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Dante, il De Monarchia, il Sacrum Imperium (due articoli di don Curzio Nitoglia e Alessandro Scali)

Dante, Giustiniano e la missione imperiale (Paradiso VI), dal ms. Yates Thompson 36 (British Library, Londra) ca 1450.

 

Preambolo (della Redazione)

I due articoli che proponiamo qui di seguito risalgono al 2009.

Scritti rispettivamente da don Curzio Nitoglia e dal prof. Alessandro Scali, essi vertono sul tema dell’effettiva piena ‘ortodossia’ del De Monarchia di Dante, con speciale e conseguente riferimento su quale sia la natura essenziale propria dell’Impero, nonché su come possa-e-debba articolarsi la sua funzione all’interno della Ecclesia Christi in rapporto a quella esercitatavi dal Papato.

Se il primo fu pubblicato dall’autore il 19 agosto di quell’anno sul proprio sito (http://www.doncurzionitoglia.com/Dante_Alighieri_DeMonarchia.htm), il secondo invece, redatto il successivo 22 novembre come risposta e puntualizzazione polemica ad esso, rimase inedito fino al 28 marzo 2012, quando fu ripreso e posto in evidenza sul blog ‘Corriere metapolitico’ (http://corrieremetapolitico.blogspot.com/2012/03/don-curzio-inciampa-su-dante-e-un.html).

Entrambi tali articoli comparivano accorpati sotto il medesimo ed emblematico titolo di “Don Curzio inciampa su Dante e un ‘fedele d’Amore’ gli risponde in rima”, con cui ben si evidenziava la contrapposizione delle due tesi ivi proposte, oltretutto prospettando la seconda come essere quella più convincente.

Al di là della personale opinione del Corriere metapolitico, che in linea con la sua posizione ‘filo-ghibellina’ non poteva, nell’occasione, che giustamente dissentire dall’impostazione ‘filo-guelfa’ adottata da don Curzio, dobbiamo registrare la testimonianza diretta del prof. Scali, il quale ci ha riferito come, a seguito di quella sua risposta, don Curzio ne abbia ‘cavallerescamente’ riconosciuto la validità e la ragione.

Prendendone atto, noi di Regina Equitum siamo innanzitutto ben felici di ascrivere ciò all’evidente serietà e lealtà intellettuale posseduta da don Nitoglia, confortandoci pertanto nella stima da noi già mantenuta nei suoi confronti. Ma oltretutto, osiamo più convintamente sperare nel buon esito della ‘battaglia’ che ci proponiamo di portare avanti come Sodalizio cavalleresco: ricondurre cioè il Sacerdotium alla piena consapevolezza su quella che è, e tale dovrebbe rimanere, la fondamentale posizione dell’Imperium all’interno della Ecclesia Christi.

Così come espresso ed auspicato proprio dalla dottrina ‘metapolitica’ di Dante, solo con il ripristino di una Regalitas autonoma (e comunque, non indipendente), che accanto al Papato possa assolvere sino in fondo la propria ‘sacrale’ funzione Imperiale, si potranno riequilibrare le sorti di una Chiesa e di una Europa, che sempre più pericolosamente paiono votate a cedere sotto i colpi inferti loro dall’anticristo.

Se è pur vero che la Ecclesia mai potrà essere annullata dalle forze del male (“non praevalebunt”), tuttavia rimane sempre nella responsabilità dei Christi fideles, ed in special modo dei Milites, di combattere la ‘giusta battaglia’ per Nostro Signore Cristo Re: «Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato […] fino alla manifestazione del Signore Nostro Gesù Cristo, che al tempo stabilito sarà a noi rivelata dal Beato e unico Sovrano, il Re dei regnanti e Signore dei signori» (1 Tm 6,12-15).

 

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DANTE E IL DE MONARCHIA (di don Curzio Nitoglia)

Dante, nel De Monarchia, è uno degli antesignani del Principe di Machiavelli. Questa frase può stupire qualcuno, ma se si studia bene il problema le cose si fanno chiare. Secondo Dante per Etienne Gilson“L’imperatore non deriva il suo potere dal Papa per il fatto che è direttamente sottomesso a Dio” ([1]). Di fronte all’ideale cristiano di una Chiesa universale, il Poeta vuol ergere l’ideale umano ghibellino o cesarista, di un impero universale sotto l’autorità di un solo imperatore, che doveva svolgere il ruolo che il Papa svolgeva nella Chiesa. Il fiorentino prende dalla Chiesa l’ideale di una cristianità universale e lo laicizza. È l’eterno problema, che ritorna continuamente, in filosofia polìtica, dei rapporti tra potere spirituale e potere temporale. Il “ghibellin fuggiasco” ha giocato abilmente citando soprattutto Aristotele (ma è l’Aristotelismo averroista che insegna il Poeta, come spiega il Gilson; inoltre Aristotele, non conosceva il concetto di creazione, di creatura-Creatore, di fine ultimo soprannaturale, quindi la sua Politica è pagana e S. Tommaso, grazie alla luce della Rivelazione, l’ha completata e in alcune parti raddrizzata), e anche l’Angelico, che avevano definito l’uomo un animale sociale. Ora la società ha bisogno di un’autorità e proprio S. Tommaso aveva detto che la miglior forma di governo è quella di uno solo: la monarchia. “S. Tommaso, tuttavia, era così lungi da pensare a una monarchia universale che … definiva il re come colui che governa il popolo di una città o di una provincia in vista del bene comune” ([2]). Nella Monarchia (lib. II) l’Alighieri afferma che l’impero romano, ancora sussistente nel medioevo ghibellino, è un potere legittimo voluto da Dio per il bene comune. Ora il Papato si pone egualmente come un’autorità di origine divina. Quindi si pone il dilemma di come accordare il Papa e l’imperatore. Il problema che si presenta a Dante è di sapere se il potere venga all’imperatore immediatamente e direttamente da Dio, oppure indirettamente e mediante il Papa (lib. III, 1). Abbiamo già visto, di sfuggita, come Dante risolva il problema, ma cerchiamo di vederlo ancora meglio. Contro il Papa Dante dichiara di avvalersi della intercessione del re Salomone, la cui ‘santità’ (Salomone in realtà è morto in concubinato e politeista) giudica i Papi e al cui servizio è mobilitato il cristianesimo (di qui è nata la leggenda di Dante esoterico, esposta da Guénon; essendo Salomone il costruttore del primo Tempio di Gerusalemme, al quale si rifanno gli iniziati e i massoni in genere, che hanno come scopo la ricostruzione del terzo Tempio, come… Sharon o Nethaniahu). Inoltre i cristiani – secondo Dante – debbono al Papa non tutto ciò che si deve a Cristo, ma solo ciò che si deve a Pietro. “L’abile formula – commenta il Gilson – usata dal Poeta per limitare l’estensione della sua obbedienza al Papa: ‘tutto ciò che si deve non al Cristo, ma a Pietro’. Porre questa clausola come qualcosa che va da sé, significa chiudere la questione in partenza, poiché equivale ad affermare che vi sono dei privilègi del Cristo che né Pietro, né i suoi successori hanno ereditato (…) equivaleva ad escludere dai privilegi di Cristo ereditati da Pietro e dai suoi successori, quello stesso primato temporale che Dante si accingeva a negare loro” ([3]). Ma mettiamo a confronto Dante e S. Tommaso:

