
Silvano Panunzio
(Preambolo della Redazione)
Il Sodalitium Equitum Deiparae Miseris Succurrentis desidera esprimere il proprio ringraziamento al Prof. Aldo La Fata per l’importante contributo offerto alla valorizzazione del pensiero tradizionale attraverso la sua collaborazione con il sito Reginaequitum.it.
In particolare, si intende il lavoro svolto dal medesimo nella presentazione del saggio del Prof. Silvano Panunzio dedicato alla figura di San Bernardo di Chiaravalle nel pensiero di René Guénon, un testo di rilevanza spirituale e simbolica per tutti coloro che si riconoscono nell’eredità della Tradizione e della Cavalleria spirituale.
In vista del prossimo anniversario liturgico di San Bernardo, che ricorrerà il 20 agosto, questo contributo acquista un valore ancor più profondo: come richiamo all’ideale Cavalleresco cristiano, alla militanza spirituale e all’intelligenza metafisica che San Bernardo rappresenta.
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(Presentazione di Aldo La Fata)
La vicenda editoriale dello scritto guénoniano dedicato a San Bernardo è, di per sé, un piccolo documento storico che ci aiuta a capire meglio il rapporto – complesso, ma straordinariamente fecondo – tra il grande sapiente francese e la Cristianità medioevale. Non si tratta di un testo nato per circolare da solo: quando René Guénon lo scrisse, nel 1927, lo fece come contributo a un’opera collettiva, La vie et les oeuvres de quelques grands saints, promossa dalla Librairie de France. In quell’occasione, una serie di ritratti di figure eminenti della santità cattolica intendeva offrire un affresco corale della spiritualità medievale e della sua forza unificante.
Due anni dopo, nel 1929, quello stesso studio su San Bernardo fu ripubblicato autonomamente dall’editrice Publica che si era resa conto che il piccolo saggio aveva una struttura così compatta e una forza concettuale così netta da reggersi senza bisogno del contesto originario. Del resto, in quelle pagine Guénon non si limitava a tracciare un ritratto agiografico, ma con la sua consueta chiarezza aveva delineato quasi il ritratto dell’intera Cristianità del XII secolo, mostrando come allora esistessero mezzi ben più alti – e più efficaci – di quelli che la “saggezza” mondana è solita considerare.
Sessant’anni dopo, nel 1990, il “San Bernardo” di Guénon tornò a nuova vita in Italia, per iniziativa di Gaetano Alì e delle Edizioni da lui dirette de Il Cinabro di Catania. Alì, fondatore della rivista Heliodromos e figura centrale di quel “Fronte della Tradizione” che, in quegli anni, cercava di dare una piattaforma organica al pensiero tradizionale in Italia, volle che la traduzione venisse affidata a Silvano Panunzio. Una scelta che, ovviamente, non era per niente casuale. Panunzio infatti, pur essendo un intellettuale schivo e lontano dai circuiti accademici, era dotato di una rara profondità. Radicato nella fede cattolica era, nello stesso tempo, aperto a un respiro universale, capace cioè di vedere nella Tradizione un tessuto unitario in cui il cristianesimo non perdeva la sua centralità, ma semmai la portava a compimento.
Panunzio dunque, accolse l’incarico non come un compito puramente filologico, ma come un atto di partecipazione viva. Tradurre Guénon, per lui, significava anche entrare in dialogo con il suo punto di vista e trasporlo nella luce di una visione cristocentrica ed escatologica. Da questa operazione nacque non solo una traduzione accurata, ma anche un’ampia introduzione dal titolo emblematico: Le “divine” negazioni dell’Orso forte. In quelle pagine che qui di seguito si ripropongono, San Bernardo viene letto nella sua statura storica e dottrinale e soprattutto in una chiave simbolica: la forza dell’orso – allo stesso tempo combattiva e protettiva – viene in Bernardo trasfigurata dalla grazia laddove egli fu capace contemporaneamente di dissolvere l’errore e di custodire la purezza originaria ed originante della fede.
