
Pino Tosca durante l’annuale ricordo dei caduti del Regno delle Due Sicilie a Civitella del Tronto (13/6/99)
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4 SETTEMBRE (IN MEMORIAM)
(Preambolo della Redazione)
Perchè ricordare Pino Tosca?
Perchè in qualche maniera egli fu la scintilla catalizzante da cui nacque il Sodalitium Equitum Deiparae Miseris Succurrentis. Il suo insegnamento fu infatti quello di far comprendere alla migliore parte della giovane destra italiana di oramai quasi sessanta anni fa, che la propria ‘fede politica’, votata ai più nobili ideali, mai avrebbe potuto ambire alla certezza di una celeste e definitiva Vittoria, anche indipendentemente da una terrena e momentanea sconfitta, se non soltanto dopo essersi arricchita e vivificata col nutrimento della ‘fede in Cristo’.
Sulla sua tomba spiccano le significative parole dell’Apostolo Paolo, grazie alle quali ci ricorderemo sempre e con sincera gratitudine di Pino, per essere lui stato un vero Cavaliere, un grande amico, un inestimabile esempio:
“Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto Giudice, mi consegnerà in quel giorno “ (2Tm 4,7-8).
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Biografia di Pino Tosca
dal sito https://www.centrostudipinotoscaets.it/biografia-di-pino-tosca/
Nato a Piacenza il 23/7/46 da Augusto Tosca (piacentino) e da Rosa Massarelli (modugnese), Pino trascorre la fanciullezza a Modugno dove, a soli 13 anni, si iscrive alle organizzazioni giovanili del MSI. Nel 1960 si trasferisce a Torino partecipando attivamente ed in prima linea all’impegno culturale della “destra” piemontese ed all’attività politica, non solo teorica e parolaia, tanto da subire il carcere nel 1964 a causa di una rissa (sorta naturalmente per motivi politici).
Lo sciagurato Congresso di Pescara del MSI nel ’65 segna una svolta per tutto l’ambiente extraparlamentare di destra, ma in particolar modo, per “Ordine Nuovo“. Il “tradimento” dell’ultima ora, conclusosi col famoso e massiccio lancio di monetine verso il segretario Michelini e l’ex oppositore Almirante, determina la fuoriuscita dal MSI di una vasta area giovanile stanca dei continui compromessi “democratici” dei capi corrente.
Spariva qualsiasi prospettiva di “lotta al sistema” che, al di là di ogni valutazione della sua praticabilità, è quanto di più lontano ed astratto possa immaginare una classe dirigente ormai adattata a sfruttare evanescenti rendite di posizione e tatticismi parlamentari.
Quell’esperienza drammatica vissuta anche da Pino che insieme a tutto il gruppo giovanile missino di Torino dà vita al centro torinese di ORDINE NUOVO.
Ciò che succede a Torino si moltiplica in tutta Italia, cosicché ORDINE NUOVO si trova d’improvviso a dover far fronte ad un vasto schieramento giovanile da educare e strutturare, riducendo l’impegno di esclusivo interesse formativo-culturale a favore di una più marcata azione politica.
E’ il periodo in cui entrano in crisi le organizzazioni giovanili missine (FUAN e GIOVANE ITALIA) in favore non solo dei gruppi emergenti della destra radicale (ORDINE NUOVO, AVANGUARDIA NAZIONALE, LOTTA DI POPOLO), ma purtroppo anche verso formazioni di sinistra a causa molto spesso dell’assenza di chiarezza o di un dibattito coinvolgente non sempre dominante nel nostro vasto arcipelago.
Il 28 aprile 1968, con gli scontri nell’Ateneo romano e la morte di Paolo Rossi, per tutto l’ambiente neofascista si chiude una fase politica e se ne apre un’altra.
Quel momento, che preannunzia il nostro sessantottino, pone i giovani tradizionalisti dinanzi al dilemma che ingloberà drammi personali e conflitti durissimi in tutto il variegato mondo della destra italiana: da una parte c’è la fedeltà alla linea d’ordine e benpensante del partito e dall’altra l’adesione alla contestazione.
Partendo dall’analisi evoliana che un uomo diverso da quello massificato dalla società borghese è realizzabile solo in civiltà e società tradizionali e che bisogna “portarsi non là dove ci si difende, ma là dove si attacca” (da Cavalcare la tigre di Evola) appare quasi automatica l’adesione di molti tradizionalisti alla “contestazione globale” del ’68. Su questa linea c’è naturalmente Pino, che partecipa attivamente ai moti della contestazione studentesca.
