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Saeculum et Sacrum Imperium (di Cosmo Intini).

 

Il 1 aprile 1922, esattamente un secolo fa, Carlo I d’Asburgo (1887-1922) moriva in esilio nell’isola di Madera, vittima delle subdole, antimperiali trame politico-massoniche. Egli è stato l’ultimo Imperatore cattolico.

L’odierna ricorrenza rappresenta intanto la giusta occasione per offrire la doverosa memoria nei confronti di un sovrano che, nella sua seppur breve vita, sempre accettò fino in fondo, in maniera per certi versi “eroica”, le ardue sfide ed i difficili compiti riservatigli da Dio. Mai egli venne meno, infatti, alla coerente e totale adesione ai principi stabiliti dalla propria fede, nonché a quelli inerenti alla propria funzione di difensore della Chiesa e del popolo cristiano; ma sempre confidò nella SS. Trinità e nella S. Vergine. Peraltro, fu proprio questo che, nel 2004, gli ha valso la beatificazione, per volere di papa Giovanni Paolo II.

Tuttavia, l’attenzione da noi posta a riguardo dell’importanza di tale “centenario” non vuole ovviamente configurarsi quale una concessione ad un nostalgico, banale e pertanto sterile intento semplicemente commemorativo. Se l’anniversario costituisce l’occasione quanto mai propizia per introdurre le riflessioni che seguiranno, lo dobbiamo invece al profondo carattere ontologico, in quanto “segno e simbolo”, che già il n. 100 e con esso il saeculum mantengono.

In breve, essi rappresentano «[…] una parte che forma un tutto nel tutto, un microcosmo nel macrocosmo, che distingue ed individua una persona, un gruppo, una realtà qualsiasi in un insieme più vasto»[1]. Simbolizzando essi il limite di un completo stato ontologico, il superamento della soglia ciclica rappresentata dal n.100 e dal saeculum è pertanto legato al binomio di “morte e rinascita”[2].

 

Proprio alla luce di ciò, con lo sguardo all’attuale momento storico sofferto dall’Europa – come, in generale, da tutto l’Occidente – di cui ormai appare evidente e palpabile la decisiva rilevanza escatologica, desideriamo allora elevare un appello. Lo indirizziamo, da qui, a tutti quegli spiriti alti, ancorché esigui e dispersi, i quali mantengono integre ed assolute la propria fortezza d’animo e la propria purezza di fede: le sole capaci di poter alimentare e sorreggere la più forte determinazione nell’opporsi all’invasivo attacco ed alla conseguente diffusione di tutto ciò che oggi, in maniera sempre più chiara ed esiziale, si manifesta con connotazioni anticristiche. Ben venga dunque la “morte” di tutto ciò che di logoro e decadente ci sopòra; risvegliamoci adesso: per ricostruire sulle macerie della nostra spiritualmente e socio-politicamente distrutta Europa le condizioni che favoriscano la “rinascita” della Verità di Cristo Signore, della Sua Pace e della Sua Giustizia.

 

La questione che qui si pone è quella della renovatio Imperii, cioè della necessità di una “rinascita” in Europa di quell’Istituto che, afferendo esplicitamente all’archetipo della Regalitas di Cristo, ne detiene la celeste “sacralità” e, pertanto, ne rappresenta in terra la diretta ed unicamente legittima applicazione vicariale nell’ambito socio-politico.

Come tutti gli archetipi, il Sacrum Imperium può essersi semmai ritirato da tempo nella “latenza”, ma la sua non potrà mai essere una scomparsa definitiva: e ciò per la sua natura ontologica.

Intesa la questione in tal senso, rimane, come imprescindibile presupposto, che essa debba essere inquadrata più sulla base di dinamiche temporali che mantengono un carattere provvidenziale, più nella consapevole attenzione del logos ai principi metastorici, metafisici e metapolitici, che non invece insistendo esclusivamente su approcci e valutazioni d’ordine meramente “calcolante”[3], umanamente relativo e contingente. Ciò che per una visione orizzontale della storia può rimanere relegato allo stadio dell’utopistico o anche solo dell’improbabile, dinnanzi ad una visione verticale e metastorica si pone invece come un qualcosa di inevitabile: perché effettivamente esso risulta collocato nell’“ordine” stesso delle cose, nelle leggi cosmiche.

Basterebbe qui ricordare anche solo la caduta del muro di Berlino e dell’Unione Sovietica.

 

Un contributo in tale direzione potrebbe essere considerato, ad esempio, un recente articolo (Perché l’Impero tornerà) pubblicato da M. Blondet sul proprio sito. In esso viene sottolineato l’aspetto “sacrificale” che ha informato la sofferta morte del Beato Carlo; il quale, è importante ricordarlo, nonostante sia stato calunniato ed oltraggiato fino all’ultimo, non ha mai ceduto alle pressanti e ricattatorie richieste massoniche che gli intimavano di rinunciare al proprio titolo imperiale. Egli è rimasto Imperatore e come tale ha consapevolmente offerto a Dio «[…] di morire per il ritorno dei suoi popoli al Sacro Romano Impero»[4].

