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Come si cresce un uomo (di Padre Chad Alec Ripperger)

(Preambolo della Redazione)

Nonostante il seguente testo, dal carattere socio-antropologico, sia indirizzato tanto in senso lato ad ogni persona, alla luce della propria relativa appartenenza al genere maschile o femminile, quanto in particolare ai genitori, considerati per il ruolo educativo da essi svolto all’interno della realtà familiare e finalizzato alla sana crescita dei propri figli, tuttavia il tema ivi trattato può benissimo costituire un importante ed immediato sussidio anche per coloro che intendano comprendere, con maggior precisione, quale sia il carattere umano che ad un Cavaliere, ossia ad un vero “combattente” di Cristo, è richiesto di possedere.

A tutt’oggi il tema della “virilità”, da una parte, e della “effeminatezza”, dall’altra, costituisce uno di quegli argomenti su cui persistono le più numerose mal comprensioni e i più deleteri equivoci.

Se il carisma cavalleresco vuole e deve riconoscere in sé come particolarmente fondante l’aspetto “virile”, devono allora essere ben spiegati quali siano, o non siano, le caratteristiche che ne esprimono la vera e completa attuazione: ancor più alla luce del fatto che il Cavaliere svolge la propria funzione all’interno della sua appartenenza alla Ecclesia Christi e, quindi, in virtù della fede che a lui è richiesto di testimoniare e proteggere.

Il merito dell’Autore consiste propriamente nel suo procedere ben oltre quei soliti luoghi comuni che non distinguono il volgare cosiddetto “machismo” da quella che è invece la nobile esigenza, per un uomo, di possedere il giusto e naturale grado di “virilità”; nonché riducono l’“effeminatezza” soltanto al possesso di un’indole fisico-psicologica, senza coglierne anche le implicazioni di carattere eminentemente “spirituale”.

Quel che si evince, in ultima analisi, è che ad ogni cristiano (sia esso uomo o donna), ed in misura eminente al Cavaliere che è il prototipo del “vero uomo”, viene richiesto di mantenere un comportamento di completa, integrale e disinteressata adesione a quell’“ordine” che Dio ha creato. Solo mediante l’attuazione di tale “conformità” sarà reso possibile all’individuo, e attraverso di lui all’intera christiana societas, di aspirare al concreto perseguimento dei quei valori che oggi paiono più difficilmente raggiungibili in una civiltà, quale è quella occidentale, sempre più confusa ed eticamente in declino: ossia la libertà, la pace e la giustizia.  

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PARTE I – L’EFFEMINATEZZA

Per prima cosa, dobbiamo chiederci che cosa resta della virilità in questo momento. Penso che non ci voglia molto per rendersi conto che è in uno stato di spaventoso declino. Sono rimasti pochissimi uomini veri, l’effeminatezza è a tutti gli effetti la norma. Trovare un uomo che non sia effeminato è davvero molto raro di questi tempi e il fenomeno interessa ormai l’idea di virilità in generale. Ogni volta che qualcuno appare sui media mostrando un tratto qualsiasi di comportamento virile, la persona e la sua reputazione vengono ferocemente attaccati per distruggerli, perché non si vuole che nessuna immagine di vera virilità salga alla ribalta.

Domandiamoci allora: che aspetto ha un vero uomo? Ritengo che ci sia un grosso equivoco persino su questo, specialmente in certi ambienti intellettuali, in cui quel che passa per virilità è in realtà effeminatezza. Secondo san Tommaso d’Aquino, l’effeminatezza è il rifiuto di tralasciare il proprio piacere o il proprio comodo (complacentia) per perseguire ciò che è arduo o difficile. Più avanti, nella Summa Theologiae, il santo definisce nello stesso modo la pigrizia, quindi si chiede quale sia la differenza tra questa e l’effeminatezza: la pigrizia è semplicemente un’avversione per ciò che è faticoso, mentre l’effeminatezza è un generale attaccamento disordinato al piacere.

Origini remote dell’effeminatezza

Accaddero diverse cose al momento della caduta di Adamo, la cui colpa venne trasmessa non solo all’intera umanità, ma specificamente agli individui di sesso maschile. Ci furono infatti peccati che solo lui compì. I padri della Chiesa dicono in particolare che Eva ne commise cinque, Adamo otto. Certi difetti odierni tipici degli uomini vanno visti come il risultato di quella caduta.