Rimane grave il dilemma politico ed esistenziale: aderire alla contestazione e seguire i ritratti di Mao e le bandiere rosse o attaccare la “canaglia rossa” e liberare le Università?
Il dialogo imprevisto tra i neri ed i rossi uniti nella lotta contro il sistema si rivela occasionale ed effimero. Schiacciati dalla crescente egemonia degli ultracomunisti sul Movimento Studi, dalla emarginazione progressiva della componente anarchica e dall’inserimento nel moto contestativo del vecchio schema del fronte antifascista i ribelli di “destra” danno vita al MOVIMENTO STUDI EUROPEO di cui Pino è tra i massimi esponenti.
Anche ORDINE NUOVO rivede le sue posizioni iniziali, prende le distanze dalla contestazione e rende irreversibile il distacco e la crisi tra i tradizionalisti rivoluzionari.
Il MOVIMENTO STUDI EUROPEO non ha vita lunga per inesperienza, mancanza di veri dirigenti, eccessiva confusione di posizioni all’interno: tale confusione permette alle forze di sinistra, d’accordo col Governo ed i mezzi d’informazione, di addebitare ai “fascisti” la strategia della tensione, nata e realizzata invece in ambienti ufficiali ed istituzionali.
Alla fine del ’69 comincia a far parlare di sé il MOVIMENTO EUROPA CIVILTA’ la cui mente organizzativa e culturale è Loris Facchinetti che propugna un’apertura alla società civile senza schemi precostituiti ed evitando un impegno autoesaltante e carico di suggestioni e delusioni. La fedeltà ad un’impostazione culturale “tradizionale” è ribaltata fin dal primo numero dell’omonima pubblicazione del Movimento, con il rifiuto preciso di tutta la cultura dominante e una condanna del capitalismo e del comunismo, del totalitarismo e della democrazia in favore di una limitazione della proprietà privata, della partecipazione agli utili delle maestranze e soprattutto di una concezione organica e tradizionalista della politica e dello Stato.
Ciò che distingue l’esperienza di EUROPA CIVILTA’ è il concetto di una società che, eliminate le suggestioni del militarismo e di un esasperato virilismo neofascista, si fonde sull’amore e l’armonia, sulla solidarietà e sui principi di fedeltà ed amore.
I “campi in montagna” sono solo una palestra per lo spirito e per il fisico, ma anche il rimodellamento di una società tradizionale.
La disciplina è fondata più su una libera accettazione del proprio dovere che su ordini dall’alto, nonostante la presenza di una gerarchia; la liturgia sottolinea il valore comunitario dell’esperienza ed il legame spirituale con il mondo medievale, mentre le attività formative e la creatività artistica sono incentivate al massimo. In EUROPA CIVILTA’ entra gente proveniente da AZIONE CATTOLICA, dal PCI, da ORDINE NUOVO, dal MSI, dal vuoto politico. Pino diviene in Piemonte responsabile regionale del Movimento, che, pur estintosi alla fine degli anni 70, continua ad influenzare il pensiero e gli animi di tanti aderenti per oltre vent’anni.
Questa esperienza costituisce per Pino un’autentica svolta ed è una pietra miliare della sua esistenza spirituale. E’ di questo periodo l’immissione di FRANCISCO ELI’AS DE TEJADA nella cultura italiana in generale e tradizionalista in particolare.
Grazie al sodalizio culturale con Silvio Vitale ed alla rivista l’”Alfiere” il movimento tradizionalista può conoscere FRANCISCO ELI’AS DE TEJADA, la sua straordinaria erudizione, la sua calda personalità e può avere la sua prima forma organizzativa ed aggregativa con l’associazione “Filippo II“
L’occasione è fornita dall’incontro degli amici dell’”Alfiere” all’Hotel TERMINUS di Napoli (6-7 ottobre ’73) che vede tra i partecipanti Franciscos Elìas de Teyada, Tommaso Romano, Piero Vassallo, Riccardo Pedrizzi, Gianni Allegra, Paolo Caucci, Pino Tosca…: l’incontro è di estrema importanza non solo per i temi discussi e bisognosi di una chiarificazione (tra cui lo stesso concetto di “TRADIZIONE”), ma per la reciproca conoscenza dei partecipanti, essenziale per future collaborazioni.
