La strategia del Combattimento spirituale nell’opera di Lorenzo Scupoli, di Marco Massimiliano Lenzi

Eventi biografici significativi

Lorenzo – al secolo Francesco – Scupoli (Otranto 1530 circa – Napoli 1610) chiese di entrare, a trentanove anni, come aspirante al sacerdozio, nell’Ordine dei Chierici Regolari, detti Teatini, presso la loro casa di San Paolo Maggiore a Napoli. Nonostante l’età, considerata già avanzata per il percorso previsto fino all’ordinazione, la sua domanda venne accettata, tenendo conto probabilmente anche dell’approfondita preparazione in campo letterario e teologico da lui mostrata. Dopo aver intrapreso il noviziato, ottenne il suddiaconato e poi il diaconato sotto la guida spirituale di Sant’Andrea Avellino. Successivamente, venne assegnato dall’Ordine alla casa di Piacenza, dove ebbe modo di rincontrare il proprio maestro e qui, il Natale del 1577, fu ordinato sacerdote.

Negli anni successivi, soggiornò a Milano e poi a Genova, fino al fatidico maggio del 1585, quando la sua esistenza divenne radicalmente sconvolta. In tale data, infatti, il Capitolo dell’Ordine, convocato a Venezia, prese in esame il possibile coinvolgimento dello stesso in una vicenda oscura, che riguardava un non ben precisato “delitto”, una violazione grave della Regola. Ancora oggi, non essendo state mai ritrovate le carte processuali, la questione rimane sostanzialmente avvolta nel mistero. Tuttavia, anche sulla base di numerose testimonianze successive, gli storici hanno ritenuto che il padre Lorenzo fosse stato soltanto la vittima innocente di una grave calunnia.  Fatto sta che il processo si concluse con la condanna dello Scupoli ad un anno di carcere, la sospensione a divinis e la riduzione alla condizione di fratello laico dell’Ordine. Una condanna durissima, che si protrarrà per 25 anni, fino alla sua completa riabilitazione avvenuta soltanto pochi mesi prima della morte.

È importante soffermarsi sulle vicende biografiche del padre teatino, perché delineano il contesto in cui prese forma e si sviluppò la sua opera. Questa, infatti, non è riducibile all’ambito della mera speculazione teologica di indirizzo morale o spirituale, bensì sembra rivelare il proprio radicamento nel substrato di una esperienza diretta degli argomenti posti a tema nel testo, pur non togliendo niente al rigore analitico della trattazione. Le prove, le tribolazioni, le sofferenze (non ultime quelle del fisico), che Scupoli dovette affrontare nel corso degli anni successivi alla condanna, invece di fiaccarne la fede e la volontà, affinarono e accrebbero le sue qualità spirituali, tanto da venir riconosciuto e stimato quale maestro di vita interiore. Il suo carattere austero si accompagnava ad una autentica serenità, frutto evidentemente di un fattivo cammino spirituale, segnato asceticamente dalla tenacia e dalla determinazione del vero miles Christi e tali da farlo assurgere a modello per molti di quanti lo conobbero. Basti qui ricordare l’importanza capitale che il libro di Scupoli ebbe nella formazione di S. Francesco di Sales, suo contemporaneo.

 

  1. Genesi e sviluppo del testo: sul campo di battaglia

Nel Combattimento spirituale, dunque, sono presenti tutti gli elementi che abbiamo succintamente indicato, fino a renderlo, come è stato definito, un “trattato di strategia spirituale” (ispirato, aggiungeremmo) la cui efficacia è documentata dalle sue numerose edizioni. Il volume, infatti, venne pubblicato per la prima volta, anonimo, a Venezia, nel 1589 e constava di ventiquattro, brevi capitoli. Il successo fu tale che si dovette provvedere ad una seconda edizione accresciuta, uscita nello stesso anno, che presentava trentatré capitoli. A soli ventuno giorni dalla morte di Scupoli, a Bologna, usciva una nuova edizione, la prima che recasse il nome dell’autore, costituita da quarantanove capitoli. L’edizione definitiva è considerata quella di Roma, del 1657, con sessantasei capitoli. In soli due decenni dalla sua uscita, il volume contava già una sessantina di edizioni nelle principali lingue europee, nonché in latino.

