
Morte di Federico II, miniatura medievale
13 dicembre 2025
(Preambolo della Redazione)
Nel 775° della morte di Federico II Hohenstaufen, avvenuta il 13 dicembre 1250 presso ‘Castelfiorentino’ in Puglia (nel territorio dell’odierna Torremaggiore), riproponiamo un breve articolo del Prof. Cosimo Damiano Fonseca (1932-2025): presbitero, storico e medievista italiano, specialista del Medioevo normanno-svevo e di Storia della Chiesa cattolica nonché fondatore e primo rettore dell’Università della Basilicata).
Sono ben note le questioni legate alla morte dell’Imperatore Svevo, velate da un mistero che non ha mai chiarito, nel corso dei secoli, se essa sia stata causata da una patologia naturale o se invece sia da addebitarsi ad un subdolo avvelenamento operato dalla avversa fazione guelfa.
Resta certa invece l’esistenza di una profezia che aveva preconizzato che la morte del Sovrano sarebbe avvenuta ‘sub flore’.
La profezia venne riportata dal vescovo e cronista Saba Malaspina, nel suo Rerum Sicularum historia (fine XIII secolo) ed era attribuita a Michele Scoto, scienziato e astrologo di corte dello Svevo.
Secondo tale predizione, il sovrano sarebbe morto “sub flore apud portam ferrea”, cioè “sotto un fiore, davanti ad una porta di ferro”.
Per tal motivo, Federico II si tenne in vita sempre lontano da Firenze e da qualsiasi altro paese il cui nome fosse collegato col temine fiore.
Il verificarsi della sua morte proprio nel castello di Castelfiorentino, in una sala che presentava effettivamente una cancellata di ferro, è solo uno dei tanti motivi che dovrebbero rafforzare la convinzione di quella valenza ‘provvidenziale’ a cui ha corrisposto tutta l’esistenza nonché l’operato politico del grande Imperatore.
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Ci sono voluti decenni di diatribe, di memorie, di scontri per acquisire definitivamente al Comune di Torremaggiore l’area archeologica di Fiorentino. Ne ha evocato le vicende giudiziarie con puntigliosità, grinta e passione civile l’avv. Mario Fiore che con dovizia di apporti documentari e storiografici ha sostenuto nelle sedi appropriate le ragioni della comunità torremaggiorense ottenendo dalla Corte di Appello di Bari l’8 gennaio dell’anno scorso l’ambita sentenza.
La ragione di tanto encomiabile accanimento è nel titolo sotto il quale il Fiore ha voluto accogliere gli atti processuali e quant’altro potesse essere utile a far comprendere l’importanza della causa: Hic obiit Stupor Mundi riferito alla morte di Federico II avvenuta proprio nella Domus imperiale di Fiorentino il 13 dicembre 1250.
Più noto il luogo di nascita del grande Imperatore svevo: Jesi appunto, caricato di simboli messianici e di mirabolanti espressioni encomiastiche sino a qualificare la città marchigiana come «nuova Betlemme» e Costanza d’Altavilla, genitrice del rampollo di casa normanno-sveva, con una frase impegnativa alma mater ispirata ai canoni della tradizione imperiale romana.
Meno conosciuto ed esaltato il luogo della morte dello Svevo, connotato a sua volta di destini nefasti in quanto Castrum floris richiamava la profezia attribuita tra gli altri anche al profeta calabrese Gioacchino da Fiore, che Federico sarebbe morto in una località che portava nel nome il richiamo a un fiore. Per questo, nei suoi viaggi l’Imperatore aveva evitato l’attraversamento dei luoghi, Firenze compresa, dove il sostrato floreale era evidente.
Eppure a Fiorentino nell’incipiente dicembre del 1250 si erano incrociati destini che andavano ben al di là dei pur estesi orizzonti della minuscola realtà dell’alta Capitanata. Ne costituisce documento di incisiva significatività il testamento dettato dal morente Federico al notaio di corte, il maestro Nicola da Brindisi. Quest’ultimo non era un notaio qualsiasi: ne rendono palese l’importanza i titoli di cui si fregia rogando l’atto testamentario: «pubblico notaio dell’Impero e del Regno di Sicilia e notaio della Curia imperiale», convocato appositamente dal Sovrano per raccogliere le sue ultime volontà.
Gli stessi testimoni che sottoscrivono le ultime volontà di Federico sono personalità di rango e «fedeli» alla causa imperiale: Bernardo, arcivescovo di Palermo, Bertoldo di Hoemburg, Riccardo conte di Caserta, Pietro e Ruffo di Calabria, Riccardo di Montenegro, Giustiziere del Regno, e altri ancora.
Il testamento regolamentava la successione al trono imperiale indicando gli eredi da Corrado IV a Manfredi; confermava il Principato di Taranto precisandone i confini, allo stesso Manfredi e la città di Monte S. Angelo con i relativi poteri giurisdizionali; destinava al nipote di Federico II il Ducato di Austria e Stiria; assicurava centomila once d’oro per la Terrasanta; restituiva i beni sottratti ai Templari alle chiese e ai monasteri… e l’elenco continuava con minute e puntuali prescrizioni non omettendo di ingiungere la restituzione «alla sacrosanta Chiesa di Roma nostra madre» di tutti i diritti ad essa spettanti salvo quelli giuridicamente appartenenti all’Impero e ai suoi eredi con una specificazione non avulsa da antichi rancori: «qualora la stessa Chiesa restituirà i diritti dell’impero».
Anche in punto di morte, nonostante le amare considerazioni sulla caducità della vita umana, contenute nel proemio del testamento Federico non dimenticava i vecchi rancori, le scomuniche, le umiliazioni ricevute da Papi, rivendicando ancora una volta la dignità dell’Impero di fronte al Papato romano.
Insomma, lo Svevo rimaneva ghibellino sino in fondo, geloso dell’autonomia del suo potere, distinto da quello del Papa anche se la sacra autorità del Pontefice e l’Autorità regale erano ambedue chiamate a governare il mondo.
Cosimo Damiano Fonseca
(articolo tratto da La Gazzetta del Mezzogiorno, 02/06/2014)