Il 1974 segna per Pino l’ora della svolta, anzi dell’”incontro“: “non progettato, non previsto, sorprendente perché imprevedibile, nuovo rispetto alle conoscenze o alla vita precedente” (da Don Giussani).
Un biglietto arriva alla sede di EUROPA CIVILTA’ di Torino proveniente dalle Opere Don Bosco: “…l’episcopato italiano pare voglia fare la parte di Pilato nei confronti del Referendum sul divorzio. Tocca ai fedeli stessi subentrare in prima linea al posto abbandonato dai disertori” (Sotto la firma di Don Giuseppe Maria Pace).
Pino decide di conoscerlo e dopo qualche settimana le sue posizioni semi-gnostiche crollano del tutto.
Dopo qualche mese quasi tutto il gruppo neo-pagano di EUROPA CIVILTA’ partecipa alla messa, nel rito di Pio V, che Don Pace celebra alle 06.00 del mattino a Maria Ausiliatrice nella stanza di Don Bosco.
Ma chi è Don Pace?
Non un intellettuale nel senso gramsciano del termine, anzi un sapiente nel senso biblico, nel quale l’immensità della cultura si confonde con la perfetta umiltà.
Docente di Esegesi e di Metafisica all’Università Lateranenze, autore di libri agiografici e catechetici, anche per uso scolastico, poliglotta, liturgista, polemista su varie riviste, romanziere, botanico, apicoltore, micologo…, ma soprattutto esempio di vita e carità illuminata.
Purtroppo tocca proprio a Pino sperimentare tale virtù.
Nell’estate del ’74 Violante (giudice a Torino, insieme a Caselli e Pochettino) scatena una gigantesca “caccia al fascista” forte del “teorema” che nel complotto contro lo Stato ci sono tutti, tranne i comunisti. Se cade nella rete un partigiano liberale come E. Sogno, figuriamoci i fascisti.
Centinaia di vite sono distrutte, centinaia di famiglie sconvolte, Pino, naturalmente tra i primi della lista, decide di cambiare aria ed espone i fatti a Don Pace. Questi organizza immediatamente una colletta e prepara per i neolatitanti una decina di lettere, tutte firmate ed indirizzate ai Direttori di seminari salesiani di Svizzera e Francia con la preghiera di offrire asilo ed ausilio a chi, distintosi per la sua attività cattolica ed anticomunista, è oggetto di persecuzioni da parte di autorità filocomuniste.
Un atto di inaudito coraggio, tra un clero spesso pusillanime e in un clima politico e giudiziario pesante ed ostile. L’attività ed il tradizionalismo costano però a Don Pace l’esilio a Caselletta, sulle montagne piemontesi, ed il conseguente isolamento.
Dopo alcuni mesi di “esilio svizzero” nel 1975 Pino si trasferisce a Modugno dove costituisce la già menzionata Associazione Filippo II, ispirata dall’incontro con Teyada, con il fine di realizzare una organica convergenza fra i tanti gruppi legati al tradizionalismo: portavoce dell’Associazione è la rivista “La Quercia” che, nata a Torino nell’ultima fase di Europa Civiltà, muta il sottotitolo “rivista integralista” in “rivista di studi cattolici” (Con le direzioni di Riccardo Pedrizzi e Piero Vassallo) ed ospita in ogni numero uno scritto di Teyada improntato ad un chiaro tradizionalismo controriformista.
La Filippo II italiana si costituisce ufficialmente: ne è presidente Silvio Vitale, segretario Piero Vassallo, vice segretario Pino Tosca. Il 7 e 8 dicembre 1975 si svolge a Bari il convegno più famoso dell’Associazione: quello dedicato a Giambattista Vico.
La struttura organizzativa è delle più qualificate ed efficaci (Pino Tosca, Alessandro Barbera, Michele Mascolo, Antonio Bosna): il Convegno si tiene nel Castello Svevo, sotto il patrocinio della Provincia e del Comune, e tutte le Chiese baresi espongono i manifesti dell’evento. Presiede il Convegno il Prof. Francesco Maria De Robertis (Preside della Facoltà di Giur. dell’Univ. di Bari) e si alternano relatori del calibro di Silvio Vitale, Gaetano Catalano, Elias De Teyada, Paolo Caucci, Piero Vassallo…
Il documento del Convegno propone una rilettura dell’Opera Vichiana, intesa come critica implacabile del giusnaturalismo protestante e come definizione dei principi che garantiscono l’integrità e la giustizia dei popoli in quanto “ritornare a Vico significa risalire alle vere radici della sapienza italiana, all’Italia madre del diritto.
