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La materia di Bretagna, mitologia cristiana (di Gianni Ferracuti)

 

Tratto da: “I Quaderni di Avallon” (Rivista quadrimestrale di studi sull’Uomo e il Sacro)

n. 2, Il Medioevo e la via cavalleresca, Ed. Il Cerchio, Rimini 1983, pp. 7-16

(Preambolo della Redazione)

Regina Equitum prosegue nella riproposizione di alcuni interessanti articoli del Prof. Gianni Ferracuti sulla Cavalleria. Apparso originariamente nella rivista “I Quaderni di Avallon”, si tratta di uno studio che rappresenta, a nostro modo di vedere, un apice nell’esplicazione dei significati metafisici sottesi alla Via cavalleresca.

Per la sua chiarezza espositiva e sottigliezza ermeneutica, lo raccomandiamo alla lettura di quanti ambiscano a superare la visione esclusivamente letterale e limitatamente orizzontale della ‘materia di Bretagna’, per comprenderne le implicazioni ‘verticali’ e collocare, contestualmente, la ‘vocazione’ del Cavaliere nella sua più propria prospettiva interiore e spirituale.

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I. Anche un’analisi superficiale è sufficiente a comprendere che i poemi del ciclo brettone rappresentano qualcosa di più di una letteratura mirante al diletto e al piacere con cui si leggono le vicende più fantasiose. D’altra parte, studiosi della serietà e competenza di Eliade, ci avvertono che nella Materia di Bretagna abbondano i richiami a simboli e motivi iniziatici, strettamente connessi ad una esperienza religiosa, e siamo perfettamente al corrente del ruolo che la letteratura epica, in generale, svolgeva all’interno di una cultura tradizionale.

L’epopea, quando non è trasmissione in forma di letteratura tradizionale di un testo sacro, è sempre trasmissione di una storia significativa, esemplare, nella quale, attraverso la trama del racconto, è contenuta una intuizione del mondo, insieme alla codificazione di modelli di comportamento, di situazioni ideali che si ripresentano di volta in volta nella storia. Come ha esaurientemente mostrato Menéndez Pidal, il racconto epico nasce in stretta relazione con il fatto narrato, però, attraverso la trasmissione orale subisce modificazioni continue adeguandosi a forme tipiche, assumendo simboli e immagini presenti già nel patrimonio mitico della cultura che lo elabora. Proprio in questo modo vengono fatti valere, in un testo che inizialmente si presenta come cronaca, significati ideali che trascendono la dimensione puramente storica del racconto. Si finisce con il reinterpretare il fatto e conservarne la memoria, non per i significati che esso possiede di per sé, ma per il prototipo mitico che in esso si vede racchiuso. L’epopea conserva tutto ciò che avviene secondo un archetipo, oppure dà un valore archetipico a ciò che conserva, permettendo così alla cultura mitica di trasmettersi attraverso le generazioni, di sopravvivere, di modificarsi a seconda delle circostanze e dei mutamenti delle strutture della vita, in maniera tale da poter comunicare gli stessi contenuti agli uomini di circostanze storiche diverse, parlando il linguaggio di volta in volta comprensibile.

Questo ruolo è svolto anche dalla letteratura brettone, il cui processo di formazione occupa vari secoli. Ciò è molto importante per comprendere che i poemi di Artù o Tristano e compagnia, non obbediscono soltanto ai gusti passeggeri di una moda letteraria, ma sono, in un certo senso, meditati, vivono in una continua rielaborazione, anche nel periodo della loro migliore fioritura e diffusione, e dunque non è occasionale la straordinaria durata di questo filone letterario.