Quell’introduzione, a ben vedere, esattamente come il testo che presentava, è un piccolo saggio autonomo, un testo cioè in cui Panunzio mette in gioco tutta la sua sapienza simbolica, intrecciando rigore dottrinale e intensità visionaria, con un linguaggio e uno stile inconfondibili e che i suoi abituali lettori di sicuro non mancheranno di riconoscere. Non si tratta quindi di un semplice commento a un testo di Guénon, ma di un insegnamento pienamente cattolico, pienamente ortodosso e pienamente evangelico.
Ho avuto modo di riproporre questo scritto nel 2022, nell’antologia da me curata René Guénon e la crisi del mondo moderno (Iduna, Milano), dove ho riunito tutti gli scritti di Panunzio – articoli, saggi e lettere private – sul maestro francese. Testimonianze e interventi che dimostrano la vitalità, talvolta controversa e per diversi aspetti problematica per un cattolico, dell’eredità guénoniana nel Novecento.
Questa continuità editoriale dimostra, a mio avviso, che il “San Bernardo” di Guénon – con la lettura che ne ha dato Panunzio – non è un episodio isolato, ma un punto di incontro tra due posizioni che non devono essere viste come opposte o addirittura nemiche, ma piuttosto come dialoganti e complementari: da un lato, il richiamo guénoniano alla centralità dell’autorità spirituale e alla sua funzione di guida; dall’altro, la prospettiva panunziana di un cristianesimo vivo, operante e capace di integrare e trasfigurare in Cristo l’eredità dell’intera Tradizione universale.
Rileggere oggi questo testo significa dunque confrontarsi con un’idea di santità e di storia radicalmente altra rispetto ai paradigmi dominanti: San Bernardo, nella visione di Guénon, è un modello di “azione conforme alla verità” in un’epoca di crisi; mentre nella rilettura di Panunzio, è un segno profetico per il nostro tempo, soprattutto laddove riafferma la purezza della fede e l’unità indissolubile tra contemplazione e azione, tra sacerdozio e regalità spirituale.
Aldo La Fata
Note biografiche
Aldo La Fata, nato a Palermo nel 1964, ha compiuto studi superiori in Lettere e Filosofia e in Scienze Naturali. Allievo di Silvano Panunzio fin dagli anni Ottanta, si è occupato per un decennio della sua rivista “Metapolitica” in qualità di capo-redattore. Oggi è il fondatore e direttore della rivista “Corriere Metapolitico”. Ha curato per le case editrici Simmetria e Iduna la ristampa delle più importanti opere di Silvano Panunzio insieme ad alcuni inediti quali ad esempio le lettere di questo ad Attilio Mordini. È autore di diversi testi per i tipi di Solfanelli, quali: “Nella luce dei libri”, “Silvano Panunzio, vita e opera” e in collaborazione con Bruno Bérard dei libri “Metafisica del credo” e “Che cos’è l’esoterismo”.
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Le “divine” negazioni dell’Orso forte
(Testo tratto dalla prefazione di Silvano Panunzio al saggio “San Bernardo” di René Guénon – Cooperativa editoriale Il Cinabro, Catania 1994)
Credo ut experiar
La plaquette “Saint Bernard”, pubblicata una prima volta nel 1929 alla vigilia del suo abbandono dell’Europa cristiana, rappresenta nella produzione politematica e monumentale di René Guénon un caso anomalo: o, se più piace, speciale. Tale suo breve opuscolo costituisce quasi un addio, in vista della traversata verso l’Egitto islamico (20 Febbraio 1930), al fervente sogno di un passato “cattolico”; ma è un addio che procura al lettore – e forse allo stesso autore – una qual certa nostalgia. È, codesta, una verità inedita che “per altre vie” (giusta la sottile formula che davanti al mistero soleva ripetere lo stigmatizzato Serafino del Gargano) venne confermata, due decenni dopo, dal medesimo maestro metafisico in procinto di lasciare il pianeta. Come che sia, possiamo assicurare che, da parte di chi aveva compiuto il giro esoterico del mondo, si guardava con simpatia e riconoscimento a chi non si era mai mosso dal centro cattolico. Semmai, proprio tale opuscolo bernardiano sta a dimostrare di quanto ci si è privati con quella forzata emigrazione, e quanto, felicemente e provvidenzialmente, si sarebbe potuto ottenere con una permanenza tra noi.