Dopo un importante Convegno tenuto a Palermo, l’anno successivo, sulle “Insorgenze antigiacobine in Italia“, con una lettura storica totalmente diversa da quella ufficiale, l’ultimo Convegno si tenne a Roma nel dicembre ’77 sul tema “Il Risorgimento e la tradizione italiana“. I relatori sono de Teyada, Vassallo, Erra, Bernardi Guardi, Camizzi, Casalena, Zarcone, Fabiocchi. Intervengono Crociani, Polia, Tricoli, Solinas ed altri.
L’intendo teyadiano di recuperare una parte del Risorgimento alla “tradizione italiana“, appoggiato dalla parte “nordista” della Filippo II (Vassallo, Camizzi), è rifiutato categoricamente dall’altra (Vitale, Tosca, Caucci).
Il Manifesto del Convegno, redatto da Teyada (“Il Risorgimento italiano fu la realizzazione del sogno centenario dell’unità italica”… “esso è parte – e parte nobilissima – della tradizione d’Italia”) non può che provocare la reazione dei tradizionalisti “teyadiani” provenienti dalle file dell’Alfiere.
Ai lavori disordinati del Convegno si aggiungono proposte di riabilitazione di Carlo Alberto e relazioni (quella di Erra in particolare) di taglio nettamente risorgimentalista.
La “confusione delle lingue” e la Babele culturale segnano il tramonto definitivo della Filippo II e del tentativo teyadiano di coagulare la cultura di destra sotto il protettorato tradizionalista.
L’improvvisa morte di Teyada, pochi mesi dopo, suggella la fine anche sul piano internazionale della Filippo II.
I reduci pugliesi si raccolgono attorno a Pino la cui conversione l’aveva posto nelle file di Comunione e Liberazione a fronteggiare l’ostilità dello stesso MSI di Modugno come si può dedurre da questo suo articolo apparso sul Cardo Selvatico datato maggio 1986 e riportante il titolo “Dieci anni fa“: ” Aprile 1976: la sede modugnese di “Comunione e Liberazione” viene devastata da caserecci “Katanga”. A questo episodio di delinquenza politica segue la risposta dei cattolici: prima con un durissimo comunicato-stampa della comunità modugnese di Comunione e Liberazione in cui nel denunciare “la vigliaccheria di questi teppisti, capaci di agire solo se coperti dall’anonimato” si invitavano caldamente “tutti i cattolici a mobilitarsi, ad unirsi, a vigilare con estrema decisione”, poi con manifesti affissi dalla D.C. e dalla CISL, ed infine con una grande manifestazione contro la violenza, tenuta il 6 maggio presso il locale Oratorio S. Giovanni Bosco. L’assemblea popolare contro la violenza anticristiana segna per i cattolici l’inizio di una svolta, dopo vent’anni di sonnecchiamenti “post-conciliari”. Ci si rende finalmente conto che nel paese vi è bisogno di una presenza viva, di una testimonianza più incisiva nella realtà sociale. Si comprende che bisogna finirla con un neutralismo culturale di stampo illuminista. Appare infatti evidente che il clima di intolleranza religiosa imperante ovunque, altri non è se non il prodotto di una mentalità laicista di stampo volterriano ancora smaniosa di “ècraser l’Infame”. Ed è subito alla costituzione di un Centro culturale che si pensa, di un punto che sia punto di riferimento culturale per tutti i cattolici modugnesi e che sappia elaborare giudizi sulle situazioni concrete della vita locale. L’idea venne per prima a don Tonino Posa ed al sottoscritto (Pino Tosca). Ma ci si rendeva conto che un progetto di questo genere, per avere il sigillo di una certa serietà, doveva avere alla sua guida un uomo che, oltre ad una notevole preparazione dottrinale e spirito di creatività, doveva essere un’autorevolezza indiscutibile per la stessa vita cittadina. Quest’uomo non poteva essere altri che Mons. Nicola Milano. Non ci pensammo due volte e ci recammo a casa sua, in Via Potenza, per esporgli il nostro progetto: la costituzione di un Centro culturale cattolico, a Modugno, sotto la sua diretta responsabilità. Mons. Milano, a onor del vero, accettò subito. Era quella l’occasione che anche lui aspettava da tempo. Egli era dotato di un genio creativo che sorgeva da una fede vissuta in modo integrale e appassionato. La sua sola presenza fisica era un richiamo a quanti, preti o laici, si adagiavano in un pericoloso lassismo “impiegatizio” o, peggio, in una vergognosa inettitudine. Elaborata la “carta” del