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Gaza e la distorsione del Sacro nella modernità: una sfida per il Cavaliere (di Marzio del Monte)

Minareto della Moschea di al-Sousi (Gaza)

L’attuale sofferenza di Gaza si staglia sullo sfondo di un orizzonte più oscuro e metafisico di quanto la cronaca politica suggerisca. Non è solo una disputa territoriale o un conflitto asimmetrico: è la manifestazione terminale di una perversione spirituale profonda, dove l’impulso sacro viene distorto e strumentalizzato per fini antitetici alla sua stessa essenza.

Al cuore della tempesta risiede un nazionalismo escatologico che ha deviato l’attesa messianica – originariamente legata a un rinnovamento universale dello spirito e alla riconciliazione cosmica – trasformandola in un progetto di dominio temporale ed esclusivista. La Terra, anziché essere vista come un luogo di prova e custodia spirituale, è diventata un idolo, un feticcio geopolitico la cui conquista materiale viene spacciata come compimento divino. Questa è la grande sostituzione: il Regno dello Spirito viene scambiato con un regno quantitativo, la Gerusalemme Celeste con una fortezza terrena edificata sul sangue e la disperazione.

L’aggressione contro Gaza rivela la logica interna di questa inversione: la violenza sistematica, la pulizia etnica, l’assedio disumano, la logica genocida non sono aberrazioni tattiche, ma l’inevitabile frutto di un’ideologia che ha posto il particolare tribale al di sopra della Legge Universale. Quando il “Popolo Eletto” viene interpretato non come chiamata alla responsabilità etica e alla testimonianza spirituale, ma come licenza per una supremazia etno-nazionale, si scatena la macchina della distruzione. La sofferenza palestinese è il sacrificio umano offerto sull’altare di questo pseudo-messianismo materializzato.

Questa dinamica non è isolata. Riflette la crisi terminale dell’epoca moderna, caratterizzata dalla rottura operata dall’Occidente con i principi tradizionali, lo stesso Occidente nel quale si è sviluppato il messianismo sionista e di alcune sette protestanti. Il progetto sionista, nella sua forma attuale e dominante, è figlio legittimo della modernità: un nazionalismo romantico esasperato, fuso con un colonialismo di insediamento, giustificato da una teologia politica che ha svuotato il Sacro della sua trascendenza per piegarlo alla ragion di Stato. La santificazione della forza bruta, la banalizzazione del dolore altrui, la negazione dell’altro sono sintomi di un mondo (quello moderno-occidentale) che ha perso il suo centro spirituale, dove ogni collettività rischia di trasformarsi in una setta armata che brandisce la propria narrazione come un assoluto.

 

Gaza, nella sua agonia, diventa così un simbolo potente:

  • della caduta: l’abisso in cui precipita l’uomo quando scambia il simbolo (la Terra Promessa come luogo interiore di realizzazione) con la cosa (il possesso territoriale esclusivo);
  • dell’inversione: dove l’attesa di un Salvatore universale degenera nell’auto-idolatria di un popolo che si erge a giudice ed esecutore;
  • della cieca quantità: la potenza di fuoco, il controllo demografico, il muro di cemento come unici dèi di una civiltà che ha dimenticato la qualità, la misericordia, la giustizia che trascende le tribù.

L’esito di questa deriva, alimentata da un messianismo distorto che serve da copertura al puro espansionismo, non può che essere il caos moltiplicato. Ogni bomba che cade su Gaza non fa che accelerare la disintegrazione dell’ordine apparente, rivelando il vuoto spirituale che mina le fondamenta non solo della regione, ma della stessa civiltà umana moderno-occidentale in questa fase oscura del ciclo cosmico. La speranza, esile ma tenace, risiede non in un trionfo militare o politico, ma nel risveglio di una consapevolezza che riconosca questa tragedia per ciò che è veramente: l’ultimo, disperato spasimo di un paradigma morente, prima che la notte sia totale o che, forse, una nuova luce possa sorgere dalle sue ceneri, richiamando l’Uomo alla sua vera vocazione oltre le tribù, oltre la materia e la quantità, verso quell’ulteriore unico Regno che non può essere conquistato con le armi.