  1. a) Dante (De Monarchia, III, 3):

“Il Sommo Pontefice, vicario di Gesù Cristo e successore di Pietro cui dobbiamo non ciò che è dovuto a Cristo, ma solo ciò che è dovuto a Pietro”.

  1. b) Tommaso (De regimine principum, I, 14):

“Al Sommo Sacerdote, successore di Pietro, Vicario di Cristo, al Romano Pontefice, al quale tutti i re del popolo cristiano devono essere sudditi, come allo stesso Gesù Cristo”.

Gilson commenta: “Tutto il problema è condensato in queste due frasi, di cui colpisce l’opposizione quasi letterale, tanto che non si può fare a meno di chiedersi se Dante, scrivendo la sua frase, non si ricordasse di quella di S. Tommaso. Ad ogni modo, le tesi definite da queste due formule sono in flagrante contraddizione. Ambedue riconoscono la supremazia del potere temporale di Cristo; ma S. Tommaso afferma che Cristo ha trasmesso la sua duplice regalità, spirituale e temporale, a Pietro e a tutti i successori di Pietro, a cui i re del popolo cristiano debbono, per conseguenza, essere sottomessi come allo stesso Gesù Cristo; per Dante, al contrario, se Gesù Cristo ha posseduto, come Dio, una sovranità temporale, di cui non ha voluto far uso, quest’autorità temporale è risalita al cielo con Lui. I Papi non l’hanno ereditata. Tra il Papa di S. Tommaso che detiene l’apice di tutti e due i poteri [ma non vuole usare, come Cristo, quello temporale] e il Papa di Dante, escluso dal controllo di ogni potere temporale, è necessario scegliere: è impossibile conciliarli” ([4]). Per Dante solo Dio è sovrano del temporale e dello spirituale, l’imperatore deriva la sua autorità unicamente da Dio, “vuole un’autorità imperiale che derivi la sua esistenza direttamente da Dio, non dal Papa; eserciti un potere la cui fonte sia in sé stessa, non nell’autorità del Papa (De Monarchia, lib. III, 4)” ([5]). Gilson spiega che se visitare il mondo di Dante da pagani equivale a visitarlo da stranieri, viver nel mondo politico (non quello della Divina Commedia) dantesco da tomisti, conduce a dei malintesi, infatti: “ciò che è proprio al pensiero di Dante, è l’eliminazione delle subordinazioni gerarchiche essenziali al tomismo… In S. Tommaso, la distinzione reale degli ordini fonda ed esige la loro subordinazione; in Dante essa la esclude” ([6]). Dante, inoltre, assegna all’uomo due fini: un fine ultimo in quanto egli ha un corpo mortale, e un altro fine ultimo, in quanto ha un’anima immortale. Per S. Tommaso è vero tutto il contrario: l’uomo ha un solo fine ultimo: la beatitudine eterna, che si può cogliere solo grazie alla Chiesa, fuori della quale non c’è salvezza. Per questo motivo i re devono essere sottomessi al Papa, come a Cristo, di cui il Romano Pontefice è il Vicario. Per Dante ci sono due ordini non gerarchizzati né subordinati l’uno all’altro, per S. Tommaso i due ordini distinti sono subordinati, egli distingue per unire, come nel caso dell’uomo composto di anima e corpo, vi sono due realtà una temporale e una spirituale, distinte l’una dall’altra ma subordinate a formare un solo uomo un unum per se, e non un’unità accidentale, un unum per accidens, come volevano Platone o Cartesio, in cui solo l’anima è uomo mentre il corpo è come un cavallo su cui siede l’uomo. Così è per lo Stato, che secondo S. Tommaso, ha come fine ultimo far pervenire i cittadini, grazie ad una vita virtuosa, al godimento di Dio che non è soltanto il bene comune temporale e basta. Una volta gerarchizzati, con rigore filosofico, i fini lo sono anche coloro che presiedono al conseguimento dei fini da parte degli uomini, poiché coloro ai quali spetta la cura del fine prossimo devono essere sottomessi a colui al quale spetta la cura del fine ultimo. “Vi è dunque, nel tomismo autentico, un capo supremo che dirige tutti gli altri capi, proprio perché ‘colui al quale spetta la cura del fine ultimo si trova sempre a dirigere coloro che si occupano dei mezzi ordinati al fine ultimo’… Vi è un’opposizione dottrinale tra Dante e S. Tommaso, e sembra che ciò non possa essere negato”([7]).