L’accrescersi progressivo, nel corso degli anni, del numero dei capitoli, testimonia l’incessante lavoro introspettivo condotto dal padre Lorenzo, sempre accompagnato da una lucida e distaccata riflessione teologico-spirituale, che mai scade nel moralismo, o in un mero florilegio devozionale delle virtù cristiane.  Nel leggere quest’opera, ancora oggi, dobbiamo tenere presente che i suoi frutti nascono dai semi gettati su un vero e proprio campo di battaglia, che vede impegnati, in una lotta mortale per la salvezza dell’anima, il corpo, la mente, lo spirito, la dimensione mondana (con limiti e possibilità propri della condizione umana) e quella preternaturale. Già la dedicatoria del volume ci introduce direttamente in questa prospettiva totalizzante, preannunciando l’impianto dell’opera di carattere eminentemente cristocentrico: «Al Supremo Capitano e Gloriosissimo Trionfatore Gesù Cristo Figlio di Maria».

Il fine ultimo di tale, incessante combattimento alla sequela del Cristo vincitore è l’unione con Dio: «Volendo tu […] conseguire l’altezza della perfezione cristiana e, accostandoti al tuo Dio, diventare uno stesso spirito con lui […] dal momento che questa è la maggiore e la più nobile impresa che si possa dire o immaginare, devi prima conoscere in che cosa consiste la vera e perfetta via spirituale» (cap. I).

 

3.1. Contenuti essenziali dell’opera. Le prime due armi indispensabili per il Combattimento.

La visione di fondo, che determina l’impostazione complessiva del testo, è compendiata in questo primo capitolo, intitolato: «In che consiste la perfezione cristiana. Per acquistarla bisogna combattere. Quattro cose necessarie per questa battaglia». Le «quattro armi» che Scupoli ritiene «sicurissime e necessarissime» per conseguire la vittoria nella battaglia spirituale sono: «La diffidenza di noi stessi; la confidenza in Dio; l’esercizio e l’orazione» (cap. I).

La diffidenza verso se stessi (da cui l’assoluta fiducia da riporre solo in Dio) non è qui un semplice richiamo moraleggiante, anzi, diviene un imprescindibile presupposto per l’esito del combattimento spirituale: «Chiara è questa cosa: a ognuno che vuol congiungersi con la luce suprema e con la verità increata è necessaria la conoscenza di se stesso» (cap. II). Il fondamentale imperativo nosce te ipsum, non è certo limitato al piano di una semplice “riflessione” su se stessi, avulsa cioè da un’esperienza diretta e personale, come lo stesso autore precisa poco sopra: «non vi può essere virtuosa diffidenza», rimarca, se questa «non ha il suo fondamento nell’umiltà vera e nella cognizione sperimentale».

La ripetuta messa in guardia contro ogni tipo di illusione “spiritualistica”, la vigilanza continua richiesta per smascherare le sottili insidie del Nemico, il richiamo ai pericoli di una religiosità superficiale e compromissoria con il mondo, denotano ogni pagina del Combattimento, attraverso anche una articolata ed incisiva disamina di carattere psicologico.

Ad esempio, rimanendo ancora nell’ambito della diffidenza verso se stessi, Scupoli non manca di allertare il lettore praticante sui rischi impliciti in tale presa di coscienza: «Benché in questa battaglia, come abbiamo detto, sia tanto necessaria la diffidenza di sé, tuttavia, se l’avremo sola, o ci daremo alla fuga o resteremo vinti e superati dai nemici; e perciò oltre a questa ti occorre ancora la totale confidenza in Dio, da lui solo sperando e aspettando qualunque bene, aiuto e vittoria» (cap. III). In questa «totale confidenza in Dio» risiede l’autentica umiltà, assai difficile da ottenere, perché facilmente confusa con talune condizioni psicologiche centrate ancora, invece, sulla preminenza del proprio Io.