Centro, condensata in sette punti programmatici, cominciò a porsi il problema sul nome da dare allo stesso. Le idee erano diverse, Ci prendemmo qualche giorno per rifletterci, quando per caso, gli occhi mi si posarono su un libro edito dalla “Jaca Book”. Era una raccolta di testi liturgici in onore della Chiesa delle origini, curata da Hugo Rahner, che l’aveva intitolata “Mater Ecclesia”. Quel nome mi colpì subito. La lingua latina era un richiamo alla tradizione universale della Chiesa e quel nome mi parve una sottolineatura della sua funzione nel mondo: quella di essere “madre” e “maestra”. Così proposi a Mons. Milano quel nome, che fu accettato; ed il Centro iniziò così la sua presenza a Modugno. L’inaugurazione ufficiale avvenne la sera del 9 giugno con una relazione di Padre Salvatore Manna, a quel tempo Docente di Storia della Chiesa (ed oggi Preside) della Facoltà di Teologia Ecumenica, sul tema “La funzione della cultura cattolica nella società di oggi”. Fu una serata culturalmente impegnativa, ma anche stressante, perché il salone, già mezz’ora prima dell’ora fissata, era straripante di gente che si accalcava persino sui balconi e sulle scale, oltre la soglia. Erano presenti personalità ecclesiastiche la Curia era rappresentata da Mons. Colucci), politiche, del mondo professionali. Ad una mia brevissima introduzione, seguì la prolusione di Mons. Milano e, quindi, la relazione di Padre Manna che pose in risalto l’importanza di una cultura cattolica in un mondo, come quello odierno, sempre più distratto da messaggi di tutt’altra provenienza. Alla relazione di Padre Manna seguirono le comunicazioni di Don Giorgio Lionetti e Don Nicola Bux. Fu, comunque, un evento di forte risonanza a Modugno. A questo straordinario fatto di vitalità culturale, seguirono innumerevoli iniziative che, bisogna dirlo, si riusciva a portare in porto, grazie specialmente, all’aiuto pratico che la locale comunità di Comunione e Liberazione non lesinava. Lo stesso Mons. Milano si era molto avvicinato al Movimento, tanto che partecipò anche ad un ritiro di preti “ciellini” a Collevalenwa, ove ebbe alcuni colloqui con Don Giussani. Il lavoro del Centro Culturale si manifestava nei campi più svariati: dalla grande Festa Popolare della Cristianità, tenutasi nel settembre ’76 nell’Oratorio, alle tante conferenze pubbliche (come quella del tedesco Padre Wetter sulla filosofia marxista o di Don Franco Cacucci sull’unità della Chiesa), alla ricerca dei canti popolari modugnesi ed alla loro rielaborazione musicale attuata dalla “Compagnia dei Truscianti” (un gruppo di ricerca musicale sorto all’interno del Centro), a gite e pellegrinaggi in luoghi sacri, ecc…Fu appunto in questo contesto che si sviluppò l’idea di varare un organo di stampa che potesse dare un giudizio, da parte dei cattolici, sugli eventi della vita pubblica locale. Era un’idea allettante. Ne parlai con Mons. Milano, il quale mi confidò che, richiamandosi allo stemma modugnese, intendeva chiamare “Il Cardo” il foglio locale. Quasi contemporaneamente anche Vincenzo Fragassi, allora presidente dell’ente ospedaliero e giornalista pubblicista molto attento ai fatti modugnesi, aveva avuto una simile idea. In una successiva riunione ristretta, si decise allora per “Il cardo selvatico” e Pino Pascazio si assunse il compito di provvedere alla grafica della testata (che è ancora quella attuale). E partì anche questa iniziativa. Gli eventi della nostra storia locale hanno poi portato al varo di tante altre attività creative, come quella del Centro “Puglia Cristiana” che prendeva le mosse proprio dall’esperienza del “Mater Ecclesia”, il quale, dopo la scomparsa di Mons. Milano, aveva giustamente ritenuto di dedicare al suo nome il Centro culturale. Di Mons. Milano voglio ricordare l’ultima bella battaglia combattuta insieme. Nonostante fosse già malato e sofferente, si impegnò totalmente nella campagna referendaria contro la legge abortista, nel 1981. Mentre la maggior parte dei cattolici modugnesi (preti e laici) si impegnavano nelle loro intimistiche “scelte religiose”, Mons. Milano combattè quest’ultima “buona battaglia” per la vita, fedele come sempre al dettato paolino per cui “vita est militia super terram”.