L’ENCICLICA DI BENEDETTO XV SU DANTE: IN PRAECLARA SUMMORUM (1921)

“Sappiamo – scrive lo Chevalier – che per Dante tra Papa e imperatore, cioè tra queste due metà di Dio, oppure (Purgatorio, canto XVI) tra questi due soli che devono illuminare due strade, quella del mondo e quella di Dio, c’è reciproca indipendenza… Ma se resta esclusa ogni subordinazione tra le due sfere (spirituale e temporale) viene mantenuto e richiesto esplicitamente che ci sia coordinazione. Dante non può dimenticarsi che la felicità terrena è in qualche modo ordinata alla felicità eterna (…) Se la luna è creata direttamente da Dio ed emette i propri raggi ed ha un suo movimento, il sole le fornisce soltanto il modo per illuminare meglio e con maggiore intensità. Analogamente il potere temporale, che non riceve l’autorità di cui è dotato dal potere spirituale, deve a questo il poter agire meglio, cioè gli deve la luce della Grazia (…). Dante amava il Papato (…) che non usurpasse la funzione altrui (…) però aveva voluto che Papato e Impero fossero rispettivamente indipendenti l’uno dall’altro” ([8]). La dottrina polìtica di Dante, come si vede, non è ortodossa; ma non è neppure quella di Marsilio da Padova o di Occam. Dante è un sincero cattolico, da un punto di vista religioso, ma purtroppo ghibellino dal punto di vista politico, il che è contraddittorio, è un caso analogo a quello del “catto-liberale”. È quello che spiega, mirabilmente Benedetto XV, nella sua Enciclica, per il sesto centenario della morte di Dante. “Nella gloriosa stirpe dei genii, che (…) fanno onore al cattolicesimo (…) particolarmente nel campo delle lettere (…) occupa un posto particolare Dante Alighieri… Nella Divina Commedia (…) sono esaltate, la SS. Trinità, la Redenzione (…) compiuta dal Verbo di Dio (…), l’immensa bontà e la generosità della Vergine Maria, (…) la beatitudine Celeste degli eletti…; infine tra paradiso e inferno, il purgatorio: la dimora delle anime, che una volta consumato il periodo dell’espiazione, vedono schiudersi il Cielo davanti a loro (…) Egli chiama la Chiesa ‘la tenerissima madre’(…) benché egli affermi che la dignità dell’imperatore venga direttamente da Dio (…). È vero che pronunciò invettive (…) offensive contro i Papi (…). Ma si deve perdonare ad un uomo agitato dai flutti di enormi sfortune, se si lasciò sfuggire dal cuore ulcerato qualche giudizio che sembra aver passato il segno (…) ” ([9]). Ecco spiegato il dilemma: come può un Papa scrivere un’Enciclica in onore di Dante, se davvero questi non è completamente ortodosso? Basta leggere l’Enciclica… e Dante.

  1. Curzio Nitoglia

19 agosto 2009

 

NOTE

[1][1]) E. Gilson, Dante e la filosofia, Jaca Book, Milano, 1987, pag. 152, nota 2.

[2][2]) Ibidem, pag. 155.

[3][3]) Ibidem, pag. 169.

[4][4]) Ibidem, pag. 170.

[5][5]) Ibidem, pagg. 172-173.

[6][6]) Ibidem, pagg. 173-174.

[7][7]) Ibidem, pagg. 178-179.

[8][8]) J.J. Chevalier, op. cit., vol. I, pagg. 326-332.

[9][9]) Benedetto XV, In praeclara summorum, 30 aprile 1921, in “Tutte le Encicliche dei Sommi Pontefici”, Dall’Oglio, Milano, 5ª ed., 1959, vol. I, pagg. 738-744.

 

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È SEMPRE IL TEMPO DEL PAPA-RE (di Alessandro Scali)

Che lo scritto di don Curzio sia errato in capite et in membris francamente ci spiace. Ancora di più spiace constatare il modo apoftegmatico, per auctoritates (malintese) con cui si incastra nell’errore, così da oscurare non solo i molti suoi meriti in tanti versanti, ma soprattutto da sminuire il suo riconosciuto spessore, perché di essi evita, in questa circostanza, radicalmente l’uso. Infatti, si segua questo esempio di logica: dopo aver dichiarato che Dante va a braccetto con Machiavelli perché laicizza il principio di universalità della Chiesa in quanto <il Poeta vuol ergere l’ideale umano ghibellino o cesarista, di un impero universale sotto l’autorità di un solo imperatore, che doveva svolgere il ruolo che il Papa svolgeva nella Chiesa>; e dopo aver dimostrato –a suo avviso– che Dante è eretico perché nega che il carisma dell’Impero venga impartito dal papa, affermazione che egli rincalza per l’autorità di Tommaso: bene, sempre lui riesce, dopo aver vergato oltre due pagine di questo elettronico piombo, a testimoniare, nelle ultime due righe, che Dante è completamente ortodosso perché <come può un Papa [scil.: Benedetto XV] scrivere un’Enciclica in onore di Dante, se davvero questi non è completamente ortodosso?  Basta leggere l’Enciclica… e Dante.> “E più non dimandare” aggiungerebbe Dante.

Questo quanto alla logica, che però trova micidiale continuità nel metodo, visto che le considerazioni svolte assumono come fondamento esegetico alcune riflessioni dantesche di Gilson. Morale: Gilson e Benedetto XV sono l’ipse dixit dell’interpretazione dantesca. E anche qui, più non dimandare.