  1. La Deviazione della Forza Sacra: dal Principio alla tirannia quantitativa

Il decreto del 2018 (“il diritto all’autodeterminazione è unico per il Popolo Ebraico”) cristallizza l’aberrazione spirituale: ciò che doveva essere rifugio dalle persecuzioni si trasforma in strumento di dominio. Qui non vige più la nozione di autorità derivante dall’alto, ma un’usurpazione che eleva l’etnia a principio metafisico. Come osservato dallo storico Gadi Algazi: “Lo Stato sionista è coinvolto in un assassinio di massa…attribuibile al ‘sionismo reale’”[1], mostrando la frattura tra sopravvivenza etnica e Giustizia universale.

La Quantificazione della Vita Umana secondo la logica del Martirio Rovesciato

Sia la dichiarazione del leader Hamas Abu Zuhri (“i martiri li riprodurremo dieci volte”)[2] che la giustificazione israeliana degli eccessi militari (“avete badato ai civili di Dresda?”), entrambe rivelano la stessa riduzione della vita a numero.

Bestialità Organizzata

L’uso di cani addestrati in Europa, come armi contro civili palestinesi, epitomizza la regressione allo stato puramente tellurico, dove la tecnica serve a dissacrare il vincolo uomo-creatura.

Un manifestante di Beit Lahia sintetizza: “Vogliamo vivere con dignità. Dopo aver perso la mia famiglia, mi chiamano traditore”. In questa frase risiede il grido dell’umano contro la macchina quantitativa.

  1. Il falso messianismo

Apocalisse senza Rivelazione

La pulsione messianica, svuotata della sua dimensione trascendente, si incarna nella conquista territoriale. Ancora Gadi Algazi documenta: “Il colonialismo è un processo continuo di espropriazione… combattuto con bulldozer e piani regolatori[3]. I coloni, avanguardia di questo pseudo-eschaton, agiscono come sacerdoti di un culto materializzato dove la terra è saccheggiata anziché santificata.

La democrazia come ‘mito’ regolatore

Anna Foa, storica ed ebrea, svela l’illusione: “Israele non è mai stata una piena democrazia… oggi la violenza delle forze dell’ordine contro le manifestazioni cresce sotto un ministro razzista[4]. Quando 100.000 riservisti rifiutano di servire nei territori occupati, si intravede il crollo del contratto sociale sotto il peso della tirannide anti-spirituale. 

III. La Risposta della Cavalleria odierna

Combattere la vera Guerra Santa

Di fronte alla catastrofe umanitaria e spirituale di Gaza, una Cavalleria rinnovata – intesa non come corpo militare, ma come élite spirituale votata alla difesa della Giustizia Universale e dei deboli – è chiamata a una battaglia ben più profonda di quella combattuta sui campi materiali. La dottrina di S. Bernardo di Chiaravalle offre una bussola imprescindibile.

La “Nuova Milizia” oltre la spada materiale

Il grande riformatore cistercense, architetto della regola Templare, distingueva radicalmente la “milizia di Cristo” da quella del secolo. La vera Cavalleria non brandisce la spada per conquista, dominio o vendetta, ma combatte innanzitutto contro i nemici interiori e spirituali che alimentano la carneficina esteriore: l’orgoglio tribale, la brama di possesso, la disumanizzazione dell’avversario, la menzogna ideologica mascherata da sacralità. La sua prima trincea è la coscienza retta, purificata dall’ego collettivo e dall’idolatria nazionalista.

Difensori degli oppressi, non di fazioni

Come i Templari erano chiamati a proteggere i pellegrini, indipendentemente dalla loro origine, la Cavalleria odierna deve ergersi a baluardo incondizionato degli innocenti calpestati, siano essi palestinesi di Gaza o qualsiasi altro popolo oppresso. Il suo giuramento è alla Giustizia trascendente, non a bandiere, etnie o narrazioni politiche pseudo-sacralizzate. Gaza, nella sua sofferenza assoluta, diventa il banco di prova supremo di questa imparzialità caritatevole.