Dacché era quello che Dio aveva a lui richiesto, tale volontaria e consapevole offerta non può allora che essere prima o poi certamente accettata, data la natura tutta mistica che la informa.

 

E’ altresì possibile apprezzare il particolare carattere che lega la morte di Carlo I d’Asburgo ad una circolarità non conchiusa su sé stessa, ma piuttosto proiettata verso un nuovo inizio, anche sulla base di ulteriori osservazioni.

Se da una parte mantiene già una certa significatività “simbo-logica” il fatto che la vicenda storica del Sacro Romano Impero rimanga incastonata entro gli estremi limiti costituiti da due sovrani chiamati con lo stesso nome: un Carlo (Magno), posto all’esordio, ed un altro Carlo (d’Asburgo), posto all’epilogo; d’altro canto, i medesimi due mantengono pure un sottile rapporto reciproco, difficilmente afferrabile se non in filigrana, con colui che si può considerare l’apice della sovranità imperiale nel senso propriamente più tradizionale del termine: Federico II Hohenstaufen[5].

Conviene partire dal fatto che Carlo I d’Asburgo, per la legge successoria della dinastia asburgica, sia succeduto al prozio Francesco Giuseppe immediatamente dopo l’avvenuta morte di questo. E poiché il decesso avvenne alle h. 21.00 del 21 novembre 1916, ebbene l’ultimo Imperatore divenne tale presso a poco allo scoccare del 22 novembre. Giorno fatidico, questo, giacché nella stessa data dell’anno 1220 fu incoronato Imperatore anche Federico II, appunto.

Come è facile calcolare, due anni fa è caduto quindi l’“ottocentenario” dell’evento, con una significativa ed emblematica circostanza che fatichiamo a ritenere esser frutto di una mera coincidenza.

Si è già estesamente illustrato, in altra occasione[6], che la singolarità dell’avvenimento scaturisce intanto dal fatto che il 22 novembre del 2020 sia coinciso con l’ultima domenica precedente l’Avvento: esattamente come avvenuto nel 1220. Nonostante che la concomitanza di tale scadenza calendariale, sino ad oggi, si sia ovviamente verificata altre numerose volte, è piuttosto notevole constatare che un 22 novembre coincidente con l’ultima domenica prima dell’Avvento si è verificato solamente due volte anche in concomitanza con un anno “centenario”: il 22 novembre 1620 (quattrocentenario) e, appunto, il 22 novembre 2020 (ottocentenario).

Ma premesso ciò, quello che avvalora l’idea di essere al cospetto di un evento dalla particolare significanza escatologica ce lo suggerisce il fatto che il 22 novembre 2020, per la prima volta nella storia, sia coinciso “provvidenzialmente” proprio con la solennità liturgica di Cristo Re[7].

Sorvolando in questa sede sull’approfondita lettura simbolico-numerologica dell’ottocentenario federiciano (la si potrà affrontare in altra occasione o comunque in ulteriori contesti)[8], quel che merita di essere citato è che nell’anno 2020, obbedendo ad una sorta di intreccio numerologico, oltre all’ottocentenario dell’Incoronazione di Federico II è ricorso pure il 1220mo dell’Incoronazione di Carlo Magno, avvenuta nella notte di Natale dell’anno 800 nonché, anch’essa, “di domenica”.

Come è evidente, non solo riappare dunque un riferimento al numero 1220, ma pure all’800; il quale rappresenta, appunto, l’anno di Incoronazione del primo Imperatore del Sacro Romano Impero.

Potremmo riassumere questo complessa questione secondo tale prospettiva: come rispetto alla nascita di Cristo Signore, l’Incoronazione di Carlo Magno si pone secondo un valore 800 e quella di Federico II secondo un valore 1220; così l’anno 2020, in maniera reciproca, si pone rispetto all’Incoronazione di Carlo Magno secondo un valore 1220 e rispetto a quella di Federico II secondo un valore 800. Considerando che la definitiva scomparsa dell’Impero risale ad un “secolo” fa, in quanto il beato Carlo d’Asburgo, ultimo Imperatore (incoronato nel medesimo giorno dell’anno di Federico II), fu deposto nel 1919 e morì appunto nel 1922 (pressoché in concomitanza, insomma, col “settecentenario” dell’Incoronazione dell’Hohenstaufen), tutto questo particolare insistere su delle corrispondenze numerologico-metastoriche basate sul saeculum fa allora ritenere verosimile di essere giunti ad una svolta, come dicevamo, dalla valenza ciclico-escatologica.

Tale carattere fa parte integrante del Mistero del Sacrum Imperium: a noi il dovere innanzitutto di “discernerlo”, per poi farne buon uso.