Terzo, e non in ordine di importanza, il problema del merito vero e proprio dell’intero svolgimento, ma qui sarebbe insensato rincorrere sistematicamente le diverse elaborazioni, o inesatte o incomplete o tendenziose: se ne farà, pars pro toto, un significativo florilegio.

E cominciamo dal machiavellismo di cui sopra, risalendo a quel che realmente dice Dante:” In quanto poi son dei termini di relazione, [cioè papato e impero sono relazioni, e non forme sostanziali] come appar chiaro, si debbono ricondurre o all’uno o all’altro, se uno è subordinato all’altro, o comunicano nella specie per la natura della relazione; o a un terzo cui si riconducano come a comune unità. Ma non può dirsi che uno è subordinato all’altro, perché l’uno sarebbe predicato dell’altro: il che è falso; non diciamo infatti che ‘l’Imperatore è Papa’, né viceversa. Né puo dirsi che comunicano nella specie, perché una cosa è l’ufficio del Papa, un’altra quello dell’Imperatore, in quanto tali; si riconducono dunque ad alcunchè in cui debbono unificarsi… E questo sarà o Dio, in cui ogni aspetto è assolutamente unificato; o in alcuna sostanza inferiore a Dio, in cui il rapporto di superiorità si particolarizzi mediante una differenza di superiorità, lasciando la natura di rapporto semplice. E così appar chiaro che il Papa e l’Imperatore, in quanto uomini, si debbono ricondurre a una cosa; ma in quanto papa e imperatore, a un’altra. E ciò basti quanto alla ragione.” (Monarchia, III, XII)[1][1]

Tralasciamo per il momento di individuare quella (allusione, sia pure coperta, a Melki-tsedeq,[2][2] nel cui Ordine viene incardinato il Cristo Incarnato, che pertanto ne assume i poteri) per stroncare innanzi tutto un errore che però, essendo un falso storico, rinvia o alla superficialità o al pregiudizio: dove sarebbe la laicizzazione del principio cristiano nell’Impero se ambedue i poteri vengono posti sotto la diretta autorità del Cristo? E Machiavelli farebbe capoccella dietro Cristo Re o Cristo Sacerdote? Anche a considerare il Segretario Fiorentino un ‘colpo di teatro’ del nostro incauto esegeta (sia pure indotto dal Gilson), rimane che il principio di laicizzazione è un ‘a priori’ di don Curzio (il famoso pregiudizio) che Dante confuta ‘a priori’. E comunque niente aristotelismo averroista in tale confutazione ma, eventualmente, gli archetipi platonici del Mondo delle Idee.

Veniamo a S. Tommaso, la cui autorità viene tirata per la barba in più modi: egli ricorda a tutti che: I) i capi vengono assegnati da Dio: “Il Re, nel governare il popolo, è ministro di Dio” [i.e.: Vicario] (De Reg. pr., I, I, c.8.); II) l’ufficio pontificale non si confonde con quello regale: “Per ciò che concerne il bene civile si deve ubbidire piuttosto al potere politico che a quello ecclesiastico, secondo il detto evangelico: rendete a Cesare quel che è di Cesare” (S.Theol. 2.2, q.10, a 10 e q.60 a 6), espressione conforme alla formula di Gelasio I, (v.infra) cui si attenne l’intero M.E. e Dante. In relazione invece alla citazione di don Curzio (De Regim….I,14), l’affermazione di Tommaso ‘non fa una grinza’, ma va intesa “in divinis”, in quanto ci sarebbe solo da ridere se in spiritualibus i re, invece di far riferimento al papa, facessero ‘sponte sua’, dando corso –adesso sì–  ad un laicismo usurpatorio (v. chiesa anglicana); d’altra parte, è proprio questa specificità della delega pontificia che avalla la specificità di quella regale, pur se i due poteri mostrano punti di tangenza, uno dei quali riconoscibile nei doni taumaturgici dei re, documentati a partire dai Merovingi, che dimostrano la presenza del medesimo carisma, ovviamente relato allo specifico mandato. Sul quale tema canta il Salmista: “Chi salirà il monte del Signore e chi starà nel suo luogo santo?” (23, 3), e Pr. 20,9 prosegue “Chi potrà gloriarsi di avere un cuore casto? o chi può avere la certezza di essere mondo da ogni peccato?” su cui Origene: “Penso che il cuore puro e il cuore  casto non stiano a indicare altro che colui che possiede un cuore casto e mondo da ogni falsa dottrina. Così credo che abbia mani innocenti e sia mondo da peccati colui che è irreprensibile nelle azioni[3][3]. E di seguito: “C’è inoltre da sapere, ai fini della verità, che come è impossibile che abbia mani innocenti e sia esente da peccato uno che non sia anche puro di cuore e mondo da falsa dottrina, allo stesso modo è impossibile che uno sia puro di cuore e libero da errore dottrinario, che non sia anche giusto (i.e.: abbia mani innocenti) ed esente da peccato.”[4][4] [Tr. d. R.] Un unico carisma presso due vocazioni diverse. E rientra qui quel che insegna D. nel canto di Giustiniano (Pd. VI) il quale, prima ancora di metter mano alla riforma dei Codici, si preoccupa di adire la corretta ortodossia, in ciò illuminato dal papa Agapito: è la forma autentica e modulare dei rapporti tra Imperatore e Papa, e in particolare la condivisione e la tangenza nel fine trascendente.