Ciò vale particolarmente per quanto concerne quello che noi oggi definiremmo “senso di colpa”, foriero di tanti, pericolosi fraintendimenti. Così si esprime il padre teatino riguardo allo stato soggettivo conseguente al peccato: «In questo ancora si ingannano molti, i quali attribuiscono a virtù la pusillanimità e l’inquietudine che seguono dopo il peccato, perché sono accompagnate da qualche dispiacere: ma essi non sanno che nascono da occulta superbia e presunzione fondate sulla confidenza in se stessi e nelle proprie forze nelle quali, perché si stimavano qualche cosa, avevano eccessivamente confidato» (cap. V). Il credente che ha acquisito l’umiltà vera «confidando nel suo solo Dio e niente presumendo di sé, quando incorre in qualsiasi colpa, pur sentendone dolore, non se ne inquieta o se ne meraviglia: egli sa che tutto ciò gli avviene per sua miseria e propria debolezza da lui molto ben conosciute con lume di verità» (cap. V).

Tale conoscenza si può ottenere, lo abbiamo già veduto, soltanto attraverso una «cognizione sperimentale», maturando una prima forma di distacco che conduce ad una visione oggettiva della propria fragilità creaturale, quindi ad un retto discernimento. Tuttavia, raggiungere un simile stato non implica, in alcun modo, un atteggiamento ricettivo inteso come assoluta quiescenza, soggetta ad ogni tipo di suggestioni e pericolose fantasie; nell’ottica, per intendersi meglio, del coevo indirizzo misticheggiante noto come “quietismo”.

 

3.2. La terza arma

Infatti, la terza «arma sicurissima e necessarissima» è l’esercizio: che si articola su due dimensioni: esercizio dell’intelletto ed esercizio della volontà (capp. VII-XIV). L’intelletto va salvaguardato innanzitutto dall’ignoranza e dalla curiosità. L’ignoranza «oscura» l’intelletto e «gli impedisce la conoscenza del vero, che è il suo oggetto proprio». L’intelletto deve diventare «lucido e chiaro, perché possa vedere e discernere bene quanto ci è necessario per purificare l’anima».

I due modi per raggiungere questo «lume» chiarificatore sono: l’orazione «pregando lo Spirito Santo che si degni di infonderlo nei nostri cuori»; poi «un continuo esercizio di profonda e leale considerazione delle cose […] e ciò secondo come insegna lo Spirito Santo e non come appaiono all’esterno, si rappresentano ai sensi e giudica il mondo» (cap. VII). Bisogna quindi difendere l’intelletto dalla curiosità «perché riempiendolo noi di pensieri nocivi, vani e impertinenti, lo rendiamo inabile e incapace di apprendere ciò che più appartiene alla nostra vera mortificazione e perfezione» (cap. IX). Si tratta allora, come preciserà Scupoli nello stesso capitolo, di «essere morti in tutto», respingendo in assoluto «ogni investigazione delle cose terrene non necessarie, seppure lecite».

Le cose definite «lecite» lo sono anche dal punto di vista di una religiosità, diciamo, “convenzionale”, seppur non connesse ad un’occasione diretta di peccato. Nel Combattimento però ci troviamo di fronte, è bene ricordarlo, alla prospettiva di un percorso mistico, di un’ascesi cristiana non genericamente intesa, ma finalizzata ad un cammino di santificazione da realizzarsi qui e ora. I continui richiami alla necessità di una fattiva presenza a se stessi, alla custodia del cuore, al vigile distacco dalla propria sfera emotiva e dall’illusorietà di ogni e qualsivoglia attrattiva mondana e affettiva, ne sono i principali e indubitabili segni identificativi. Anche nel caso della sofferenza provata per aver commesso un peccato (per essere, quindi, rimasti “feriti” durante il combattimento), non c’è altro da fare che chiedere perdono a Dio invocando la sua protezione. Fatto ciò, tuttavia, ingiunge il padre: «non ti dare a pensare se Dio ti abbia o no perdonato: questo non è altro che superbia, inquietudine di mente, perdita di tempo e inganno del demonio sotto apparenza di diversi buoni pensieri» (cap. XXVI).