Pino fonda Fratellanza Cristiana il cui nucleo è Monte Selvaggio, ispirata ai principi della Guardia di Ferro romena di Corneliu Codreanu ed a quelli dell’Ordine Benedettino, che cerca di riprendere il metodo educativo di Europa Civiltà su una base di spiritualità cristiana. Fratellanza Cristiana con un proprio organo di stampa, il Tempio, propone al mondo cattolico una teologia zoologica, un richiamo alla pratica ed alla teologia mistica che permette di presentare uno sviluppo teologico della concezione creazionistica che, in materia di salvezza, non esclude nessun aspetto del creato.Da tali posizioni nasce un fortissimo impegno sociale concretizzato in battaglie contro la vivisezione, la caccia, il nucleare, l’industrialismo forzato, gli effetti dell’utilitarismo della civilizzazione americana, oltre che un posizionamento in prima linea nel referendum antiabortista dell’81.Espressione di Fratellanza Cristiana sono anche il gruppo artistico “La bottega Musicale” con un repertorio di rielaborazione di canti popolari e politici tradizionalisti ed il centro culturale “Puglia Cristiana”.
Il 14 giugno 1980 Pino si sposa con Bruna Pantaleo (modugnese) all’Abbazia di Noci “Madonna della Scala” e dal matrimonio nasceranno Davide e Stefano.
Sono gli anni intanto che, nei confronti del MSI-DN, vedono “cadere gli storici o, per dir meglio, gli antistorici steccati che per tanti anni hanno impedito agli italiani di riconoscersi e di ritrovarsi in tutto l’arco delle loro tradizioni e delle loro esperienze” (G. Almirante).
C’è però da dire che, se calano i toni di un pregiudizio e di una emarginazione politici e culturali, non per questo si riduce la distanza ideologica ed il MSI resta confinato all’estrema destra dello schieramento politico, ben lontano da tutti gli altri partiti.
Un grande apporto a questo disgelo è fornito dagli studi dello storico Renzo De Felice e la pubblicazione del famosissimo “Intervista sul Fascismo“, pubblicato nel 1975 che apre un ampio dibattito sull’argomento che coinvolge i più vari ambienti culturali.
Purtroppo in questo processo ed in questa occasione storica il MSI è praticamente assente (e non perché emarginato, ma perché privo di risorse intellettuali) dal disgelo culturale che prende le mosse dall’attenuarsi dell’egemonia della scuola storiografica marxista e dalla deradicalizzazione della lotta politica.
Nell’85 un incontro con Cosimo Schinaia (rautiano) avvicina Pino al MSI di Modugno, con la speranza come cattolico di apportarvi miglioramenti e anche perché il Movimento Popolare di Formigoni o meglio di Comunione e Liberazione lo aveva deluso nelle sue scelte politiche, accetta e prima come vice segretario e poi come segretario, continua le sue battaglie cattoliche nel MSI di Modugno.
Alla fine dell’87 molti ex militanti della Filippo II si ritrovano e decidono di rimarginare le vecchie ferite e riprendere insieme l’antica battaglia.
Nasce così “Tradizionalismo Popolare“, movimento dal taglio decisamente politico. Presidente è Tommaso Romano, cui vengono affiancati (nella giunta esecutiva) Isabella Rauti, Pierfranco Bruni, Piero Vassallo, Pino Tosca.
L’attività del gruppo è frenetica, si susseguono i Convegni, specie a Palermo ed a Roma (Convegno sul decennale della scomparsa di Teyada cui partecipano Pino Rauti, Don Dario Composta, Vittorio Vettori, Carlo Casalena, D’asaro…).