È opportuno richiamare solo alcuni dati per evidenziare la consistenza di questo processo di formazione che é, in gran parte, sotterraneo. Nel VI secolo, un testo storiografico, il De excidio et conquestu Britanniae di Gildas, ci narra la vicenda della riscossa dei brettoni contro gli invasori sassoni, senza menzionare il nome di Artù. Eppure, intorno all’800, e forse un po’ più tardi, un altro testo, l’Historia Britonum racconta gli stessi fatti citando come dux bellorum il nostro re. Non abbiamo nessuna fonte intermedia tra queste due, e non sappiamo come e perché Artù assurga a personaggio mitico. Purtroppo, la tradizione orale non lascia molte tracce. Secondo Gildas, i brettoni, guidati da Ambrosius Aurelianus conseguono numerose vittorie, tra cui una, importantissima, a Mont Badon. Il secondo testo, dimentico di Ambrosius Aurelianus, attribuisce ogni merito ad Artù, che proprio a Mont Badon consegue una delle sue dodici vittorie. Non ci interessa nulla sapere se si sia veramente combattuto a Mont Badon, ma occorre evidenziare il fatto che una opera storica come quella di Gildas viene smentita su un punto al quale i brettoni, per la loro stessa condizione politica, dovevano attribuire una notevole importanza. Evidentemente, un’altra fonte, la tradizione, smentiva Gildas.

D’altra parte, il personaggio di Artù è già avvolto in una aureola mitica. L’Historia Britonum, a parte il numero chiaramente simbolico delle sue vittorie, ci riporta un combattimento nel quale il re sconfigge i sassoni reggendo l’immagine della Madonna. Questo episodio trova un riscontro nella Historia ecclesiastica gentis anglorum, scritta da Beda nel 731, secondo la quale erano stati i sassoni a vincere grazie alla virtù di una croce che il loro condottiero aveva piantato sul terreno. Che si tratti di una variazione sul tema è mostrato dal fatto che un’altra fonte posteriore a Beda, gli Annales Cambriae, attribuisce la vittoria ancora ad Artù, ma grazie al potere di una croce che il re regge durante la battaglia.

Molto lentamente, ma progressivamente, le opere colte accolgono fatti elaborati nelle tradizioni orali dei brettoni e destinati a costituire la struttura della vicenda arturiana quale sarà narrata, in forma sistematica, nella Historia regum Britanniae di Goffredo di Monmouth. Però, lo straordinario successo dell’opera storica di Goffredo trova una delle sue cause principali proprio nell’oscuro periodo di formazione durante il quale la figura del re viene messa a fuoco secondo la prospettiva del mito, e attorno alla sua storia si organizza una epopea che vede in lui un sovrano universale. Passando alla letteratura cortese, la vicenda brettone si arricchisce in valore estetico, ma, contemporaneamente, non perde nulla del suo contenuto mitico che ne rimane la giustificazione essenziale e il motivo di maggiore attrazione.

Sarebbe anacronistico sostenere che il lettore medievale non fosse capace di leggere tra le righe i significati dei simboli presente nei vari episodi. Ha scritto R. Pernoud: «I Romanzi, nell’apparente bizzarria dei loro episodi, sono in realtà a doppio senso, ed è al senso secondo che il pubblico era attento. L’azione non era che il supporto di una realtà invisibile, la sola che interessi; si tratta di una letteratura di iniziati, nel senso piena della parola». È un dato, questo, che si può rintracciare anche in quasi tutte le altre manifestazioni culturali del Medioevo. Come ha scritto Huizinga: «di nessuna grande verità lo spirito medievale era tanto convinto quanto delle parole di San Paolo ai Corinzi: videmus nunc per speculum in aenigmate, tunc autem facie ad faciem. II medioevo non ha mai dimenticato che qualunque cosa sarebbe assurda, se il suo significato si limitasse alla funzione immediata e alla forma fenomenica, e che tutte le cose si estendono per un gran tratto nell’aldilà ».

II. Se dunque la materia di Bretagna ha un contenuto mitico, quale è questo contenuto e a quale cultura esso appartiene? In sostanza, si tratta di un mito pagano sopravvissuto nella civiltà cristiana, ovvero di un mito cristiano? Non si può prescindere da questa domanda la cui risposta condiziona tutta l’interpretazione del mito. È dunque chiaro che bisogna porre tale questione con molta cautela e mantenendo rigorosamente il contatto con le fonti storiche in nostro possesso.

