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Se spirito attivo e spirito contemplativo significano ancora qualcosa (di Alessandro Scali)

Il Cavaliere e l’Eremita.

Miniatura dai Manoscritti italiani, Cod. II, I, 122 Carta 134 v (Biblioteca Nazionale Centrale, Firenze), sec. XIV

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La Via insegnata da Cristo è quella dell’Amore. Essa si persegue coll’abbandono dell’io, in funzione dell’apertura alla realtà superiore, ontologica, da conquistarsi attraverso un itinerario spirituale (Calvario docet) che, a seconda delle specifiche caratteristiche etico-spirituali dell’‘itinerante’, può essere ad orientamento o attivo o contemplativo, giusta la duplice caratteristica dell’uomo – insegnava S. Agostino – capace di recte vidère e di recte facere. Ambedue le facoltà nascono dal medesimo Seno, ambedue attendono al fine catartico, ambedue anelano al ritorno al Padre, anche se ciascuna esprime una sua specifica natura (la “tintura” di J. Böhme), che andrà a legarsi al complesso delle disposizioni naturali dell’elemento umano, così come dispensata dal settemplice Spirito Divino, e tale per cui, una risulta volta alla conoscenza e all’Amore universale, l’altra votata a una lotta senza quartiere contro tutto ciò che, nel quadro etico-storico, impedisce la realizzazione di Verità e Giustizia. Naturalmente esse costituiscono il più importante veicolo umano per l’accesso al divino, e le loro funzioni vengono ben rappresentate da Dante nell’affresco di due cieli diversi, gerarchicamente disposti (Marte[1] e Saturno).

La dedizione al giusto e al bene è per eccellenza attribuita alla Cavalleria, che può esprimersi in due forme diverse: una, sostanzialmente laica, da realizzarsi sia in modalità genericamente “guerriere” (Forze armate, corpi speciali etc.), sia nella quotidianità della civile convivenza; l’altra, ad orientamento ascetico-religioso, prevalentemente inteso alla difesa del sacro. Al di là delle loro particolari specificità, il terreno comune per ambedue è nella spontanea naturale offerta della vita al servizio del prossimo e di un mondo migliore, in volontario adempimento di un intimo generoso impulso. Alla prima categoria appartengono – spesso inconsapevolmente – tutti coloro che istintivamente si prestano a sostenere e proteggere chi si trova nella difficoltà o nella sofferenza, arrivando talvolta anche a nobilissimi sacrifici. Sono Cavalieri per nascita, per inclinazione naturale, e per ragioni varie essi non sentono il bisogno di far parte di un Ordine cavalleresco, ciò che espone taluni, culturalmente più deboli, e perciò facili vittime dell’altrui scaltrezza, al rischio che possano volgersi non solo al bene, ma anche, inconsapevolmente, al male.

Più complessa, anche se meno numerosa, la seconda categoria che aggiunge, a quel sostrato comune, la volontà di perseguire traguardi interiori ispirati alla trascendenza attraverso un impegno consapevole, determinato, delle proprie forze, indirizzato al compimento del charisma ricevuto e coltivato, inteso come servizio attivo nel mondo storico, quotidianamente affrontato in mille modi e mille situazioni, avente come referente esclusivo Cristo Re, in quanto supremo responsabile di questo mondo, la cui delega cade sì su ciascun uomo, ma in particolare su coloro che ne hanno ricevuto missione mediante una peculiare dotazione e la conquista di un potente sacramentale. Con tali coordinate il Cavaliere compie la sua realizzazione nella vigilanza, a ché l’azione, il gesto, l’operato, esente da qualunque personale vantaggio, trovi nel puro impulso del cuore l’origine e il movente del suo agire, espressione dell’innata disposizione sacrificale.