A Palermo sorge il periodico Spiritualità e Letteratura, diretto da Pietro Mirabile e Giulio Palumbo; in Puglia “La Quercia” riprende le pubblicazioni con un taglio di polemica politica; a Caserta Marina Campanile istituisce il prestigioso “Premio Vanvitelli“.
Soprattutto sorgono nuovi gruppi in tutta Italia e vi aderiscono le menti più valide del MSI (Nisticò, Buonocore, Tofani…) ed un grande amico della cultura anticonformista, Francesco Grisi, apre le porte del Sindacato Liberi Scrittori agli uomini del tradizionalismo (Fanno parte degli organi direttivi del Sindacato Vassallo, Romano, Bruni, Tosca, Isabella Rauti). Pino ripresa l’attività politica iscrittosi al MSI diventa dirigente nazionale.
La vittoria di Rauti (Congresso di Rimini nel gennaio del ’90) che conquista la segreteria missina, a cui i tradizionalpopolari avevano fortemente contribuito, non cambia minimamente la situazione.
La decisione di Mons. Lefebvre dividerà Tradizionalismo Popolare in due parti – i pro e i contro- e questo determinerà la sua fine.
E’ vero che il Partito è ormai culturalmente dominato dai cattolici e che l’anima neo-pagana è in via di estinzione, ma le anime più pericolose (quella pragmatista e quella tardo-nazionalista) mantengono nelle proprie mani il MSI, ormai relegato al ruolo di gregario del gran gioco mondialista.
La guerra del Golfo fa esplodere tutte le contraddizioni e determina una crisi di rigetto verso la politica estera missina. A nome anche di una larga schiera di amici Piero Vassallo scrive al Secolo d’Italia per censurare la scelta occidentalista della guerra contro l’Irak proclamata dal massone Bush.
La caduta “drammatica” della segreteria Rauti non fa che confermare in molti tradizionalisti che il tuffo totale in politica è un errore.
Pino si dimette dall’incarico di dirigente nazionale e, dopo il Congresso di Fiuggi, esce definitivamente dal partito.
Egli si rende conto che agire per conquistare posizioni di privilegio nell’ambito di lobby partitiche nate dal nuovo sistema elettorale a carattere maggioritario (come quello di A.N.) può solo contribuire al radicamento della liberal-democrazia e che ai giovani non si può solo parlare, ma bisogna fornir loro anche “esempi viventi“, affinché essi si sentano parte di qualcosa che non sia solo circolo culturale o gruppo politico, ma COMUNITA’ e vita intrecciate ad altre vite: una Comunità che indichi le insidie della modernità, il vero nemico da combattere, che sia aperta al dialogo e che non escluda le altre comunità. Il resto è cronaca recente. Nel ’93 fonda a Modugno il Centro Tradizione e Comunità che evidenzia chiaramente i legami con i valori della Tradizione e di cui Pino sarà il Reggente.
Nel ’96 è tra i promotori della costituzione di Azione Sociale, movimento di intervento sociale, culturale e politico, parallelo al C.T.C.
Nel ’99 nasce CRIDOS, Centro di Ricerca e Documentazione Storica.
Del CTC fanno parte veterani di Vecchia Guardia, Celibano ed il gruppo giovanile Controvento.
Dal 4 settembre 2001 una legge naturale ed ineluttabile ha privato la Comunità della quotidiana e pragmatica presenza di Pino e gli ha dato la vittoria finale “con gli occhi al cielo e tante mani sincere da stringere“.
Pino è stato protagonista della Storia e della cronaca del suo tempo ed io, col presente capitolo, ho cercato di essere la penna di una “autobiografia“, tenendomi discretamente ai margini del suo cammino e del suo esempio.
ANGELO ULIVIERI
Bibliografia:
- P. Tosca: Il cammino della Tradizione. Ed. IL CERCHIO
- Piero Ignasi: Il Polo escluso. Ed. IL MULINO
- Mensile ADSUM C.T.C.
- Pino Tosca: Il Cardo Selvatico maggio 1986
- Pino Tosca, un uomo della Tradizione (a cura di Michele Tosca), ed. Eclettica 2018
- F. E. De Tejada, La Monarchia tradizionale (pref. di Pino Tosca), ed. Controcorrente 2001