Se ci atteniamo rigorosamente ai fatti, occorre dire che l’argomento dei romanzi arturiani è costituito da un fondo culturale precristiano. Però, è un fatto anche che questo fondo viene reinterpretato da scrittori francesi del XII secolo, i quali trovano nei temi celtici una materia prima che un senso. La distinzione tra materia e senso è fondamentale, e giova ricordare che risale a Chrétien de Troyes. Aveva scritto a suo tempo Gaston Paris: «I romanzi brettoni sono il prodotto del contatto tra la società francese e i celti; questo contatto è avvenuto soprattutto, se non esclusivamente, in Inghilterra (…); esso risale alla conquista di Guglielmo, ma non ha avuto alcun effetto letterario prima del secondo terzo (approssimativamente) del XII secolo. In questo momento si producono contemporaneamente nel mondo clericale e in quello laico alcuni tentativi di far penetrare nella letteratura generale le tradizioni e le narrazioni proprie dei brettoni (gallesi), rimaste fino ad allora sconosciute agli altri popoli». Insomma gli scrittori francesi avrebbero lavorato su fonti adattate alla loro cultura: «Questi romanzi hanno tutti in comune un duplice motivo generale: l’avventura e la cortesia; il primo è un elemento di fondo e appartiene, almeno nei suoi dati primitivi, alle narrazioni gallesi; il secondo è di forma e appartiene ai narratori francesi».

Evidentemente l’elemento di fondo si identifica con il contenuto mitico. Noi possiamo interpretarlo in senso pagano, proprio perché è di derivazione pagana. Però, così facendo, offriamo una corretta interpretazione della letteratura brettone medievale? O piuttosto non faremmo semplicemente un lavoro archeologico estraendo dal patrimonio storico dei poemi brettoni i contenuti esistenti prima ancora che tale patrimonio si formasse? Possiamo cercare tracce della mitologia celtica nei poemi brettoni, ma non è lecito dire che tali poemi si identifichino con le tracce trovate. Essi contengono un patrimonio arcaico, ma il senso della materia di Bretagna può essere trovato solo chiedendosi che cosa rappresentava tale patrimonio per gli autori che lo hanno utilizzato come tema. Posto che si conservi un contenuto mitico nel ciclo brettone, dobbiamo analizzare il fondo in relazione con la forma, altrimenti corriamo il rischio di tradire l’oggetto della nostra ricerca, che allora non è più la materia di Bretagna, bensì la mitologia celtica.

Utilizzando quest’ottica rigorosamente storiografica, non possiamo non dare il giusto peso al fatto che i poemi in questione sono scritti e letti da un pubblico cristiano; questi scrittori medievali hanno dato alla luce opere culturalmente medievali, e non trattati di etnologia. Il contenuto mitico presente in questi romanzi del XII secolo è necessariamente reinterpretato in chiave cristiana; si tratta di un mito del XII secolo che utilizza schemi precristiani con la tecnica consueta della cristianizzazione. Però, questa cristianizzazione non è solo formale, essa riguarda anche i contenuti, e con questi contenuti si identifica la materia di Bretagna. Naturalmente, il combattimento del guerriero contro un drago è uno schema iniziatico pagano. Però, nei romanzi brettoni, il Cavaliere che combatte col drago è lo stesso che accetta l’assistenza spirituale di un sacerdote cristiano. Ci interessa sapere che cosa diceva al lettore medievale questa immagine nella sua completezza, perché solo l’abbinamento tra il guerriero di uno schema pagano e il sacerdote cristiano ci colma il senso della materia di Bretagna.

III. Poiché i significati di un mito sono molteplici, sono anche possibili diversi livelli di interpretazione, tutti contenuti nel senso letterale. Questa è imprescindibile, giacché solo la lettura della lettera del testo ci offre la possibilità di andar oltre, cercando significati più complessi, di ordine morale, allegorico, o anagogico. Utilizziamo dunque come punto di partenza i significati più immediati.