Posto che la prima pietra del suo tempio – sempre in via di costruzione – è il suo onore, dei quattro elementi della natura nulla più del Fuoco lo caratterizza in sede fisica, morale, intellettuale, e perciò egli come fuoco deve ardere e consumare. Il Fuoco è l’elemento con cui affronta il mondo, del quale egli già in sé stesso ha – per quanto possibile – bruciato le insidie e le ipocrisie. Esse sono il movente della sua iniziativa in quanto, la Luce e il Vero da cui il creato ha preso le mosse, e a cui egli aspira, può venire solo dallo svelamento di quelle insidie, ovvero dalla demolizione di tutto ciò che è apparenza e che, come sarcofago, oscura e nasconde lo spirito. L’ardore lo spinge ad entrare in battaglia per un’ancestrale esigenza di giustizia e, in quanto individuato come missus dominicus, tutto gli è consentito. Questa la virtù che lo anima, l’Amore costituendo il vettore e il fine ultimo della sua guerra. In siffatto clima e in tale sacerdozio, il suo gesto sacrificale prende dall’innalzamento del Cristo sulla Croce, e la sua spada si fa umanamente vindice del peccato del mondo.

E mentre egli arde illuminando, come ciocco nel camino, esalando fumi e profumi, consuma il suo elemento greve perché, tanto nella vittoria quanto nella sconfitta egli distrugge, brucia in sé la pusillanime acquiescenza a tutto quel mondo delle forme che occultano la verità, a tutto l’effimero, che seducendo inganna e cattura, dove la caustione si è già da prima consumata nella sua propria anima, accostandolo allo svelamento di una quota più alta di verità: offerta sacrificale che rende a Dio prima che al mondo, su cui peraltro la sua azione si riversa. Avviene così che egli più si cimenta, più arde e consuma, e più compie la sua purificazione in un incessante bisogno di Dio ovvero – bruciato tutto lo strame di tutto questo mondo – di una Realtà ulteriore, Ultima, da cui trarre forza d’animo e immacolato alimento, onde portare in terra lo stigma del cielo (sicut in coelo et in terra).

Affrontare senza scegliere – quasi mai sua, la scelta del luogo e dell’ora – rischiare, mettersi sempre più in gioco per affermare comunque un principio, esentandosi dall’obbligo del successo – non dipende da lui -; di vicenda in vicenda, di sacrificio in sacrificio, così egli purifica il suo spirito, forgiando spada e corazza, ardimento e prudenza, in un esercizio sempre attento all’onore, e perciò a cauterizzare debolezza e viltà, cadute di regime o di stile, intimamente consapevole della sua caducità, che infatti sempre lo riconduce sotto le insegne del suo Re. La sua più fulgida preghiera è la sua più fulgida azione, vissuta in profonda umiltà, e perciò in simbiotica Comunione, conscio dell’insignificanza dei suoi mezzi, ma nell’intrepida certezza della Presenza dall’Alto, nel segno di una totale oblazione di sé, che tuttavia va mantenuta in un arduo e calibrato equilibrio interiore, visto che proprio qui, su questo versante, il Cavaliere può incorrere in un errore invalidante se, assolutizzando nell’oblazione la negazione di sé, scadesse in una perdita di sicurezza e baldanza nell’ affrontare l’azione storica purificante: sarebbe una perdita della dimensione cavalleresca, e dunque una sconfitta, non necessariamente foriera del passaggio al mondo contemplativo, perché di fatto è la sua spada che si è spezzata, ed ora egli istintivamente tende ad appoggiarsi più sul versante devozionale che su autentiche inclinazioni contemplative.[2]

Altra cosa sarebbe, ed è correlativamente vero se, come spesso accade, il Cavaliere, ormai giunto ad un qualificato livello di interiorità e ad età non più confacente, si inoltri, a volte anche senza consapevole decisione, nella dimensione contemplativa, ciò che trova la sua idonea ragion d’essere nel fatto che la purificazione conseguita ha progressivamente diluito – o sciolto – il suo coinvolgimento con il mondo terreno, per cui l’esito sarebbe solo una naturale e positiva evoluzione spirituale.[3]

Certo, quante le strade che portano a Dio, tante quelle della Cavalleria regolarmente ordinata, che può connotarsi in mille iridi diverse nella mescola tra impegno civile ed esercizio ascetico; ma se viene meno l’impegno civile, l’esigenza e la testimonianza del charisma nel contesto storico-sociale[4], perché parlare di Cavalleria? Detto forse in forma più categorica, la spada a che serve, che significa? Essendo un potere legittimamente conferito, deve essere agito e manifestato, e va esercitato nelle forme a lui proprie: fare, intervenire, solidarizzare in concreto, affermare, schierarsi a difesa, – ricordando chi, evangelicamente, è il nostro prossimo –  secondo i canoni di giustizia e verità. E la partecipazione, misurata sulla propria carica interiore e sulla dose di rischio scientemente affrontato, risarcirà quel Cavaliere in termini di intima pace, di elevazione dell’anima a Dio, di desiderio inesauribile di nuove sfide.