La Spada dello Spirito: denuncia, verità e coraggio

L’arma primaria della Cavalleria è la Parola di Verità, tagliente come una spada a doppio taglio. Ciò implica:

  • Denunciare senza paura la perversione del messianismo, smascherando l’uso blasfemo di simboli e attese sacre per giustificare l’ingiustizia e la crudeltà, ricordando che ogni progetto politico che pretende di “accelerare la venuta del Messia”, peraltro attraverso la violenza, è una contro-iniziazione.
  • Combattere la menzogna sistemica, opponendosi alla propaganda che disumanizza il popolo palestinese, mentre nega la sua storia e santifica l’aggressione. La Cavalleria deve essere voce per chi è stato silenziato.
  • Coraggio intellettuale e morale, resistendo alle pressioni del conformismo, del tribalismo ideologico e delle minacce (sociali, professionali, mediatiche) che cercano di soffocare la verità.

La Carità come forza trasformatrice

San Bernardo vedeva nella caritas il cuore pulsante della Cavalleria. Di fronte alla tragedia di Gaza, questo si traduce in:

  • Azione umanitaria concreta e prioritaria, sostenendo con ogni mezzo (preghiera, testimonianza, risorse, pressione politica) gli sforzi per fermare il massacro, alleviare le sofferenze, garantire aiuti, curare i feriti, seppellire i morti con dignità. La Carità non è sentimento astratto, ma opera giusta ed urgente.
  • Riconoscere Cristo nell’oppresso: “Quello che avete fatto al più piccolo dei miei fratelli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40). Nei bambini di Gaza sotto le macerie, nelle famiglie stremate dall’assedio, il Cavaliere vede il volto sofferente del Cristo umiliato. Questo riconoscimento dissolve ogni giustificazione ideologica dell’oppressione.

Costruttori di Pace nella Giustizia, non spettatori passivi

La vera pace (Pax Christi) non è assenza di conflitto imposta con la forza, ma frutto di giustizia e riconciliazione autentica. La Cavalleria deve:

  • Lavorare per una pace basata sul diritto internazionale e la dignità uguale per tutti, opponendosi a qualsiasi “soluzione” che cristallizzi l’apartheid, la pulizia etnica o l’umiliazione perpetua di un popolo.
  • Promuovere il dialogo autentico e la comprensione, superando gli stereotipi e lavorando per disarmare gli animi, riconoscendo le ferite e le paure di entrambe le parti, senza mai equiparare oppressore e oppresso.
  • Preparare il terreno per un futuro oltre il ciclo di vendetta, sostenendo chi, in entrambi i popoli, lotta per una convivenza giusta e rispettosa della dignità umana universale.

Per il Cavaliere la “Guerra Santa” è dunque una battaglia su tre fronti indivisibili:

Interiore: contro le proprie passioni oscure e l’adesione acritica a falsi assoluti tribali o ideologici.

Spirituale: contro le forze della contro-tradizione che distorcono il Sacro per fini di potere e distruzione (lo “pseudo-messianismo” sionista ne è un tragico esempio).

Umanitario e Politico: per la difesa immediata della vita innocente, la denuncia della menzogna, la promozione instancabile di una pace giusta e universale.

Il Cavaliere, insomma, sull’esempio di San Bernardo, sa che il suo onore non risiede nella vittoria terrena di una fazione, ma nell’essere rimasto fedele, fino all’ultimo respiro, alla difesa del Vero, del Giusto e del Debole, testimoniando, anche nel fuoco della tragedia, l’esistenza di un Ordine superiore a cui l’umanità smarrita può ancora anelare. Gaza diventa così, per questo odierno Miles, il luogo di una terribile ma necessaria sfida, un appello urgente a riscoprire la propria vocazione più alta in un’epoca di tenebre.

MARZIO DEL MONTE

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NOTE

[1] https://www.haaretz.com/opinion/2023-01-13/ty-article-opinion/.premium/the-israeli-left-must-stop-aiding-the-fascist-project/00000185-bfb6-df26-a9bd-bffe01e90000

[2] Citato in https://www.amnesty.it/gaza-hamas-reprime-chi-protesta/

[3] GADI ALGAZI, Lontano dagli occhi, lontano dal cuore? La colonizzazione interna nella nascita dello Stato-nazione, in Tra i latifondisti. Il dibattito sul colonialismo in Israele (a cura di Anna Maria Curcio), Ed. Alegre, Roma 2007, p. 99 sg.

[4] IL MANIFESTO, 10 maggio 2023.