresa richiede uno scarto, un disallineamento, un differenziale. Nella sua profondità si trova un senso acuto dell’insufficienza di ciò che c’è. Si è attirati verso l’impresa dall’insoddisfazione per lo stato di cose esistente. Perciò l’uomo si precipita fuori dal suo posto e cerca il campo di battaglia. Non si limita ad andare in guerra, trasforma in guerra tutto ciò che tocca, non importa dove sia, ogni luogo diventa un teatro di guerra. Un guerriero va sempre in guerra, ovunque vada, e continuerà fino alla fine ad avanzare.

Gli antichi greci consideravano gli “eroi” (greco ἥρως) come esseri speciali, in un certo senso semidei, i quali erano incomparabilmente superiori agli uomini ma anche incomparabilmente inferiori agli dei. Quando l’uomo ha superato se stesso, non è ancora diventato un dio, ma quando ha cessato di essere uomo, superando l’uomo, è diventato un eroe; e d’ora in poi avrà un destino separato dagli umani, spesso molto tragico.Un eroe non è creato da un atto, è creato da un atto di superamento di se stesso. La sua prima impresa è quella di superare se stesso, e tutte le altre imprese seguono da questo. L’uomo si eleva al di sopra di se stesso e si muove lungo una traiettoria che supera sempre l’orizzonte superiore dell’umano.

 

Gli eroi diventano eroi attraverso questa prima impresa.

 

L’esistenza umana è passiva e informe, non porta da nessuna parte, troppo spesso l’uomo è trascinato dalle forze cieche del destino. L’eroe, invece, sfida queste forze e va a combatterle e chiunque combatta, conduce l’unica guerra: una guerra con il Fato. Il destino lo fissa negli occhi di tutti i suoi nemici, lo attacca, combattendo così per il raggiungimento dell’immortalità, per la gloria eterna.

L’asceta combatte il diavolo. Ovunque guardi, vede solo lui, il nemico, e non può rimanere immobile e schiacciato dalla sua pretesa di potere assoluto. Il monaco si alza, si desta per la battaglia. Questo è ascetismo.

Sono molto vicini l’uno all’altro, il monaco e il guerriero, ambedue sono sulla via della battaglia senza fine.

 

I russi amano l’equilibrio.

 

Si tratta dell’impresa. Ora per l’impresa russa. La stessa parola “feat” è russa, e così il suo significato. I russi si sono sempre resi conto della gravità dell’atto. Dopo tutto consiste nel rompere l’equilibrio. E ai russi piace l’equilibrio; siamo gente molto pacifica e tranquilla.

Quando immaginiamo come Ilya Muromets “stava seduto immobile” per trent’anni, pensiamo: deve essersi seduto molto bene, non ha disturbato nessuno, non ha fatto danni e non ha rovinato nulla. E se non fosse stato per i mendicanti magici, sarebbe rimasto seduto così fino alla sua morte. E va bene così. Forse è stato meglio così.

La ricerca di un’impresa da parte del russo non è nel suo sangue, non in superficie. E in generale è meglio quando non ce n’è bisogno.

I russi amano l’immobilità, in questa riconoscono la voce della Terra stessa – umida e imponente, pesante e bella Madre Terra. Se ne allontanano solo quando è molto necessario, quando non ci si può più “sedere bene”, ma i russi cercano di sedersi quando è già ora di andare, da qui l’usanza di “sedersi per la strada”. Non ne hanno avuto abbastanza di stare seduti, dicono, dovrebbero stare seduti un po’ di più.

I russi non amano muoversi, non cercano le prodezze delle armi. È per questo che non prestano attenzione alle gesta eroiche di altre nazioni, non ai russi: sembra loro che sia vanità e vano. Qualcosa di cui potevano fare a meno. I russi sono abbastanza tranquilli.