 

A guardarsi intorno oggi, facile arguire che la spada sia rimasta inerte al chiodo. Fatalmente, quello cui oggi ci è dato di assistere – e mi riferisco alla realtà italiana, pur se il discorso è largamente estensibile – è molto più che fallimentare: non sono pochi gli Ordini religioso-cavallereschi in Italia, di ogni ‘specialità’, tutti votati usque ad sanguinem alla difesa della Persona e della dottrina di Cristo Re; accade però che nei tempi ultimi siano state toccate colonne portanti della dottrina, della Tradizione, della liturgia della Chiesa, a partire dalla chiusura “anti-covid” dei luoghi di culto, passando per i numerosi inficianti ‘ritocchi’ liturgici: successo niente, tutti – sine ultione – pur tra i tanti difensori muniti di ‘spada’? Eppure hanno fatto e fanno mostra di sé nelle loro colorite apparizioni, peraltro muniti della carismatica mascherina (per rispetto di Santa Romana Chiesa, ovviamente). Qualcuno ha alzato la voce, un dito, un sopracciglio? Iniziative, chiamate a raccolta, tavole rotonde, niente? Ma se la spada non serve, non è nemmeno di aiuto, (e qualche volta ci si fa del male), e comunque, quand’anche dediti alla devozione, non possono dirsi al servizio di Cristo Re, il Cui sacramentale hanno desiderato, e ottenuto. Se tutto il ministero si compie nel convento, anche il Rosario è certo una spada, ma non serve il Cavalierato, anche per una ragione di rispetto di quell’Istituto.

Non vanno perciò confuse le due vie che, almeno in linea di principio, rappresentano due Ordini Sacri con protocolli diversi – derive di dotazioni, carismi, virtù differenti – da riconoscere e perseguire come percorsi precisi, che possono essere anche contigui, anche prestarsi mutua assistenza, ma con disposizioni di base  conformi o al recte facere o al recte videre, al cielo di Marte o al cielo di Saturno [5]. E sarebbe anche assai strano se a ciascuno degli eventuali attori mancasse totalmente l’altra delle due facoltà, ambedue emanazioni del medesimo Spirito Paraclito.

Alessandro Scali

 

NOTE

[1] Invero, i cieli dedicati al principio attivo sono due, Marte e Giove, ma mentre il primo è dedicato ai combattenti per la fede, il cielo di Giove, oltre alla grandiosa esaltazione dell’Aquila, simbolo dell’Impero, si consacra alla glorificazione dei principi saggi e giusti, anch’essi appartenenti di diritto alla disposizione attiva.

[2] Per la “spada spezzata”, intesa come sconfitta, emblematica la famosa vicenda di Artù, ma parimenti può ricordarsi l’analogo episodio di cui Mt 14,28-31 (il camminare sull’acqua) che, pur con finalità diverse, richiama sempre il concetto di perdita della fede.

[3] Infatti, il versante contemplativo sembra genuinamente schiudersi al valente cavaliere ormai al tramonto, così come ci mostra il Parsifal di Wolfram von Eschenbach nel venerando vecchio Trevrizent, da intrepido cavaliere divenuto eremita.

[4] Una riflessione in tal senso sembra che promuova il II Mistero Glorioso, se non anche il V Mistero Gaudioso.

[5] Considero non irrilevante ricordare che i Cavalieri del Tempio, unico esempio in Europa di monaci-guerrieri, vengono da Dante situati nel cielo di Marte, e non in quello di Saturno, nonostante il loro impegno (con specifici voti) monacale: il combattentismo li trattiene nell’orbita di Marte e di Cristo Re. Aggiungo che l’itinerario spirituale evocato nella preghiera “Angelus Domini”, riferibile a qualunque processo spirituale, evidenzia in particolare – con quel riferimento “… Verbum caro factum est” – il compito della Cavalleria, destinata a tradurre l’elemento Spirito in azione storica.