Vai al contenuto

Il principe ideale (di S. Agostino)

Ritratto di Agostino, Sandro Botticelli, 1480. Chiesa di Ognissanti, Firenze

(Preambolo della Redazione)

L’anno 2026, che avrà inizio tra meno di un mese, rappresenterà tra le altre cose il 1600° anniversario della prima pubblicazione del De civitate Dei di S. Agostino (a.D. 426).

Regina Equitum coglie l’occasione per riproporre un passaggio che, tratto da tale ponderoso trattato apologetico, s’incentra sulla figura dell’Imperatore cristiano (Libro V, 24).

Il Vescovo di Ippona auspica la figura ideale di un ‘principe’ in cui trovino fertile coesistenza tanto le virtù civili quanto quelle cristiane, evocando come siano stati in tal senso paradigmatici gli Imperatori Costantino e Teodosio. In particolare, egli sottolinea la differenza che sussiste tra quelli che venivano comunemente considerati come i sintomi di un ‘felice regno imperiale di successo’ e ciò che invece lo denoterebbe realmente tale.

Data la chiara esplicitezza del testo in questione, ci preme allora focalizzare l’attenzione piuttosto sulla ‘Nota di commento’ che lo correda. In effetti, la puntualizzazione ivi presentata da p. Domenico Gentili OSA – il quale ha peraltro curato oltre alle note anche la traduzione dell’edizione da cui traiamo la citazione (AGOSTINO, La città di Dio, Città Nuova, Roma 2000, p. 263 sg.) – ci appare così eccessivamente prudente da arrivare a mostrare un certo qual scetticismo che non ci sentiamo di condividere. Proponiamo la nota qui di seguito:

“Il principe ideale che Agostino qui tratteggia, rimasto paradigmatico fino a Machiavelli, rilevato dalla fusione delle virtù civili dei neoplatonici e delle virtù suggerite dalla concezione cristiana della vita, rimanda a Platone (Politico 301d; Leggi 965b-d); è quindi utopistico” (NOTA 26, p. 264).

Il tema, secondo p. Gentili, è quindi quello dell’‘utopia’ che caratterizzerebbe la possibilità concreta di fruire di un Imperatore che sia virtuosamente cristiano: tema peraltro attualissimo, in quanto si riallaccerebbe alla considerazione del fatto che oggi un’eventuale renovatio Imperii è, dai più, considerata addirittura come una mera ed improbabile fantasticheria.

Ma l’interrogativo che insorge – e lo poniamo sulla scorta delle attuali evidenze storico-politiche – verte allora su quale sia mai la forma di governo che sia effettivamente in grado di soddisfare, sino in fondo, le proprie ideologiche aspettative.

È forse proprio la tanto decantata ‘democrazia’? Ma non sono invece risultati parimenti utopici quei principi di ‘libertà, fraternità, uguaglianza’ in base alla realizzazione dei quali si è pensato opportuno rovesciare la tradizionale e sacrale Regalitas, sostituendola con un sistema rivelatosi in verità sempre più ‘oligarchico’, nonché pure anticattolico se non propriamente anticristico? Non sono piuttosto la manipolazione, la massificazione passiva, il perseguimento della disparità sociale attraverso l’ipocrisia e l’inganno, ciò che caratterizza l’azione e gli obiettivi di quegli occulti poteri forti che oggi si ritrovano posti ai vertici politico-economici delle sedicenti democrazie europee ovvero occidentali in senso lato?

Il problema, piuttosto, è allora propriamente e unicamente quello della cupiditas umana, che Dante e lo stesso S. Agostino individuavano come da porsi in relazione con la ‘caduta originale’ dell’umanità. Il vulnus spirituale e fisico che ogni essere umano ha ereditato, a seguito del peccato dei progenitori primordiali, rimane in lui endemicamente radicato, né permette che egli possa realisticamente aspirare ad una invero irraggiungibile perfezione sociale: tantomeno in un consorzio di tipo democratico, improntato come esso è al laicismo, al materialismo liberistico, all’etica relativistica.

Il cosiddetto remedium contra infirmitatem peccati è invece prerogativa propria ed esclusiva di quella forma di governo che tanto Dante quanto Agostino riconoscevano nell’Impero cristiano-cattolico. Del resto, solo con una sinergia tra Regalitas e Sacerdotium, tra Impero e Papato, si potrà non tanto guadagnare la perfezione terrena (di per sé impossibile, perché ontologicamente impropria), quanto perlomeno ordinarsi in maniera più corretta e favorevole verso la perfezione celeste.

Con S. Agostino non ci resta allora che rimanere in attesa e sperare: non dubbiosamente, ma in quella virtuosa certezza che ci viene offerta dalla ‘teologale speranza’ della Parousìa.

  *****

Il principe ideale.

Infatti noi non affermiamo che sono felici alcuni imperatori cristiani perché hanno regnato più a lungo o perché hanno lasciato con una morte non violenta il potere ai figli o perché hanno sottomesso i nemici dello Stato o perché hanno evitato o domato le rivolte degli avversari. Anche gli adoratori dei demoni hanno ottenuto di ricevere questi ed altri favori e conforti della travagliata vita presente, sebbene non appartengano al regno di Dio, mentre vi appartengono gli imperatori cristiani. Il fatto si è verificato per la bontà di Dio affinché i suoi adoratori non desiderino da lui questi beni come i più grandi. Li consideriamo felici al contrario se esercitano il potere con giustizia, se in mezzo agli encomi degli adulatori e agli inchini servili dei cortigiani non s’insuperbiscono e se si ricordano di essere uomini; se pongono il potere al servizio della maestà di Dio per estendere il suo culto; se temono amano e onorano Dio; se amano di più il suo regno in cui non temono di avere rivali; se sono ponderati nell’applicazione della pena e inclini all’indulgenza; se usano la pena soltanto per l’esigenza di amministrare e difendere lo Stato e non per sfogare gli odi delle rivalità; se usano l’indulgenza non per lasciare impunita la violazione della legge ma nella speranza della correzione; se compensano una decisione severa che spesso sono costretti a prendere con la mitezza della compassione e con la munificenza; se in essi la lussuria è tanto più contenuta quante maggiori possibilità ha di essere incontrollata; se preferiscono dominare più le brutte passioni che molti popoli e se si comportano così non per la brama di una futile gloria ma per amore della felicità eterna; se non trascurano di offrire al vero Dio il sacrificio dell’umiltà, della clemenza e della preghiera per i propri peccati. Degli imperatori cristiani con tali doti noi affermiamo che sono felici frattanto nella speranza e che in seguito lo saranno di fatto, quando si avvererà l’oggetto della nostra attesa.