Il «soldato di Cristo», come definisce Scupoli chi affronta con consapevolezza questo tipo di lotta, deve attendere costantemente all’«esercizio della volontà» essendo esso, come recita il titolo del capitolo X: «il fine al quale si devono indirizzare tutte le azioni interiori ed esteriori»; fine da intendersi come adeguamento totale della volontà umana a quella divina e di cui il Cristo crocifisso è immagine perennemente viva. Il cardine su cui ruota l’esercizio della volontà, però, non è tanto la capacità di giungere all’atto volitivo in sé, quanto quella di saperne discernere la motivazione e il fine autentici: «E avverti bene che non ti deve bastare il volere e il procurare le cose che a Dio sono più gradite, ma devi anche volerle e compierle come mossa da lui e solamente allo scopo di piacergli» (cap. X).

Ciò perché la volontà rettamente diretta è in «contrasto grande con la natura» umana; infatti, essa, la natura, è «talmente inclinata verso se stessa che in tutte le cose, anche nelle buone e nelle spirituali (talora più che in altre) cerca il proprio comodo e diletto» (cap. X). È forse questo, con tutto il proprio corollario di insidie, il settore del campo di battaglia, il fronte più ostico e pericoloso, poiché «le frodi della sottile natura sono poco conosciute» e quindi capaci di ingannare anche il più solerte “atleta” dello spirito. Scupoli non nasconde la grande difficoltà insita nello smascherare le trame sottili del proprio Io, impresa impossibile all’essere umano se questi si affida ancora, essenzialmente, alle proprie risorse e capacità: «Per fuggire da questo inganno il rimedio proprio e intrinseco sarebbe la purezza del cuore, la quale consiste nello spogliarsi dell’uomo vecchio e nel vestirsi del nuovo: a tal fine si indirizza tutto questo combattimento» (cap. X).

Rifacendosi alle note asserzione paoline (Col 3,9-10; Ef 4,22-23), dunque, il padre teatino intende richiamare, ancora una volta, l’attenzione su quello che è l’elemento costitutivo vero e proprio di ogni ascesi, di ogni cammino mistico e il più difficile da raggiungere: l’autentico, assoluto abbandono fiducioso a Dio, da cui procede la trasformazione totalizzante che porta all’uomo nuovo. Se tale mutamento di stato può avvenire soltanto tramite l’intervento della Grazia divina, è pur vero che l’uomo deve fare tutto quello che è in suo potere per predisporvisi e in ciò consiste l’arduo, incessante Combattimento, senza mai pretendere o credere che la vittoria giunga per i propri meriti. La via da percorrere è quella che mira alla completa rinuncia di sé, ad uno “svuotamento” (=kenosis) di tutte le istanze, le pretese (anche quelle che possono apparire di ordine “spirituale”) del proprio Io, sul modello esemplare della rinuncia fatta da Gesù Cristo attraverso l’Incarnazione, «assumendo una condizione di servo, divenendo simile agli uomini» (Fil 2,7). Questo è il cuore della strategia illustrata da Scupoli, l’essenza di ciò che egli definisce «la diffidenza di noi stessi», la finalità rivelativa del nosce te ipsum, che riecheggia pressoché in ogni pagina dell’opera.

 

3.3. La quarta arma

La quarta «arma» allora, ossia l’orazione, si presenta come fondamentale, purché siano conosciute le giuste modalità per servirsene, da riferirsi alle sue diversificate forme ed espressioni: dall’orazione mentale alla meditazione, al modo di pregare attraverso l’intercessione della Beata Vergine Maria o degli Angeli e di tutti i beati (part. capp. XLIV-LII). Infatti, viene sottolineato: «l’orazione è lo strumento per ottenere tutte le grazie, che da quel fonte divino di bontà e di amore piovono sopra di noi: se te ne servirai bene, con l’orazione porrai la spada in mano a Dio perché combatta e vinca per te» (Cap. XLIV). Quello che emerge è la necessità, per il combattente, di rimanere in uno stato interiore di disposizione permanente alla preghiera, imparando ad utilizzarne le diverse forme a seconda delle condizioni in cui si trova. Un esempio chiaro è quello della «domanda virtuale» che «si ha quando alziamo la mente a Dio per ottenere qualche grazia, mostrandogliene il bisogno senza dire o ragionare di nulla […]. Vi è anche un altro genere più preciso di orazione virtuale, che si fa con il semplice sguardo della mente a Dio perché ci soccorra […]. Fa in modo d’apprendere bene questa specie di orazione e di rendertela familiare, perché, come l’esperienza ti mostrerà, è un’arma che facilmente in ogni occasione e in ogni luogo puoi avere a disposizione» (cap. XLV).