I poemi brettoni contengono l’apoteosi del Cavaliere, espongono cioè i compiti che ad ogni livello sono attribuiti all’ordine militare nel quadro della concezione medievale della società. Ad un primo livello di significato, il Cavaliere ci si presenta come colui che raddrizza i torti combattendo al servizio della giustizia: è l’immagine consueta del combattimento per liberare una donzella rapita, il cui movente non è sempre il sentimento amoroso, come avviene a Lancillotto in Le chevalier au lion, con tutte le varie imprese compiute per liberare la regina Ginevra.

Questo schema, consueto anche in moltissimi altri cicli letterari, ha certamente significati profondi, ma non bisogna perdere la prima impressione che i documenti ci dànno, indicandoci una condotta a cui il guerriero è indirizzato. Esiste un’etica del guerriero, un’etica individuale cui egli è tenuto proprio per la particolarità del suo compito nella società. In fin dei conti, il guerriero è pericoloso: signore della guerra, tecnico del combattimento, egli possiede una potenza difficilmente contrastabile. Se la società non può fare a meno di questa potenza, a causa delle necessità della difesa, nondimeno è indispensabile che tale potenza sia inquadrata in un contesto etico rigoroso, che il suo uso abbia, cioè, dei chiari limiti morali. Se il Cavaliere è un personaggio eccezionale, che amministra un potere quantitativamente maggiore degli altri, egli è anche tenuto ad osservare una quantità maggiore di doveri; è dunque eccezionale anche sotto il profilo morale, in quanto è chiamato a compiere compiti che non è necessario chiedere, ad esempio, agli artigiani. Ciò significa che gli è richiesta una forte qualificazione interiore: deve rischiare la vita nell’assolvere i suoi compiti, deve essere un uomo giusto. In sostanza, già nella realtà il Cavaliere deve approssimarsi, grazie alle sue doti naturali o acquisite, al tipo ideale codificato nel mito. Ciò significa che non vi può essere vero Cavaliere se non vi è anche un asceta; l’ordine Cavalleresco è, nel medioevo, inconcepibile senza questo rigido fondamento etico.

Su questa base possiamo già inoltrarci un po’ di più nei significati del mito. La società medievale, infatti, non si limita a chiedere al Cavaliere di applicare la legge per il fatto puro e semplice che essa è promulgata da un potere costituito: non riduce il Cavaliere al rango del poliziotto. Il Cavaliere non è il custode dell’ordine legale, ma dell’ordine legittimo, il che è ben diverso. Gli esempi che le fonti ci forniscono sono numerosi e seguono uno schema costante. Il Cavaliere è chiamato a rispondere restaurando il giusto ordine ad ogni usurpazione. Nei testi, alla violazione della legittimità fa seguito un periodo di desolazione, di sterilità, di gaste terre espresso nel mito anche evidenziando la sterilità della terra. Ciò sta verosimilmente ad indicare che l’ordine violato non è soltanto un ordine bensì un ordinamento sacro della società. L’usurpazione è la frattura di un ordinamento divino e dunque i suoi effetti si fanno sentire anche nella conseguente impossibilità di mantenere vivi i contatti tra l’umano e il sacro.

Questo schema è presente anche nelle mitologie delle caste sacerdotali. Queste, infatti, attraverso il rito rinnovano periodicamente il mondo creato, riattualizzano quel momento iniziale in cui l’universo è stato formato dal caos originario. Il rito è, essenzialmente, un’azione religiosa attraverso cui si verifica, in maniera misteriosa, la ricreazione del mondo. Nell’ambito del cristianesimo tale idea trova una collocazione e una efficacia senza precedenti. Qui non si tratta di riattualizzare il momento della creazione, bensì il momento della Redenzione operata da Cristo con la sua monte. La celebrazione dell’Eucaristia, infatti, grazie alla Presenza reale di Cristo nelle specie consacrate, è veramente un rinnovare il sacrificio, sia pure in forma incruenta, e conduce alla reale riparazione dei guasti spirituali causati dal peccato.