Pertanto, se si tratta di una vera e propria impresa russa, allora è abbastanza seria. Ovviamente, ci sono ottime ragioni per farlo, e semplicemente non si può fare in altro modo. L’impresa russa è difficile da scalare, la decisione di farlo – questo impulso iniziale a muoversi – non vuole raggiungere la massa critica, tende a disperdersi, a dissiparsi, ma se il russo comincia a combattere i demoni o i nemici della patria, allora tenetevi forte, nemici. Il russo non si fermerà finché l’inferno non sarà vuoto.

 

Risolleviamoci, fratelli!

 

Profondamente addentro al significato della parola “sfruttare” è Musorgskij, che nel quinto atto di Khovanshchina mostra la scena dell’autoimmolazione dei Vecchi Credenti in un eremo circondato dalle truppe dello zar. I Vecchi Credenti non hanno a che fare con gli inviati dello Zar ma con l’entourage dell’Anticristo stesso. La lotta spirituale si trasforma in uno scontro con i nemici della vecchia fede.

 

«RACKS : Il nemico degli uomini, il principe di questo mondo è risorto!

 

DISCUSSORI: Le congreghe dell’Anticristo sono terrificanti!

 

RASCHI: La sua malvagità è senza limiti!

 

RASKOLNIKS (nel boro, dietro le quinte): La morte sta arrivando, salvatevi!

 

ROCKETS: Il nemico è vicino, sii coraggioso!

 

E a questo la scismatica Marta proclama:

MARTA: “Alziamoci.

 

E un po’ più avanti, alla fine dell’atto, che culmina nell’auto-immolazione, il capo dei Vecchi Credenti Dosifeia esclama:

DOSIFEIA: Fratelli! Alziamoci, nel Signore della giustizia e dell’amore vediamo la luce!

 

DOSITHEUS E I DISSIDENTI: Che gli intrighi carnali dell’inferno dal volto della luce della verità e dell’amore!

(Martha accende una candela nel fuoco).»

 

III. Ivan Bilibin. Dobrynya Nikitich libera Zabava Putyatinichna dal Drago (1941).

 

Il fuoco passa alla luce, la vita alla morte. “L’impresa è compiuta”.

Ecco l’impresa russa: spirito e guerra, amore e morte, lingue di fuoco e il freddo tagliente del ferro. La Santa Russia e il respiro dell’Anticristo. Quando non possiamo più “stare fermi”, dobbiamo alzarci, muoverci, prendere il mondo e le sue domande come un abisso che si è aperto davanti ai nostri occhi e corpi.

 

Russo, alzati!

 

Non volevo affondare nella banalità una così bella combinazione di “impresa russa”, dove entrambe le parole sono cariche di significato assoluto e, addirittura, al contrario, vorrei salvarli, toglierli dal loro contesto ordinario.

L’impresa è buona non per il suo scopo o il suo risultato, ma per se stessa. È la sua tensione, la sua risolutezza, il suo scatto estremo e proibitivo. Proprio perché la pace russa è così forte e pesante, dopo tutto è l’esistenza della Terra, l’impresa russa è così difficile e allo stesso tempo così infinita.

Se il russo si stacca dall’immobilità ipnotizzante, entra non da qualche parte, ma nel nucleo stesso della storia sacra, e si trova faccia a faccia con niente più e niente meno che l’Anticristo stesso.

Solo il peggior nemico – il nemico dell’uomo – è in grado di risvegliarlo.  Allora l’uomo russo – a malincuore, scuotendosi, cercando di crollare di nuovo tra le braccia della sua terra natale – si risveglia, sorge e sale. E questa impresa non si calcola con nessuna misura, è incommensurabile, non paragonabile con niente.

È molto difficile da iniziare, ma impossibile da arrestare una volta cominciato.

 

ALEKSANDR DUGIN

(Traduzione a cura di Lorenzo Maria Pacini)

 

Il presente scritto è tratto dal sito:

https://www.ideeazione.com/la-vittoria-russa/  (9 aprile 2022)