Se l’oggetto privilegiato della meditazione e della meditazione orante è indubbiamente la Passione di Cristo (part. capp. LI-LII), rimarcando l’impianto cristocentrico del Combattimento, come abbiamo osservato all’inizio, questo non può che radicarsi nel santissimo sacramento dell’Eucaristia. Scrive Scupoli: «E come questo sacramento supera tutti gli altri sacramenti, così questa quinta arma è superiore a tutte le altre. Le quattro suddette prendono il valore dai meriti e dalla grazia ottenutaci dal sangue di Cristo, ma quest’arma è il sangue stesso e la carne con l’anima e la divinità di Cristo» (cap. LIII). Significativo è poi evidenziare l’importanza riconosciuta dall’autore alla «comunione spirituale», perché nessun ostacolo contingente possa separarci dai benefici dell’Eucaristia: «Benché non si possa ricevere sacramentalmente il Signore più di una volta al giorno, tuttavia spiritualmente si può ricevere […] ogni ora e ogni momento; e questo non ci può essere impedito da nessuna creatura fuorché dalla negligenza o da altra nostra colpa. E alle volte questa comunione sarà tanto fruttuosa e cara a Dio, quanto forse non saranno molte altre comunioni sacramentali per difetto di coloro che le ricevono» (cap. LVI).

 

  1. Il miles Christi di fronte alla morte

Ci si può legittimamente domandare se nel percorso ascetico fin qui proposto da Scupoli esista un momento cruciale, in cui ogni vittoria conseguita fino ad allora contro i diversi nemici, ogni acquisizione realizzativa di ordine spirituale venga messa pericolosamente in gioco. Questo momento cruciale esiste ed è quello della propria morte: «Benché tutta la nostra vita sia una guerra continua sopra la terra […], tuttavia la principale e più segnalata giornata la vivremo nell’ultima ora del gran passaggio: infatti chiunque cade in quel punto, non si alza più» (cap. LXII). Qui viene sferrato l’attacco definitivo, il più insidioso; qui il vero Avversario, il diavolo, lancia l’ultimo assalto preparato da un’accurata strategia che completa quella posta in atto continuativamente durante tutta la vita dell’asceta e della quale il padre teatino aveva già individuato gli elementi portanti (part. capp. XXVII-XXXII). Vengono così riconosciuti quattro tipi di assalto predisposti nell’ora della morte: «la tentazione contro la fede, la disperazione, la vanagloria e varie illusioni e trasformazioni dei demoni in angeli di luce» (cap. XLIII). Può ragionevolmente sorprendere il fatto che si faccia riferimento alla vanagloria in punto di morte, essendo tale tentazione abitualmente ricondotta ad una prospettiva di successo mondano. In realtà esiste anche una vanagloria di ordine pseudo-spirituale, per cui anche le eventuali virtù acquisite possono diventare occasione di rovina per la nostra anima (cap. XXXII). Si tratta di un atteggiamento attraverso cui la nostra presunzione tende a ricapitolare tutte le opere buone fatte, i traguardi interiori raggiunti, la pratica stessa delle virtù come se fossero merito nostro, facendo provare una compiacenza, anche se minima, di se stessi; mentre, fino all’ultimo respiro, è necessario riconoscere intimamente che «Dio solo [è] autore di ogni bene che ti ricordi di aver compiuto» (cap. LXV)».

Da qui l’esigenza di porre in atto con regolarità, durante tutta la propria vita, un esercizio ascetico fondamentale, che ritroviamo proposto in vari scritti spirituali fin dai primi secoli del Cristianesimo.

Questo consiste nel richiamare frequentemente alla coscienza il momento della propria morte, mediante una forma di meditazione immaginativa, in cui ci si immedesima completamente in tale condizione, facendo emergere quelle paure, quei dubbi che potrebbero ostacolare e travagliare il “buon” trapasso e così compromettere irrimediabilmente l’accesso alla vita eterna.