 

Come molti sanno, gli odierni avvenimenti geopolitici stanno spingendo l’Europa a dover prendere delle decisioni che si riveleranno sempre più fondamentali e determinanti per il suo prossimo futuro. Guardare ad Est, oggi, vuol significare volgersi verso una nuova alba; nella consapevolezza che la porzione euroasiatica del nostro continente, quella di fede ortodossa, è oramai avviata con determinazione verso un orizzonte di natura “imperiale”.

Il nostro appello diviene dunque quello di cominciare da subito a porre le basi affinché anche la porzione restante dell’Europa, quella romano-cattolica, si ponga con la medesima ottica a perseguire il ristabilimento di quella colonna che, a tutt’ora, risultando mancante rende la Chiesa incompleta ed instabile: la Regalitas imperiale, appunto.

A noi sembra di ravvisare, peraltro, una medesima impostazione nelle seguenti due prese di posizione:

  1. da una parte l’auspicio di A. Dugin – così come formulato nella sua Quarta Teoria Politica – di una coesistenza in Europa di “due Imperi”: uno ad Est ed uno ad Ovest;
  2. dall’altra le parole pronunciate sempre dallo stesso papa Giovanni Paolo II: «Non si può respirare come cristiani, direi di più, come cattolici, con un solo polmone; bisogna aver due polmoni, cioè quello orientale e quello occidentale»[9].

 

                                                                                                           IN CHRISTO REGE

Il presente scritto è stato pubblicato sul seguente blog:

www.ideeazione.com/saeculum-et-sacrum-imperium/  (1 aprile 2022)

 

 

NOTE

[1] J. CHEVALIER – A. GHEERBRANT, Dizionario dei Simboli, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1992, vol. I, p. 242.

[2] Del tutto significativo è il rapporto semantico con il verbo lat. seco, che traduce: “tagliare, troncare, attraversare, spartire”; da cui, a sua volta, deriva poi il termine secula: ‘falce’. Quest’ultima rappresenta il cristico simbolo di punizione, discriminante e giudicatoria (= falce messoria), escatologicamente connessa col momento della Parousia del Messia.

[3] Nel senso propriamente “heideggeriano” del termine.

[4]https://www.maurizioblondet.it/perche-limpero-tornera/

[5] Federico II Hohenstaufen fu l’ultimo Imperatore ad essere incoronato a Roma, in S. Pietro e per mano di un Pontefice: la qual cosa mantiene una pregnanza decisiva. Il caso di Federico III d’Asburgo – l’unico effettivamente posteriore allo Staufen – eletto nel 1452, anch’egli a Roma e da papa Nicola V, non può esser posto sul medesimo piano, avendo l’Incoronazione romana ormai perso tutte le sue antiche valenze simbolico-sacrali ed essersi ridotta ad una semplice cerimonia mondana. Dopo Federico II Hohenstaufen gli Imperatori o furono incoronati lontano da Roma o lo furono non per mano del Pontefice.

[6] Cfr. C. INTINI, Il castello federiciano di Sancta Maria de Monte, tra escatologia ed arte sacra, in «Atrium», Rivista di Studi metafisici ed umanistici, anno XXIII, 2021, n.3 pp. 5-35, n.4 pp. 14-38.

[7] Introdotta da Pio XI nel dicembre 1925, la ricorrenza della solennità fu inizialmente assegnata all’ultima domenica di ottobre. Nel 1969 fu poi spostata e fissata da Paolo VI nell’ultima domenica prima dell’Avvento, cioè nell’ultima dell’anno liturgico: a significare in tal modo il “coronamento” del medesimo. E’ interessante osservare che tale spostamento avvenne con l’introduzione del Messale romano riformato, il quale entrò in vigore il 30 novembre 1969 in concomitanza con la Prima domenica di Avvento di quell’anno. Di conseguenza, la prima festa di Cristo Re posta a “coronamento” dell’anno liturgico si ebbe nel successivo anno 1970. Quindi, ad avvalorare ancor più la particolare, significativa pregnanza rappresentata dal 22 novembre 2020, ciò significa che tale data non soltanto coincide con l’ottocentenario dell’Incoronazione Imperiale di Federico II, ma pure con il Cinquantenario (metà secolo) della collocazione della festa di Cristo Re, appunto nell’ultima domenica prima dell’Avvento.

8 Cfr. C. INTINI, Il castello federiciano di Sancta Maria de Monte, tra escatologia ed arte sacra, cit., n. 3 pp. 7-9.

Val la pena almeno segnalare la circostanza metastorica che il 22 novembre del 1620, quattrocentenario, coincide con la Guerra dei Trent’anni: con tutto quello che ciò ha significato per il Sacro Romano Impero.

9 Giovanni Paolo II, Allocutio Lutetiae Parisiorum ad Christianos fratres a Sede Apostolica seiunctos habita, 31 maggio 1980: AAS 72 [1980] 704.