Ciò premesso, vediamo di dissipare qualche secolare equivoco che una figura gigantesca come quella dell’Abate di Chiaravalle può suscitare negli orecchianti che credono di conoscerlo. Al nome di Bernardo, uscendo dai vastissimi ma precisi confini della storia, della spiritualità, e della letteratura monastica, si associano inevitabilmente i nomi emblematici di Dante Alighieri e dell’Ordine del Tempio. Del resto anche Guénon, nel precedente saggio pubblicato il 1925, L’ésotérisme de Dante, ha battuto questa via. Si rimanderà, allora, a quanto abbiamo scritto, in sintesi, in testa alla riedizione del capolavoro La Beatrice di Dante di Gabriele Rossetti (Atanòr, Roma 1982) e a quanto abbiamo dimostrato, analiticamente, una volta invitati a inaugurare in modo ufficiale le celebrazioni centenarie rossettiane a Vasto, nei discorsi e negli studi intitolati: Il “gran commento” di Gabriele Rossetti – Per un dantismo interiore e superiore (Metapolitica, Roma 1982). Per questa interpretazione Giuseppe Palomba – che fu seguace e apprezzato amico di René Guénon e poi familiare del gruppo elvetico Burckhardt-Schuon – emise il seguente giudizio: “hai rivissuto al più alto livello il dramma interiore, ultimo, del Poeta sacro, dramma del quale nessuno si era mai accorto”.
Dunque, come ricordato nel corsivo “Dante dantista” (Metapolitica, n. 1-2, Roma 1988) si affibbia di tutto all’indifeso padre Dante, eccitando il colto e l’inclita con titoli sbalorditivi. quali ad esempio: Dante templare, Dante rosacroce, Dante alchimista, Dante eretico, Dante mago, Dante islamico, ecc., ecc., ecc. Si dimentica, sempre e semplicemente, l’esistenza di un Dante… dantista: ossia di Dante in quanto Dante e basta!
Tali messe a punto sono tutt’altro che divagazioni, perché le stesse identiche cose si possono e debbono ripetere per S. Bernardo. Nella letteratura esoterica e iniziatica, beninteso di un certo pregio, circola la strana voce che Bernardo abbia una double face, che il suo vero disegno e il suo vero significato e valore risiederebbero nella sua riedificazione dell’Ordine dei Templari e nelle vicende segrete dei componenti il medesimo. Dunque: “una Chiesa nella Chiesa” e “un Impero nell’Impero”? Avvalorata, almeno la prima ipotesi, dal suo rifiuto più volte opposto alla propria designazione al pontificato?
Siamo ben lungi dal non coltivare la stessa ammirazione e trepidazione di Dante per il grandioso sogno templare purtroppo al tramonto: e Dante medesimo, in extremis, se ne avvide, pur continuando a manifestare disappunto e rimpianto. Chi ormai aveva contemplato la terra dall’alto del Cielo cristallino, avendo ai suoi piedi “l’aiuola che ci fa tanto feroci”, era ben maturo per girarsi e volgersi agli “occhi belli”: e quindi, terminata l’istruzione propedeutica di Beatrice, era finalmente pronto a incontrare la sua guida ultima, il “fedel Bernardo”, ovvero il cantore dell’Immacolata Regina Sempre Vergine, della Donna Superna ed Eterna, della Sapienza Suprema più concreante che creata. E giustamente René Guénon osserva che il titolo universalmente accolto di “Notre Dame” risale, appunto e non a caso, a Bernardo. D’altra parte, scendendo di nuovo in terra, si ignora in genere che la rottura con l’Ordine templare non fu solo opera infausta di un re di Francia che riuscì a tirare dalla sua il Pontefice del tempo. Poiché le tradizioni hanno il loro peso, non è certo senza significato che il grande Imperatore Federico I dorma sotto il pero di Salisburgo, nel “cavo monte”, in attesa del suo risveglio per l’estrema battaglia apocalittica che si combatterà, in cielo, tra Mikael e il Dragone e, quaggiù, tra gli ultimi cavalieri di Dio e della Madre Divina contro le turbe telluriche e ctonie dell’Anticristo. (Si combatterà, o già si combatte? nel senso che gli eserciti stanno prendendo posizione, in attesa del Grande Monarca e del Grande Eresiarca uguale e contrario? L’attuale, inopinato risorgere della Germania cristiana è o no un “signum”?).