Se il “morire a se stessi”, uccidere “l’uomo vecchio per rivestirsi del nuovo” è, come già ricordato, il fine stesso di tutto il Combattimento, anche il momento della morte del corpo e i relativi contraccolpi psichici saranno affrontati con tutt’altra consapevolezza. Il soldato di Cristo, nel momento in cui diviene tale, offre già tutta la propria esistenza in sacrificio e scendendo in battaglia sa che può perdere la propria vita corporale in qualsiasi istante; ma anche che fino all’ultimo può essere ingannato dal Nemico, proprio nell’attimo stesso in cui crede di aver conseguito la palma della vittoria definitiva. E quale inganno migliore di quello che vede l’Avversario per antonomasia trasformarsi in «angelo di luce» o dar luogo ad altre visioni spiritualmente assai gratificanti, quasi riconoscimento supremo del proprio “successo”. Difficilissimo discernere l’origine divina o demoniaca di tali apparizioni, soprattutto nell’ora della morte, afferma Scupoli, proponendo sempre e comunque di rimanere «fermi e saldi» nella «cognizione del tuo niente» e di respingerle in ogni caso. Così scrive, infatti, con consapevole determinazione: «Se pure ti paresse per molti segni quasi evidenti che [tali apparizioni] fossero cose venute dal cielo, rifiutale ugualmente e allontanale da te quanto puoi; e non temere che questa resistenza, fondata nella tua indegnità, dispiaccia al Signore: infatti se la faccenda sarà sua, egli saprà ben chiarirla e tu niente perderai; poiché chi dà la grazia agli umili […] non la toglie a motivo degli atti di umiltà che si compiono» (cap. LXVI).

Si può considerare questo ultimo atteggiamento, data la sua estrema difficoltà, come l’atto supremo di umiltà, con cui si conclude il Combattimento spirituale e che chiude, non solo idealmente, quel cerchio di perfezione iniziato con il raccomandare l’utilizzo “spietato” della prima arma: «la diffidenza di noi stessi», senza la quale non è possibile nemmeno iniziare il proprio cammino di realizzazione spirituale.

 

  1. Importanza dell’opera di Scupoli per il cattolicesimo contemporaneo

Gli studi critici inquadrano il Combattimento spirituale in un contesto ben preciso, che ne fa, da un lato il testo più rappresentativo della spiritualità teatina (paragonato a quello che sono gli Esercizi spirituali per quella ignaziana); dall’altro, si è parlato di esso come di una summa dei motivi tipicizzanti l’ascetismo controriformista. Più in generale, il lavoro di Scupoli può essere collocato entro quella produzione segnata dal concetto di “Milizia cristiana” e di cui, ad esempio, l’opera autobiografica Le sette armi spirituali della clarissa Santa Caterina da Bologna (m. 1463) costituisce un precedente emblematico. Si tratta di un genere, come notato da vari commentatori, che visse un periodo fortunato soprattutto negli anni del Concilio di Trento e che si rifaceva alla nozione di Ecclesia Militans di origine medioevale; nozione poi ripresa massimamente dalla Compagnia di Gesù.

L’inquadramento storico-critico, che certifica l’esistenza di un genere e quindi di una produzione consistente di testi che ne consentono la definizione come tale, pone ancora più in evidenza il valore specifico del Combattimento: stante la sua straordinaria fortuna, che ha attraversato quasi cinquecento anni e che ancora oggi lo rivela come un punto di riferimento importante. A nostro avviso, vi sono alcuni motivi determinanti che rendono quest’opera, se possibile, ancor più significativa quando è posta a confronto con l’attuale temperie religiosa.

Innanzitutto, troviamo l’esercizio della volontà e del retto discernimento, dei suoi aspetti o componenti, come cardine di tutto il cammino di perfezione. Essa viene riconosciuta quale facoltà fondamentale dell’uomo, potenza che determina la conformazione stessa del suo percorso ascetico-mistico e, soprattutto, si afferma che essa è libera, affidata alle scelte e quindi alla responsabilità di ciascuno. Scupoli, abbiamo veduto, porta all’attenzione i meccanismi attraverso cui si attua la volontà, nonché le sottili insidie che possono falsarne i presupposti e l’esito: quando non ordinati alla volontà divina (in cui quella umana, soggettiva deve annullarsi), bensì al proprio Ego. Da qui pure l’insistenza sull’attenzione da porre anche verso le più lievi mancanze, verso i peccati veniali accettati e scusati con troppa leggerezza (oggi persino da molti confessori), causando grave discontinuità e ottenebramento nel cammino stesso.

