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Repubblica in crisi, meglio le “regalie”? (di Alvise Parolini)

Dalla Constitutio de Regalibus (Sulle Regalie) decreto di Federico I Hohenstaufen (Dieta di Roncaglia, 1158)

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DALLA REPUBBLICA PARLAMENTARE ALLA MONARCHIA MUNICIPALISTA

L’Articolo 139 della Costituzione Italiana recita: “La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”. Ogni aspirazione ad un’Italia nuovamente monarchica inevitabilmente si scontra contro questa barriera istituzionale.

Nell’ottica di riproporre, riaggiornato, un nuovo progetto per il Regno d’Italia, sarebbe necessaria, dunque, una radicale revisione costituzionale, prima ancora di poter andare a referendum, nella speranza di un “nuovo 1946”, questa volta privo di quei brogli che molti storici hanno denunciato nel precedente.

Ma come attrarre un popolo che vota sempre di meno (63,91% alle elezioni politiche del 2022) e che non comprende perché – come aveva invece ben dimostrato San Tommaso d’Aquino nel “De regimine principum” – la monarchia è la migliore delle forme di governo possibili?

È possibile una partecipazione attiva dei cittadini inserita in un governo monarchico? La risposta, oggi, è positiva solo se alla dimensione regale ci si arriva con un percorso “dal basso”, ovvero purificando la democrazia con quella che Aristotele definiva “politeia” e che qui eviteremo di denominare “polizia”, per evitare fraintendimenti.

È stato scritto molto sulla crisi dei sistemi democratici. Ci si è anche appellati, a livello nazionale per esempio, allo spirito dei padri costituenti oppure, a livello più accademico, ai fondamenti filosofici e storici per puntualizzare sul significato e sui risvolti del “potere al popolo”.

San Tommaso diceva che tra le forme degenerate di politica, la democrazia è la peggiore. La democrazia è la peggiore, a parer nostro, perché offre una dimensione ingannevole della partecipazione dei cittadini alla vita politica, nutrendosi di un sistema comunicativo troppo evocativo, fatto di metafore capziose. Non così la politeia o il sistema municipalistico.

La politologa ed economista Elinor Ostrom (1933-2012) nel suo saggio “Governing the commons” (1990) dimostrò come gli attori sociali abbiano sempre la concreta possibilità di elaborare autonomamente complesse istituzioni per la gestione delle risorse o beni comuni.

A livello amministrativo, bisogna considerare un paradigma verticale, quello della sussidiarietà, il quale pone che i ruoli di competenza siano riconosciuti secondo esigenze locali, implicando flessibilità, in base al mutare della situazione sociale ed economica; il paradigma orizzontale, più tipicamente municipalista – lungi dal far ricorso alla “mano privata” quando quella pubblica è in difficoltà – chiama gli attori sociali ad essere attivamente coinvolti in tutte le fasi della vita politica.

All’interno della teoria dei giochi sociali, si definisce Pareto-ottimale quella strategia individuale che dà un risultato che accontenta tutti i partecipanti del gioco. Il municipalismo è la forma politico-amministrativa capace di metter d’accordo gli attori sociali tramite un contratto che ponga delle regole accettabili per tutti.

Secondo la Ostrom, i principi rintracciabili in istituzioni che da molto tempo gestiscono i beni collettivi sono: 1) chiara definizione dei confini; 2) congruenza tra le regole di appropriazione, fornitura e le condizioni locali; 3) metodi di decisione collettiva; 4) controllo; 5) sanzioni progressive; 6) meccanismi di risoluzione dei conflitti; 7) minimo livello di riconoscimento dei diritti di organizzarsi; 8) organizzazioni articolate su più livelli.

Posto che la contrattualità municipalista rimanga vincolata ad esigenze locali e posto che si sia appresa la pessima lezione della volontà generale come formulata dal teorico del contratto sociale Jean-Jacques Rousseau (1712-1778), ecco emergere il bisogno di una figura di coordinamento, moralmente esemplare, che funga da garante di ulteriori patti tra municipalità e che amministri la giustizia dello Stato municipalista con quelle prerogative celesti che ne facciano una persona unta dall’Alto e un vicario temporale di Dio: tale figura è il monarca.

Oggi bisogna fare tesoro dell’intuizione sottostante al mancato nuovo corso regale che S.A.I. il Beato Carlo d’Asburgo voleva imprimere all’Impero Austro-ungarico: prendere sul serio la questione federale (o microfederale, come nel nostro caso) e coniugarla con quella monarchica.

Dal punto di vista giuridico, le municipalità si costituirebbero come “regalie” (iura regalia), ovvero territori i cui diritti sarebbero di origine monarchica.

I supervisori dei vari livelli amministrativi concentrici, proposti dal popolo ma eletti dal re, verrebbero a formare non tanto la “classe”, quanto il “ruolo” aristocratico, il ruolo dei più idonei a svolgere la propria mansione. Le loro funzioni sarebbero il corrispettivo temporale delle funzioni della gerarchia ecclesiastica, a loro volta basate su istituzioni romane.

Dal punto di vista economico, in un sistema come quello appena descritto, la sovranità monetaria risulterebbe sempre dei cittadini, che avrebbero così possibilità di ottenere un reddito di cittadinanza e di riunirsi in assemblee periodiche per gestire il patrimonio locale per fini cooperativistici e mutualistici, aderendo ad iniziative come quella del Progetto Auri delle Associazioni Territoriali dei Sentieri di Grimoaldo.

A fianco dei buoni monetari locali, gli Auri, si potrebbe quindi postulare una moneta regale, nazionale, sempre a servizio dei cittadini, ma utilizzata per i circuiti superiori, in un sistema politico-economico non più bisognoso di tasse e imposte per fornire i servizi: essendo questo contesto fuori dalla morsa della moneta a debito, non avrebbe infatti più ragione di esistere il diritto tributario, come sosteneva il professor Giacinto Auriti (1923-2006). Inoltre, il sistema bancario si allontanerebbe dalle logiche di speculazione finanziaria, non più prestando la moneta allo Stato, ma ritornando a servizio dell’economia reale sotto il controllo regio e dei cittadini.

Concludendo, una transizione da un sistema repubblicano ad uno monarchico che possa essere compatibile alle odierne esigenze di trasparenza ed anche alle necessità di partecipazione è possibile, almeno progettualmente. Per quanto arduo possa sembrare, a noi è richiesta la pazienza di attendere il kairós, quel tempo o luogo opportuno che è promesso dalla speranza cristiana e dalle testimonianze profetiche dei santi. Ricordiamoci sempre che l’uomo propone e Dio dispone, correggendo e migliorando le nostre aspirazioni.

Note biografiche

Alvise Parolini (Trento, 1996), ha studiato violino, pianoforte, solfeggio e coro presso il Conservatorio di Trento e piano jazz presso il CDM di Rovereto. Diplomatosi al Liceo Scientifico, ha studiato Nuove Tecnologie dell’Arte – Arti Visive presso l’Accademia delle Belle Arti di Venezia ed è laureando presso l’Istituto di Scienze Religiose “Romano Guardini” di Trento.  È membro tesserato dell’Associazione di tutela civile UniAMOci Trentino APS e segretario dell’Associazione Territoriale Trento 1 – Mezzolombardo dei Sentieri di Grimoaldo, dove si occupa di moneta di proprietà popolare, secondo l’insegnamento del professor Giacinto Auriti.