Insomma, che questo mondo sia nel segno della dualità (il fondamento biblico è in Adamo ed Eva: v.  Filone Alessandrino, De opif. mundi) non dovrebbe sorprendere nessuno; che in forza di ciò i due massimi poteri siano distinti, ma non separati, nemmeno; negare i conseguenti postulati logici, ovvero 1) che ambedue i poteri debbano ricevere uno stigma specifico, correlato alle distinte funzioni (v. ancora Filone, ibidem); e negare 2) che ambedue i sommi poteri terreni si unifichino in “una realtà inferiore (a Dio)”, come recita Dante, ma tale da esprimere una superiorità nei confronti di ambedue, significherebbe negare ogni e qualunque discendenza dell’umano dal divino, nonché ogni possibiltà di trascendenza per la creatura umana.[5][5]

Quanto all’investitura dell’Impero a vicariare Cristo Re nell’ambito politico, Gesù Cristo ci ha lasciato, attraverso i Vangeli, le seguenti espressioni: 1) Date a Cesare… col significato ricordato da S. Tommaso, avendo presente che Cesare (ovvero l’Istituto imperiale) riceve un riconoscimento formale dalla sua propria Fonte; 2) il racconto relativo a Ponzio Pilato, su cui D. osserva: “Se il popolo romano non avesse ottenuto l’impero ‘de jure’, ma in forma usurpatoria, il peccato di Adamo non sarebbe stato punito in Cristo, e tutti continueremmo ad essere nell’ira di Dio. Ma questo è falso, così come testimonia l’apostolo Paolo agli Efesini; in forza di ciò bisogna consentire che l’Impero Romano abbia avuto riconoscimento divino. C’è infatti da sapere che, secondo giustizia, la punizione non consiste nella semplice pena inflitta al reo, ma nella pena irrogata da chi legittimamente detiene il potere di punire; ne consegue che se la pena non viene inflitta dal giudice naturale, la punizione è illegale e, pertanto, ingiusta. In tale circostanza si deve convenire che Tiberio Cesare, nella persona di Ponzio Pilato suo vicario, aveva titolo per infliggere la pena, ovvero che a lui e all’Impero Romano veniva riconosciuta piena giurisdizione sull’intera umanità, dal momento che l’intera umanità aveva peccato in Adamo, e ancóra lei veniva riscattata dal sacrificio del Cristo”. Mon. II, 12. (Libera T. del R.). In soldoni: la legge romana (cioè: il puro mos maiorum) compie un disegno provvidenziale per cui riceve dall’Alto un riconoscimento cosmico necessariamente carismatico in forza –quanto meno- del sacrificio cristico rogitato e non perpetrato; 3) Mt. 5,17: “Non crediate che io sia venuto ad abrogare la legge o i profeti; non sono venuto ad abolire, ma a completare”. “E che per legge debba intendersi quella tradizionale di quel popolo appare evidente ma, visto il carattere universale della Rivelazione, quel messaggio non può intendersi restrittivamente rivolto ai soli ebrei, e va esteso a tutte le ‘leggi’ figlie di una tradizione autentica, e in particolare a quella di Roma: ne fa fede quel “Date a Cesare”, oltre alle significative espressioni paoline che parificano ebrei e gentili nel quadro del Nuovo Testamento. Ne discende – tra l’altro – che la legge nulla ha a che fare con la missione del Cristo, e che il mos maiorum rimane confermato anche dopo l’avvento dell’Uomo-Dio. Se a questa semplice linea di fatti aggiungiamo l’avvenuta traslazione della Tradizione spirituale da Gerusalemme a Roma, ove la cattedra di Pietro si è ininterrottamente trasmessa, risulta inoppugnabile che a Roma vada riconosciuta tanto la legittimità del ‘recte fàcĕre’ quanto l’investitura a Centro spirituale del Cristianesimo.  Non in relazione ad altro viene da Dante magistralmente sigillata siffatta realtà in quel <e sarai meco sanza fine cive / di quella Roma onde Cristo è Romano> [Pg. XXXII, 102], affermazione perentoria e sovrana del formale diritto di questa Città ad esercitare ambedue i poteri, ambedue aventi come referente l’Incarnato”.[6][6]

A guardare con lucidità nel pensiero di Gilson-don Curzio, tutto il problema si condensa in una falsa aporia, ovvero nella convinzione che il carisma divino discenda direttamente o sul papa o sul capo politico (re o imperatore non importa). E’ il tema che è mal posto: non “o…o”, sì invece “sia…sia”, in relazione a compiti differenziati perché o pensiamo che i re legittimi li invia, designa, investe Gesù Cristo, per cui il papa ratifica –cioè riconosce e conferma (col crisma della confirmatio) coram populo– un preesistente carisma di re, oppure accettiamo che il crisma pontificio possa istituire regalità e conferire missione di re, al punto che egli non sarebbe più “re per Grazia di Dio”, ma per grazia pontificia. Non si avverte che, nel tentativo di sminuire la regalità, in realtà si lede gravemente una prerogativa del Cristo, visto che è Lui il Re del mondo?  Non si avverte l’usurpazione di un potere che va ben al di là delle forze e delle volontà umane, tale per cui il riconoscimento ufficiale del pontefice può anche venir meno, senza lesione della legittimità? In tutta chiarezza: la Fonte dei poteri è il Cristo e i vicarî sono due; papa e re, in quanto delegati, godono ambedue dell’assistenza dello Spirito Santo: unico è pertanto il carisma che li investe, che si particolarizza al contatto con la dualità del mondo umano in relazione ad uffici, funzioni e vocazioni distinte. E in quanto distinte, è lapalissiano che ci sia una gerarchia (come in Adamo ed Eva), e che la funzione temporale sia subordinata a quella spirituale (definita ‘praestantior’ da Giona d’Orleans), ma essa riguarda specificamente la materia religiosa. Unificare qui in terra (nel papa) i due ruoli, immaginando che la distinzione sia sinonimo di laicismo è cosa che va rimeditata soprattutto da noi che, nel quadro del Cristianesimo conosciamo, nel simbolo di Cristo Re, il Re che presiede e cui sono affidate (per fortuna nostra) le sorti proprio di questo mondo. Quel Medesimo che ammonisce “date a Cesare”.