Se questa è la prospettiva sacerdotale, la prospettiva Cavalleresca appare complementare. La frattura operata col peccato interessa l’anima e anche il corpo, la società. Se il sacerdote, con l’amministrazione dei Sacramenti, è chiamato a riparare i danni subiti dalla nostra vita spirituale, il Cavaliere, con l’uso delle armi è chiamato a sanare le conseguenze del peccato sull’ordinamento sociale. Cioè, deve instaurare o restaurare e proteggere il giusto ordinamento civile. Il primo guida l’uomo per quel che riguarda il giusto rapporto con Dio, il secondo pensa al mantenimento della giustizia terrena.

L’ideale politico medievale concepisce l’ordinamento dell’Impero come perfetta espressione dell’ordinamento divino del cosmo, e vede nella Cavalleria l’istituzione più importante per raggiungere tale scopo. Per questo non si accontenta di un Cavaliere efficiente e coraggioso: lo vuole giusto, e più ancora, lo vuole perfetto. Nelle formulazioni mature del ciclo brettone, il Cavaliere perfetto sarà visto esplicitamente come alter Christus, modellato cioè sull’immagine di Cristo in quanto Re dell’Universo.

È chiaro che ciò impone al Cavaliere un impegno di vita interiore difficilmente esprimibile: egli potrà assolvere ai compiti cui è chiamato sul piano temporale, solo a condizione di realizzare una vittoria su sé stesso, di restaurare dentro di sé quell’ordine interiore distrutto dal peccato originale. Il modello del Cavaliere perfetto ci introduce in un altro livello del mito, nel quale è racchiuso il senso della più importante missione che al guerriero medievale viene affidata: la riconquista di una condizione edenica.

Vi è infatti un salto dal modo terreno di essere Cavaliere ad un modo celeste, passaggio che è possibile operare solo a seguito di una rigorosa ascesi. Questa sembra essere la condizione di ogni autentica restaurazione.

Se torniamo ora all’immagine del Cavaliere che libera la donzella attraverso un combattimento, possiamo trovare in essa utili indicazioni per caratterizzare questo cammino ascetico. Un mito in cui siano presenti i simboli del Cavaliere, del drago e della donna è costruito sulla drammatizzazione e personificazione di forze che agiscono su un piano rigorosamente interiore. Non si tratta di personaggi occasionalmente collegati da una vicenda: il Cavaliere combatte contro sè stesso, per vincere sè stesso. Ricorda Platone nelle prime pagine della Repubblica che c’è guerra dentro ciascuno di noi, e questa guerra è sostanzialmente la stessa descritta nel mito dell’auriga: controllare, dominare tutto ciò che è desiderio, appetito cieco, spontaneità, istinto passionale; insomma lottare affinché la volontà, rettamente illuminata dall’intelletto, possieda un potere sufficiente a dominare la parte appetitiva dell’anima. Questo è veramente un tentativo di riconquistare la condizione edenica. Nel mito brettone, l’anima, simboleggiata ad esempio dalla spada, appare spezzata, lo spirito è posto, come esistenzialmente possiamo sperimentare, contro gli appetiti di ogni tipo, ad esso ribelli. Ricongiungere i due tronconi vuol dire riconquistare la propria unità interiore, avere sconfitto il drago, l’informe, il caotico subcosciente riducendolo al proprio potere. La donna, che appare come premio, rappresenta il ricongiungimento in unità reale, con una parte di sé che sembrava perduta, con quella parte della nostra persona che comunemente sfugge, si nasconde, ci tradisce. È la bellezza ritrovata penetrando nell’informe, il tesoro racchiuso nella caverna, l’elisir di lunga vita sepolto nel mare.

Tutti questi simboli traducono delle esperienze interiori, indicano dati della vita vissuta, e non sono soltanto elaborazioni intellettuali. Alla base dell’organizzazione del mito brettone vi è un’esperienza di carattere mistico realmente sentita e vissuta. In tale prospettiva, l’avventura, nel suo complesso, è l’equivalente di un itinerarium mentis in Deum.