Orbene, è un fatto che Federico di Svevia, al tempo della III Crociata “dei Re” che seguì la infelice II predicata da S. Bernardo, fondò in Terrasanta il terzo grande Ordine ascetico-guerriero, il Teutonico, che così veniva a seguire il Gerosolimitano Giovannita e il Templare. E alla vigilia della partenza per l’Oriente, né al re di Francia o d’Inghilterra (nazioni legate ai Templari) ma all’Imperatore Svevo – più che all’Imperatore bizantino e al Papa – fu specialmente inviata la celebre e misteriosissima missiva del “Re del mondo” o Lettera del Prete Gianni (1177). Infine, non si deve passare sotto silenzio che proprio i militi del Tempio – ormai in decadenza – escogitarono di attirare nel Levante Federico II per insidiarlo e togliere di mezzo la sua concorrenza. Infatti lo “stupor mundi” – che secondo gli Storici superficiali sarebbe soltanto l’inventore dello Stato moderno – intendeva invece costituire un Impero universale con capitale nelle terre di Puglia, forse a Lucera, proprio perché quella regione era posta al centro tra Oriente e Occidente, tra Nord e Sud. In appoggio a tanto disegno, sembra che egli accarezzasse anche il sogno – che non fu estraneo all’ispirato Abate Gioacchino di riunire i tre rami, ebraico-cristiano-islamico, dell’unico tronco biblico e profetico.
Non è, del resto, privo di valore che il programma gioachimita, coltivato per certa parte alla scuola di Bernardo, fosse raccolto in eredità dagli Spirituali Francescani e infine da Dante: il quale ultimo, tra l’altro, si gloriava perché un suo avo, Cacciaguida, era morto proprio nella II Crociata predicata da S. Bernardo ed era stato creato cavaliere da Corrado III di Hohenstaufen, premessa di Federico Imperatore e delle avvisaglie dell’Ordine Teutonico. È importante sapere che in questo Ordine tedesco si rifugiarono i veri Templari perseguitati, mentre i loro beni venivano confiscati e arbitrariamente assegnati, dalla Curia romana, all’Ordine Gerosolimitano. Passando dal campo storico e metapolitico a quello puramente metafisico e spirituale, è innegabile che Bernardo, definito ultimus inter patres, primis non impar, con infallibile istinto si rese conto delle rovine che la dialettica e la esagerata razionalità dei maestri parigini avrebbe prodotto nei cieli del Cristianesimo. In tal senso si deve intendere il suo monito e quasi grido di guerra, il suo geniale opporre al “credo ut intelligam” delle scuole e delle cattedre, la superiorità e inderogabilità del “credo ut experiar” della sperimentazione ascetico-mistica: veicolo della rivelazione personale e base di lancio verso l’assoluto. Pur se in realtà, per lo stesso Bernardo, i veri passaggi siano tre: “credo ut intelligam”, “intelligo ut experiar”. Ma, sinteticamente, egli colse nel segno. Tuttavia, anche qui bisogna procedere cauti e non attenersi a unilateralità come Guénon sembra fare. Sulla questione di Abelardo l’Abate di Chiaravalle, per quanto, paradossalmente, avesse ragione della ragione, è stato più “doctor irrefragabilis” che “doctor mellifluus”.