Don Curzio, inoltre, sembra preoccupato della vocazione all’universalità dell’Impero, come se la famiglia di popoli (e in particolare quella individuata dalle ‘religioni del libro’, allargata alla celtica) non dovesse tendere – in temporalibus – a quella medesima unità invocata nel Pater Noster, cui non solo la Chiesa di Cristo, ma anche il governo dei popoli deve aspirare: preoccupato di che?

Questi i punti del dissenso. Il resto, paralogismi che esalano fumi faziosi, mentre Dante è veramente dono avatarico di Dio, per diversi profili sintesi di S.Francesco e S.Domenico.

Su un livello decisamente più modesto aggetta lo scritto di don Curzio, quando, per un viscerale “troppo di vigore[7][7], si fa scappare quella perla di espressione che suona. È talmente grossa che si commenta da sé, verissimo; pure, una cosetta ci esce dai precordi e in contrito monologo chi scrive ricorda a sé stesso che pagano attiene a un credo religioso, laddove la speculazione metafisica parte in diretta per la Conoscenza pura, quella che, per quanto possibile, intende, comprende e perciò giustifica tutte le espressioni essoteriche. E la politica discende dalla metafisica. Sine ira et studio, ma la differenza non sembra una bazzecola.

Su Guénon sia la pace: le piramidali cose dette (e “parole non ci appulcro”) non lambiscono i suoi sandali, e fanno il paio col concubinato (peccaminoso) di Salomone –simbolo della regalità legittima– che ancora si torce …sì, dalle risa.

 

DOCUMENTI

 

Opus meum me defendet” ebbe a scrivere Dante, e così è; tuttavia, non farà male stralciare qualche sua riga, incontrovertibile e inequivocabile, per rispondere alle accuse di laicismo da parte di Gilson-don Curzio:

Ep.VII, 8: “…In te crediamo e speriamo, proclamando che tu sei vicario di Dio e figlio della Chiesa e fautore della gloria imperiale romana.; [8][8] e ancora, VII, 10: ” Ed esultò il mio spirito quando nel cuore mi dissi:<=”” peccato=”” toglie=””>>”.

Ep.XI, 9:  « Non per possesso di beni, sì invece per grazia di Dio sono quel che sono, perché ». E sulle ragioni della Divina C.:“Fine della parte (i. e.: del Paradiso) e dell’intero complesso è allontanare gli uomini dalle miserie di questa vita e guidarli alla piena felicità”

Ministro di Dio e figlio della Chiesa ; Agnello di Dio che toglie i peccati ; per grazia di Dio sono quel che sono, e lo zelo della Sua casa mi divora (ciò dicendo nel prendere per le orecchie i cardinali d’Italia);  liberare gli uomini sulla terra dall’abiezione del peccato e condurli alla felicità (in una lettera con cui presenta l’intera D.C. e dedica il Paradiso): ma si può interpretare Dante contro le parole di Dante, o anche intenderle ad libitum, selezionando quel che concorre alla tesi precostituita e scartando il resto? Dagli amici mi salvi Dio….

Formula gelasiana (V sec.) riportata nel Decretum Gratiani (Tract. IV, II): “Cristo, memore dell’umana fragilità, quanto alla salvezza dei suoi, con equilibrato e splendido dono in tal modo divise i doveri di ambedue i poteri, con compiti specifici e dignità diverse…che, e i cristiani imperatori avessero bisogno, in funzione della vita eterna, dei pontefici, e i pontefici fruissero degli ordinamenti imperiali per ciò che attiene alle esigenze mondane, affinché la funzione spirituale si tenesse lontana dalle cure mondane, e la milizia di Dio esentata, per quanto possibile, dalle questioni secolari; e alla sua volta non apparisse presiedere agli uffici divini chi fosse coinvolto nei negozi terreni”.[9][9]  

È la distinzione dei ruoli e dei carismi, e Dante ripercorre con assoluta fedeltà la traccia gelasiana

(Pg., XVI, 99-112): qualcuno ha mai tacciato papa Gelasio I di eresia, di averroismo, di laicismo?

Come ‘aggiunta alla derrata’ – direbbe Carducci – non può dimenticarsi la relazione consegnata a Lotario e Ludovico dal concilio dei vescovi adunati a Parigi nell’829 (Mon. germ. hist., s. II, vol. II, pag. 610, n. 196):,“Perciò apprendiamo dai santi Padri che sostanzialmente l’intero corpo della santa Chiesa di Dio risulta diviso in due eminenti figure, sacerdotale e regale” [10][10] espressione captata poco dopo da Giona di Orléans, e che marca i rapporti tra i due poteri fino al XII sec., quando  viene raccolta e riformulata in termini canonici da Stefano di Tournai (XII sec.): “Nella medesima società due sono i popoli sotto il medesimo re, e in quanto due popoli, due vite, e in quanto due vite due i capi, e in quanto due capi, duplice è l’ordinamento giurisdizionale. Società, cristianità: Cristo è a capo della società: due i popoli e due gli ordini nella cristianità, chierici e laici: due le vite, spirituale e temporale; due referenti, sacerdozio e regalità: doppio ordine di norme, diritto umano e divino. Restituisci a ciascuno il suo, e tutto torna in armonia”. (Summa Decreti, ed. Schulte, 1891). I poteri si unificano in Cristo: ciascuno dunque deve amministrare la sua giurisdizione, e senza negare che la persona del vescovo è “praestantior” rispetto a quella regia, in quanto egli deve vigilare anche sul re, della cui anima risponde, ma senza condominî, con giurisdizioni diverse che rinviano a carismi diversificati: ai fini dell’unità e dell’armonia in terra, redde singula singulis. Il concetto di praestantior, peraltro, Dante restituisce col famoso “Illa igitur reverentia Cesar utatur ad Petrum qua primogenitus filius debet uti ad patrem…”.  (Sia l’Imperatore deferente verso il Papa come il figlio verso il padre). (Mon.III, XIII).  