Elemento centrale dell’avventura brettone è, infatti, la penetrazione del protagonista nell’Altro Mondo. L’eroe, che dimostra la sua qualificazione superando difficili prove iniziatiche, vive la parte più significativa della sua vicenda in un mondo che non è terreno. Trova una caverna, un ponte, un passaggio pericoloso, che lo conduce in un giardino incantato, in un luogo separato, in una dimensione nella quale eroi e personaggi che superano ogni immaginazione convivono e combattono contro mostri deformi, demoni, schiere di ribelli.

Questa zona del reale è stata giustamente fatta risalire al mondo intermedio della mitologia celtica, nel quale si realizza la solidarietà tra uomini e déi. Però, questo mondo sospeso tra l’umano e l’inaccessibilità metafisica, se è simbolo, è necessariamente simbolo di qualche realtà. Ora, noi non possiamo pensare che esso stia ad indicare un luogo spaziale: castelli e giardini incantati che si aprono a chi attraversi passi da cui nessuno torna vivo, foreste di Brocelandia e santuari del Graal sono reali, ma non come spazi aperti alla luce del sole fisico. Esiste un mondo che partecipa della duplice dimensione materiale e spirituale, nel quale certamente si entra attraverso una strada di cui nessuna mappa porta l’indicazione: è il nostro mondo interiore, il mistero delle zone oscure e luminose della mente e della psiche, il luogo per eccellenza dove si gioca il nostro personale destino e si combatte la nostra battaglia. Il mare in cui Penetrare, la caverna in cui entrare, il labirinto dove è fatale perdersi, siamo noi stessi. Tra i deformi mostri della rêverie e i disordinati istinti di una natura vulnerata intimamente da una ribellione primordiale; tra la gaste terre dell’anima che non dà più frutti e la ferma volontà di reintegrazione in un Ordine, secondo i dettami della retta intelligenza, si apre il terreno dalla battaglia cui l’eroe Cavalleresco è chiamato, una battaglia le cui vittorie sono la sorgente e l’anima delle vittorie terrene che si possono contingentemente conseguire. Certo è che senza quella unica battaglia, altre vittorie sul piano profano non sono possibili. Senza un trionfo interiore si è già perso ad ogni livello, e conseguendo il trionfo interiore, combattere nel mondo significa avere già vinto, indipendentemente dai risultati delle azioni pratiche. Infatti, i due piani di lotta sono distinti, ma non separati. Nella mistica avventura, le vicende del mondo, in quanto sono nostre vicende, vengono a coincidere con il nostro cammino spirituale.

L’uomo medievale seppe concepire la sua vita nella consapevolezza della debolezza umana, ma anche della sua grandezza, facendo di questa antinomia la situazione paradossale, ma reale, esistenziale dell’uomo. Partendo da una visione profondamente religiosa, seppe concepire la sua vita tra le cose senza smarrirsi in esse, consapevole del fatto che il creato, opera di Dio, è fondamentalmente buono. Concependosi come pellegrino, fece della terra un luogo di pellegrinaggio, e volle organizzare il mondo, ed usarne, secondo la sua bontà, cioè rispettando le condizioni stabilite dal Creatore, organizzandolo, nelle situazioni di caos, sul modello di un ordine celeste. In questo compito, per il quale la Cavalleria era chiamata a mobilitarsi, seppe anche godere, e godere veramente, in una intensità ormai perduta, delle cose e della vita. Quando. poi, tutte le sue grandi realizzazioni, i suoi ideali cominciarono a sgretolarsi, egli scomparve dalla scena della storia lasciando il posto ad una pseudo-civiltà ormai in cerca di sopravvivere alla sua morte.

Ebbe però la bontà di avvertire che, da qualche parte, il vecchio re Artù è ancora in attesa, e che esiste una caverna in cui penetrare per andare a compiere la ricerca di un mistico Vaso di antica, pregevole fattura.

GIANNI FERRACUTI