Certamente, pour cause. Se non che, a parte le inaudite persecuzioni personali subite dall’infelicissimo maestro (e qui S. Bernardo non c’entra) c’è da dire, esaminando le cose in sé stesse, che Abelardo non era affatto un “razionalista” nel senso moderno: lo stesso Guénon sa bene – e l’ha scritto – che il vero razionalismo comincia con Cartesio. Viceversa Abelardo, il quale non era per niente né ateo né scettico, dichiarava con tutta sincerità: “preferirei vivere il mistero della SS. Trinità piuttosto che poterlo dimostrare”. Circa il suo metodo inaugurato con il “Sic et Non” è incontestabile che si tratta di un criterio scientifico che ha poi dominato nella più grande e valida Scolastica e che venne fatto proprio da Tommaso d’Aquino. Prima di Abelardo si strapazzavano i testi degli autori non cristiani, o pre-cristiani antichi, con procedimenti empirici o addirittura falsi. Salvo i grandi maestri dell’Oriente cristiano, ben pochi in Occidente sono immuni da ciò. D’ora in avanti, invece, si confuteranno tutti gli Autori d’ogni tempo e luogo riproducendo fedelmente, e per esteso, i loro testi autentici. Non è questo, per l’appunto, il metodo della vera scienza che si verrà affermando, pur dopo il Medioevo, ovunque nel mondo? Solo così si può ricercare, rinvenire e riconoscere, tutto quel che c’è di vero nelle dottrine che non appartengono stricto sensu alla propria confessione o al rettangolo delle proprie aule: e sciogliere un inno non pure cristiano, ma cristianissimo, cattolico, al Logos universale rivelatoci da Giovanni! In caso contrario l’ecumenismo e il dialogo, alla base, e l’unitaria convergenza, al vertice, non possono certo fiorire. E quindi, ironia delle cose, la stessa produzione universalistica guénoniana sarebbe stata impossibile, perché impedita dalle chiusure separatiste.
Non vanno infatti trascurati, ma riconosciuti e con onore, alcuni elementi di piena attualità e lungimiranza. Abelardo, seguendo la “teologia negativa” di Scoto Eriùgena sostiene (simile in ciò a Bernardo e ai Mistici!) l’inesprimibilità della natura divina, da lui concepita di là dagli attributi: ossia, non già saguna, bensì nirguna, come intendono i “Vedantini” dell’Advàita che proprio Guénon segue. Inoltre, con la sua conoscenza genuina di Platone e dei Neoplatonici, Abelardo anticipa l’ecumenismo perché scopre e addita la presenza di verità religiose universalmente intuite, extra moenia. Il pericolo non è qui, ma altrove. Sta nella possibilità, per gli incauti e i mediocri, di perdere i giusti equilibri tra fede e conoscenza, tra il castello interiore e il mare aperto. Onde la vigilanza dell’Orso forte. Ed ecco perché Bernardo, per dirla con Pascal, “aveva delle ragioni che la ragione non ha”. Ma lo si celebrerà in fondo. Il richiamo a S. Bernardo che Guénon compie nel suo scritto, da lui qui svolto in modo piuttosto narrativo e si potrebbe dire “exoterico”, ci porta invece a scoprire un filone “esoterico” autentico che al grande autore francese, meritevole del titolo di “doctor infinitatis”, forse sfuggiva. Come è noto, in metafisica pura e alla sommità iniziatica, René Guénon caldeggia la posizione assolutista shankariana del kevala-advàita: tale non-dualità “Brahman-Atman” egli suole ripresentarla con la formula della “Identità Suprema” propria del sufismo neoplatonizzante di Ibn Arabi.