La recente uscita di un lavoro che raccoglie inediti di Augusto Del Noce[11][11], ci consente di trarre talune interessanti osservazioni dell’illustre studioso sulle posizioni del Gilson in merito al Dante politico.

“Del Noce sottolinea con forza che l’autonomia, e la stessa necessità dell’Impero, non possono essere comprese senza il peccato e le sue conseguenze. Tanto grave è la necessità del monarca universale, che Dante sente l’urgenza di contestare quella politica ecclesiastica che non la riconosce. Ma questa contestazione, sia chiaro, rimane nei limiti della teologia del peccato originale”.

“Quanto all’averroismo, il Gilson esclude categoricamente che Dante possa averlo accettato, se si pensa che la sua essenza sta nella subordinazione totale della religione alla filosofia. Peraltro, la stessa esclusione vale per l’averroismo latino, perché in nessuna opera dantesca si può trovare un disaccordo tra le assunzioni della filosofia e i dati della rivelazione. La trascendenza divina, nella Monarchia, è una realtà indubitabile e «Nessun artificio interpretativo potrà infatti portare a disconoscere l’esistenza per Dante, di un ordine soprannaturale distinto e valido in sé, e i cui mezzi propri, diretti verso il suo fine proprio, si impongono egualmente a tutti gli uomini, compresi i filosofi»” (A. Del Noce, Appunti di lavoro, p. 25.).

“L’obiezione delnociana parte da questa domanda dalla quale, a nostro parere, si evince un allontanamento non trascurabile dall’impostazione del Gilson: <Ora, la sua [di Dante] disposizione è essenzialmente etico-politica o etico-religiosa? Cioè la sua passione è per l’autonomia e l’indipendenza dell’impero, o invece….  l’autonomia dell’impero gli appare come condizione per la purificazione della vita religiosa? Ha inteso combattere l’ideale teocratico, o invece ha inteso raggiungere la sua forma più pura, dissociando teocrazia da ierocrazia?>. Il Gilson ha battuto la via dell’interpretazione etico-politica, che lo ha condotto ad avallare la tesi dell’attitudine separatistica e ad accettarla come «una specie di forma a priori» di una mentalità dantesca tutta secolaristica e temporale: «Ciò che veramente gli premerebbe, sarebbe il decalco laico della Chiesa nell’idea di Umanità». In sostanza, quello che Del Noce rimprovera al Gilson è di aver dato una lettura dantesca troppo incline agli schemi del separatismo averroistico, accentuando l’aspetto etico-politico a scapito di quello etico-religioso”.

Su un altro punto c’è ancora da far chiarezza con un procedimento nemmeno intuitivo, ma di pura logica: come in D. la sequenza cronologica Inferno-Purgatorio non corrisponde alla pratica dell’esercizio  spirituale, per cui questa non può essere così logicamente e cronologicamente scandita, allo stesso modo vanno intese le scansioni “Paradiso terrestre – Paradiso celeste” definite la prima come conquista legata alla correzione dell’Impero (etica) e la seconda alla sapienza della Chiesa, in quanto, atteso che unico è il fine ultimo di ambedue, cioè la visio Dei, quella metafora di D. richiama semplicemente il fatto che senza prima correggersi dall’errore etico (vinto dall’Impero sul filo della legge, ad eccezione dei peccati egotici) non c’è apertura dello spirito, la quale si determina man mano che la correzione prende forma: e le due cose procedono in simultanea, ovvero crescono insieme. Discende che il giudizio gilsoniano sul Valli, tacciato di gnostico perché ammetterebbe due diverse redenzioni, come se fossero separate, è un fraintendimento, e la lettura di Gilson si spiega con la sua pregiudiziale convinzione dell’averroismo di D., supportata dall’avvio, nella Francia del primo Novecento, di un neo-gnosticismo aconfessionale di tipo massonico cui Guénon sembrava (a lui) non essere estraneo. Oggi la distanza storica e la relativa decantazione dei dati culturali consente una visione meno opaca e più equilibrata di quelle linee di pensiero.

L’analoga distinzione, peraltro, tra Piccola e Grande Guerra presente nel canone islamico, declina i medesimi caratteri e richiama le medesime riflessioni qui presentate.

E infine, accanto alle spinose rose, un mazzetto di ortiche.

– In ultima analisi, la consapevolezza profonda della sintonia tra l’etica e la spiritualità, così come illuminata in D., è più in Origene che in Gelasio e Stefano di Tournai: in questi la preoccupazione è più legata alla speculazione sui massimi poteri; in D., ma in qualche modo anche in Origene, l’ansia del problema è sentita in funzione soteriologica, ovvero della salvezza individuale. Esattamente il contrario della deriva laica (etica fine a se stessa).