Non incontriamo, dunque, un volontarismo esaltato di per se stesso, ma invece quale strumento, mezzo che deve essere usato con retto discernimento in vista del fine da raggiungere, palesandone, al contempo, i limiti intrinseci legati alla condizione umana. Ciò che emerge chiaramente è il porre in primo piano la responsabilità personale, l’importanza di ogni pur minimo atto, di contro ad una religiosità insegnata e vissuta oggi in un senso, spesso, “deresponsabilizzante” rispetto alla dimensione spirituale, affidandosi, in primis, ad un’interpretazione assai discutibile del concetto di Misericordia divina. A ciò si accompagna anche un lassismo di ordine morale all’insegna del relativismo, mentre si segnala marcatamente un allontanamento dai temi centrali del Male, del peccato mortale, del Giudizio, dell’Inferno, che ha condotto, in pratica, ad una loro sostanziale rimozione, in ambito catechetico, teologico, pastorale e dunque anche omiletico. Il Combattimento spirituale, invece, fa di tutto questo l’oggetto essenziale della battaglia in questa vita, il Nemico onnipresente, richiamando al riguardo un comportamento virile, che deve affrontare, con piena consapevolezza e responsabilità, una guerra che avrà fine soltanto con la propria morte.

Il che specifica un altro elemento di primaria importanza nella dottrina cattolica, riportato dal testo di Scupoli (quasi come un monito), alla nostra coscienza di fedeli del terzo millennio, suggestionati da una visione falsata del proprio essere cristiani, della propria funzione nel mondo. Ciò quale conseguenza della perdita di una visione totalizzante dell’esistenza, in cui devono avere assoluta priorità gli aspetti soteriologico ed escatologico. Ci riferiamo, appunto, alla nozione stessa di “Lotta spirituale”, che lo stesso Catechismo della Chiesa Cattolica (part. nn. 409, 1707) statuisce quale imprescindibile riferimento, dato orientativo ed esplicativo di vitale importanza, citando anche la Costituzione pastorale Gaudium et spes (part. nn. 13, 37). Da essa, riportiamo soltanto un breve, ma significativo passo: «Tutta intera la storia umana è infatti pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre; lotta incominciata fin dall’origine del mondo, che durerà, come dice il Signore, fino all’ultimo giorno. Inserito in questa battaglia, l’uomo deve combattere senza soste per poter restare unito al bene, né può conseguire la sua interiore unità se non al prezzo di grandi fatiche, con l’aiuto della grazia di Dio» (n.409).

L’imprescindibilità di un lucido riferimento a questa dimensione costitutiva dell’identità cristiana, è stata ben precisata, in sintesi, da uno studioso contemporaneo appartenente, come Scupoli, all’Ordine dei Canonici Regolari, il padre Bartolomeo Mas. Questi infatti scrive: «Il non accettare la necessità della lotta spirituale significa falsare la realtà dell’antropologia teologica. Ciò porta a un’impostazione errata di qualsivoglia programma di perfezione […]. Scupoli non accetta un ottimismo inconsulto, che si pone fuori della realtà della vita spirituale e che presume di prescindere dalla condizione attuale della persona umana» (da B. Mas, Introduzione a L. Scupoli, Combattimento spirituale, San Paolo, Cinisello Balsamo 1992, qui seconda ed., 2013, pp. 7-55: 28).

Per concludere, possiamo dire che il valore, l’efficacia, la verità espressi dal Combattimento, possono essere realmente compresi soltanto nel momento in cui si inizia ad “usare” il testo operativamente, per il proprio, personale cammino di perfezione; ossia quando si accetta di divenire un miles Christi a tutti gli effetti, oggi come sempre.

 

MARCO MASSIMILIANO LENZI