Orbene, nella sua abituale e crescente svalutazione della sapienza classica, della tradizione occidentale, e soprattutto dei maestri spirituali cristiani, Guénon ha negato che tale vertice iniziatico fosse presente tra noi. In successione di tempo la scuola guénoniana, cessando di procedere in modo acritico e apodittico (per non dire elementarmente disinformato), si è dovuta ricredere e, sebbene con alquanto ritardo, si è accorta che Maestro Eckhart aveva parlato di una Gotheit (“Divinitas”) che sta oltre der Got o il Dio personale. Eckhart, esaltando a sua volta il suo lontano modello, ossia “der gros meister Origenes”, non a caso contemporaneo e condiscepolo di Plotino, rappresenta l’ultimo anello medievale di quella Corrente areopagitica che professava la “Teologia negativa” o apofàtica, inespressa e inesprimibile. (Sottolineammo ciò, proprio in un Convegno nella Firenze platonico-cristiana di Marsilio Ficino e Pico della Mirandola il 1950; e Guénon lo seppe).
Ebbene per Eckhart, giovanissimo discepolo di un Alberto Magno tornato al suo originario neoplatonismo, non era sufficiente il culmine spirituale dell’Unione divina, perché il cristiano, ammaestrato dall’esempio e sostenuto dalla grazia dell’Uomo Dio, doveva slanciarsi oltre l’Essere manifestato, sulle ali di un’amorosa conoscenza, verso la vera e propria Identità. Tale “metafisica identificante”, oltre a raggiungere per vie laterali S. Giovanni della Croce e la Mistica annullante-totalizzante del suo Carmelo, percorre l’intera dorsale germanica da Boehme a Silesio a Novalis e ai Romantici tedeschi, pervenendo a Schelling (amatissimo da un Goethe) e raggiungendo indirettamente, nelle vertiginose elevazioni russe, il teandrismo di un Soloviev. Se non che, una volta ascesi da qualsiasi versante e toccata la vetta degli ottomila metri, le distanze si elidono e le differenze si vanificano: talché Bernardo e Tauler, Eckhart e Bonaventura, con parole solo in apparenza diverse, indicano e centrano la medesima realtà. In altri termini, la braut mystik (mistica nuziale, celebrata a preferenza da Bernardo) e la wesen mystik (mistica del puro essere e al limite del non-essere, professata a preferenza da Eckhart) nell’infinità spirituale perfettamente coincidono. Altrimenti, bisognerebbe sostenere che un Salomone, il quale insegnerà ai maestri e ai poeti sufi i misteri simbolici dell’amore e del vino, sarebbe inferiore a questi secondi! E, difatti, basta leggere e intus-legere i classici commenti di S. Bernardo al “Cantico dei Cantici” e si troverà che le due mistiche, metafisicamente, si fondono. Così come si fondono nel Dante del centesimo canto, nella Santa Caterina della Deità-Abisso, nel San Francesco delle estasi della Verna e in tutti, o quasi, gli Spirituali Francescani: tra questi, la beata Angela da Foligno “magistra theologorum” la cui nuda dottrina, spoglia di attributi, anticipa non poco lo stesso Eckhart.
Sempre sul medesimo tema, è opportuno e necessario porre in luce un elemento che risulta pressoché ignorato dai neofiti dell’esoterismo e dell’iniziatismo. Non solo braut e wesen mystik coincidono, ma pure coincidono, in India e dappertutto, le supreme ascensioni yoghiche della bhakti (devozione) e della ghnana (conoscenza). Non per niente, persino il massimo ed estremo com-mentatore vedantico, Shankarakarya, ammoniva che la Realtà Trascendente va non solo conosciuta come Assoluto, ma venerata come Dio personale (Iswara). Uguale raccomandazione rivolgeva il massimo dottore sufico, lo shàik alakbàr Ibn Arabi.