–  Si è accorto don Curzio che Dante ottiene la totale purificazione per la mediazione e le conoscenze (riconosciute dall’Alto) del ‘pagano’[12][12] Virgilio?  D. avrà preso una cantonata: politeisti e ‘pagani’ sono figli di un dio minore, e il Logos ha parlato per pochi intimi, opportunamente selezionati.[13][13]

– Auctoritates per auctoritates, sarà consentito preferire, come fonte di verità, l’indiato Dante che dichiara Cristo ‘Romano’, al pur autorevole filosofo Gilson? Quanto a Benedetto XV, il suo animus si legge chiaro dove scrive che D. “si lasciò sfuggire dal cuore ulcerato qualche giudizio che sembra aver passato il segno”. D. ha passato il segno? E la Chiesa (e Bonifacio VIII) invece aveva scherzato? Qui ha ragione lo Chevalier. Di buono c’è che quel papa parla della dignità dell’imperatore che proverrebbe dal papa e non da Dio (ma dignitas qui non si traduce così): sarà allora un lapsus che non menzioni né il “charisma” né l’”auctoritas”, ma solo la dignità?

 – Per incidens: quando S. Tommaso afferma che la migliore forma di governo è quella di uno solo, pensava al papa? E perché considera giusto far riferimento, in temporalibus, al re piuttosto che al papa, se è da questi che il re riceve il carisma? Se il papa è la sua fonte, non sarebbe più logico rifarsi sempre alla FONTE?

– Sempre per incidens: ha qualche significato non recondito che don Curzio scriva ‘papa’ con la maiuscola e ‘imperatore’ con la minuscola?

– Ultimissima: ma Cristo Re chi è, che fa, qual è la Sua funzione, sopraintende a che? È un impiegato di Cristo Sacerdote?

Alessandro Scali

ROMA, nell’A. D. MMIX, nel giorno di CRISTO RE.                 

 

NOTE

[1][1] Trad. da: A. Scali: Dante, pietra d’inciampo – Il Cinabro, 2008, pag. 193.

[2][2] Esposizione più completa ibidem, pagg.119-20 e 81-2.

[3][3] Comm. in Mt., ser. 33 GCS 40 A- 61/ 2.

[4][4] “Sciendum est autem, quoniam, quantum ad veritatem, inpossibile est esse aliquem innocentem manibus et mundus a peccatis, ut non sit purus corde et castus a dogmatibus falsis; sicut e contra inpossibile est mundum quidem et castum esse corde a dogmatibus falsis, ut non sit innocens manibus et mundus a peccatis.” Ibidem.

[5][5] Sul tema cfr. A. Scali, Dante, … cit., cap. III.

[6][6] Liber. ripreso da A. Scali, cit., pagg.240-41.

[7][7] È proprio necessario ricordare che è l’espressione con cui D. connota nel Purg. l’eccessivo attaccamento alla terra?

[8][8] Dante rivolto ad Arrigo VII: “…in te credimus et speramus, asseverantes te Dei ministrum (cfr. S.Tommaso) et Ecclesie filium et Romane glorie promotorem”. Subito dopo: “Tunc exultavit in te spiritus meus, cum tacitus dixi mecum: <=”” peccata=”” qui=”” span=”” tollit=””>>. Più sotto: “Non ergo divitiarum, sed gratia Dei sum id quod sum, et <=”” span=””>”. Da ultimo:” Ep. XIII, 39: «Finis totius et partis est removere viventes in hac vita de statu miserie et perducere ad statum felicitatis».

[9][9]  Christus, memor fragilitatis humanae, quod suorum saluti congrueret, dispensatione magnifica temperavit, sic actionibus propriis dignitatibusque distinctis ufficia potestatis utriusque discrevit…ut et Christiani imperatores pro aeterna vita pontificibus indigerent et pontifices pro temporalium cursu rerum imperialibus dispositionibus uterentur: quatenus spiritualis actio a carnalibus distaret incursibus, et Dei militans minime se negotiis saecularibus implicaret, ac vicissim non ille rebus divinis praesidere videretur, qui esset negotiis saecularibus implicatus;….

[10][10] “Principaliter itaque totius sanctae Dei Ecclesiae corpus in duas eximias personas, in sacerdotalem videlicet et regalem, sicut a sanctis patribus divisum esse novimus.”Più sotto: In eadem civitate, sub eodem rege duo populi sunt, et secundum duos populos duae vitae, secundum duas vitas duo principatus, secundum duos principatus duplex jurisditionis ordo procedit. Civitas, ecclesia: civitatis Rex, Christus: duo populi, duo in ecclesia ordines, clericorum et laicorum: duae vitae, spiritualis et carnalis; duo principatus, sacerdotium et regnum: duplex jurisdictio, divinum jus et humanum. Redde singula singulis et conveniunt universa”.

[11][11] M. Ciampi: “Il Dante politico negli inediti di A. Del Noce”, in Atti del convegno di studi su A. Del Noce, Alatri, 8/9 / VI/ 09 ed. F. Angeli, pag. 186.

[12][12] Quanta carenza storico-filologica e quanta malafede in quel termine, che vuole dimenticare in Virgilio il cantore di un evento provvidenzialmente stabilito, strumento della missione salvifica di Gesù Cristo; e quanta strana dimenticanza del rispetto dei diritti umani e divini -la ‘Pietas’ di Enea- su cui si fonda la tradizione romana, poi diffusa nell’intera area a quell’Impero affidata!

[13][13] Senza nulla togliere al plus-valore della Rivelazione, c’è da capire perché essa è giunta a noi, e uno dei motivi potrebbe essere che siamo noi i più bisognosi di correzione per adire la Verità: le cure maggiori si prestano agli ammalati più gravi, non a quelli più simpatici o in miglior salute. Ciò sia detto solo quanto a una certa superbia dei cattolici che, non comprendendo, spregiano le altrui tradizioni, mentre le ragioni complessive e profonde della Rivelazione non si ha la presunzione di definire né –tantomeno- di riassumere qui. Cauzione: In interiore homine habitat veritas coincide troppo col ‘gnothi s’autòn’, diffuso in tutto l’Impero Romano.