Infine, poiché l’Abate di Chiaravalle è veramente un “vir catholicus”, un uomo universale, completo, di nulla mancante, un’ultima cosa da non tralasciare è il suo profetismo. Non è un caso che l’Abate irlandese S. Malachia, il celeberrimo autore del Lignum vitae o Profezia del Pontificato e dei Pontefici, spirasse tra le braccia di S. Bernardo: il che conferma la persistenza di una Corrente profetica sotterranea che da Gioacchino da Fiore, anch’egli cistercense, passa per Girolamo Savonarola e raggiunge questi nostri “tempi della fine”, o meglio (La Salette) della “fine delle fini”. Sulla imminenza di questa, proprio René Guénon non si faceva nessuna illusione ritardatrice, riscuotendo, anzi, il gran merito di aver tutti preavvertito con più di mezzo secolo d’anticipo. Per concludere, quali che siano i commenti e i discorsi che si possono fare su un nome e su un’opera tanto straordinari e affascinanti, tali da rinverdire la gloria dei primi e dei secondi apostoli – e sulla linea di San Benedetto, fondatore della Cristianità-Europa, apostolo e restauratore della medesima fu appunto Bernardo è indubbio che René Guénon, col peso della sua autorità mondiale, ha contribuito a dar nuova luce alla stellarità dell’Araldo del Gran Re apparso nel secolo duodecimo.
Ci sia allora consentito, a suggello di tutto, di riportare le pagine finali del nostro libro Cristianesimo Giovanneo, libro che è il terzo del nostro “Corso di Dottrina dello Spirito”. Tale libro è pure dedicato, insieme ad altre spirituali o intellettuali guide, proprio a René Guénon. In esso, verso il suo termine, si eleva un inno all’Orso forte (Bernhard) apponendo al testo il seguente titolo non scevro di platonica ironia: Le “divine” negazioni di Bernardo. L’occasione è qui favorevole per porre in risalto un aspetto pressoché ignorato della poliedrica personalità dell’Abate cistercense. Invero, il più sublime “doctor misticus” era anche un “homo ludens” che scommetteva con un giovane giocatore e vinceva ai dadi la sua vocazione monastica; dunque non meraviglia che spesso e volentieri, persino prossimo a morte, si compiacesse di scherzare.
Era, ciò, una confutazione ante litteram della condanna di Nietzsche, secondo cui i cristiani, forse per certa eredità semitica, si presentavano lugubri, incapaci di assomigliare ai “leoni che ridono”; ed era ciò, esattamente al contrario, un’anticipazione della letizia seràfica e del vittorioso sorriso francescano, luminoso ed ariano questo, ma molto diverso dalla insinuante, scettica piega delle labbra gotamiche! Del resto, la Virgo potens cosmicamente scherza, in presenza del Creatore, davanti allo Spettacolo della fondazione dei mondi: “cum Eo eram cuncta compònens et delectabar per singulos dies, ludens coram Eo omni tèmpore; ludens in orbe terrarum; et deliciae meae esse cum filiis hominum” (Prov. VIII-30,31 – Liturgia dell’Immacolata). Perciò anch’Ella sa, e usa giocare, con i suoi ilari cantori. Dopo anni di ossequio, col passare davanti a un’Immagine esclamando “Salve Maria”, un giorno si udì la risposta: “Salve Bernardo”. Ecco, dunque, il nostro breve encomio nel quale si cerca d’incastonare il magistero gioioso dell’Abate di Chiaravalle, amante di Dio e del Creato, anch’egli esponente di quella “triplicità” platonico-atlantidèa che rifonde in un metallo unico, azzurro e trasparente come l’oricalco, ironia, poesia, e metafisica.
Le annotazioni che fin qui precedono hanno in pratica la possibilità di lumeggiare un punto paradossale. È risaputo che il dottore mistico per eccellenza – il quale fu carissimo a Dante e gli fece compiere nell’Empireo il passo unitivo supremo – espose nel modo più virulento una dottrina spirituale che era contraria ai suoi tempi ed ai campioni che più sollevavano rumore. (E Bernardo ebbe il bene di non assistere ai successivi tripudi della Dialettica e alla finale paralisi delle Scuole, dalla medesima provocata!). Codesta dottrina, per quanto concerne le controversie filosofico-teologiche, si compone di due clamorose negazioni le quali, a prima vista, possono far considerare il loro autore come un barbaro folle. Esse sono:
1) la negazione del culto della ragione;
2) la negazione del valore dell’uomo.
Nelle apparenze, S. Bernardo è fuori campo, ma nella realtà fa centro. Bisogna comprenderlo bene e saperlo riesporre. Contro le logomachie degli Scolastici dialettici egli si solleva di colpo dal piano della ragione. Contro l’umanizzazione sempre crescente della vita e dello stesso fatto religioso egli non riconosce neppure i titoli di «uomo» a chi si stacchi da una vivente esperienza del Divino. Bernardo risponde allora meglio di tutti proprio all’interrogativo del fondatore della Scolastica, S. Anselmo: cur Deus homo? La risposta è nella «teopoièsi» dei padri greci e di tutto l’Oriente terrestre: “ut homo Deus”.
Silvano Panunzio
Note biografiche
Silvano Panunzio (1918-2010) è stato in Italia uno dei più illustri e qualificati rappresentati cattolici di quella corrente di pensiero esoterico inaugurata nel secolo scorso da René Guénon e convenzionalmente denominata “tradizionalismo integrale”. Figlio del famoso giurista e politologo Sergio Panunzio (1886-1944), laureato in Scienze Politiche, studioso eclettico ed enciclopedico, Silvano ha esordito giovanissimo come poeta e narratore, orientandosi poi verso gli studi filosofico-giuridici e mistico-religiosi. È autore di centinaia di articoli e di una dozzina di libri che ora vengono riscoperti e ristampati.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE DI SILVANO PANUNZIO
- Contemplazione e Simbolo, “Summa iniziatica orientale-occidentale”, 2 vol. pp. 640, Volpe, Roma 1975; Simmetria, Roma 2014.
- Metapolitica, “La Roma eterna e la Nuova Gerusalemme”, 2 vol., pp. 940, Edizioni Babuino, Roma 1979; Iduna, 2 vol., pp. 914, Milano 2019.
- Cristianesimo Giovannèo, “Luci di Ierosofia”, pp. 270, I Classici Cristiani, nn. 281-282, Cantagalli, Siena 1989; Edizioni Arkeios, Roma 2022.
- La Conservazione Rivoluzionaria. “Dal dramma politico del Novecento alla svolta Metapolitica del Duemila”, pp. 250, Il Cinabro, Catania 1996; Iduna, Milano (in corso di stampa).
- Cielo e Terra, “Poesia, Simbolismo, Sapienza, nel Poema Sacro, pp. 200, Simmetria, Roma 2018.
- Terra e Cielo, “Dal nostro Mondo ai Piani Superiori”, pp. 99, Cantagalli, Siena 2002.
- Vicinissimi a Dio, “Summa Sanctitatis” (Venti Biografie eroiche), pp. 380, Cantagalli, Siena 2004.
- Metafisica del Vangelo Eterno, pp. 330, Ed. Simmetria, Roma 2017.
- La Coralità celeste superdivina. Metapolitica, Roma 2010.
- La croce e l’ulivo, Schena Editore, Fasano (BR) 2008.
Opere postume:
- Cosmologia Perenne, a cura del Corriere Metapolitico, Roma 2022.
- Che cos’è la metapolitica, Solfanelli, Chieti 2023.
- Lettere ad Attilio Mordini (1954-1960), Solfanelli, Chieti 2023.
- Santa Teresa di Lisieux: celeste corona di rose e gigli: Florilegio dalle Voci trascendenti della Serafina del Carmelo, a cura del Corriere Metapolitico, Roma 2021.
- Il paradigma cristiano. Lettere ritrovate (1949-2009), Solfanelli, Chieti (in corso di stampa)
Biografia
- Aldo La Fata, Silvano Panunzio. Vita e pensiero, Solfanelli, Chieti 2021.