Il prevalere delle passioni

Adamo commise tutti i peccati che commise Eva. Uno di questi, detto “gioia impura”, consistette nel fatto che quando Adamo guardò il pomo e gli venne detto che non sarebbe morto mangiandolo, ma avrebbe conosciuto il bene e il male, i suoi appetiti carnali trovarono attraente la piacevolezza del frutto. La sua ragione sapeva, perché aveva ricevuto direttamente da Dio l’ordine di non mangiare dell’albero posto al centro del giardino, che per agire rettamente avrebbe dovuto astenersene, anzi nemmeno toccarlo. Invece Adamo lo prende, lo guarda, ne ricava gioia, permette ai suoi appetiti carnali di provare piacere, andando contro la ragione stessa; infine mangia il frutto e consolida con ciò la propria decisione.

Uno dei doni preternaturali che Adamo ed Eva possedevano prima della caduta era quello dell’“integrità”, in virtù della quale tutte le loro facoltà inferiori erano perfettamente subordinate all’intelletto. In quel momento decisivo, le facoltà inferiori provarono piacere in opposizione alla ragione e la decisione di Adamo distrusse il dono, perché scelse appunto di seguire i suoi appetiti dando così loro una propria vita indipendente e finendo per perseguire il piacere al di sopra di ciò che la ragione prescriveva. Questo fu l’inizio di tutti i problemi dell’umanità.

La propensione alla subordinazione

Ma veniamo alle donne. Eva mangia il pomo e quando arriva Adamo, glielo offre. Che cosa sta facendo? Sta cercando di assumere il controllo dell’uomo: “Accetta la mia guida”, sta dicendo in pratica. Dopo la caduta, per questo, le donne hanno il difetto di tentare di controllare i propri mariti ed è un problema dal quale non riescono a liberarsi.

Un difetto di cui Adamo non si riesce a liberare invece, secondo alcuni padri, è legato al fatto che quando Eva gli offrì la mela, lui non volle essere separato da sua moglie nella caduta; è una delle ragioni per cui scelse di consumare il frutto. Di nuovo, antepose il piacere di stare assieme alla moglie a ciò che Dio gli aveva comandato. Scegliendo di darle ascolto, mise in moto una dinamica in forza della quale, nella quasi totalità dei casi, oggi la moglie la fa da padrona in casa, mentre l’uomo soccombe, a causa appunto della sua propensione alla subordinazione; cerca solo la pace, preferisce vivere con lei piacevolmente piuttosto che fare quanto sarebbe necessario per condurre una vita ordinata.

Il rifiuto del dovere

Separarsi dalla moglie, del resto, gli avrebbe richiesto una certa dose di sacrificio. Quando Dio gli chiede conto dell’accaduto, risponde: “Ho mangiato il frutto che mi ha offerto la donna che tu mi hai posto accanto”, attribuendo la colpa per metà a Dio stesso e per metà ad Eva. Parte dell’effeminatezza consiste proprio nello scegliere il piacere di non assumersi responsabilità e questo atteggiamento si osserva ormai in maniera endemica nella maggioranza degli uomini. Adamo, che decide di non ricevere il castigo in conseguenza del suo sbaglio dando invece la colpa alla moglie (la quale, a sua volta, la dà al serpente), mostra quest’altra forma di effeminatezza: il rifiuto di subire le conseguenze delle proprie azioni, un altro difetto di cui gli uomini non riescono più venire a capo.

Cause prossime dell’effeminatezza

Dalla caduta di Adamo, in generale, gli uomini sono dunque alle prese col problema dell’effeminatezza, intendendo con ciò l’atteggiamento di anteporre il proprio piacere all’agire rettamente facendo ciò che risulta arduo e difficile. Si tratta di una caratteristica alquanto diffusa: è raro oggi vedere qualcuno che si sacrifichi per la moglie.

Interessante è il corrispondente comportamento insito nella psicologia femminile, che pochi uomini comprendono: se lui è effeminato, lei non lo rispetterà mai, nonostante possa trovare piacevole a livello istintivo l’averlo sotto controllo. Non sarà mai felice con lui.

Per converso, esiste nelle donne un’inclinazione naturale a subordinarsi a un’autorità rettamente ordinata nel rapporto col marito. Quindi se lui esercita rettamente la sua autorità lei sarà fortemente portata a rendersi subordinata per compiacerlo.

La vita agiata

L’effeminatezza è stata a fasi alterne un problema nel corso della storia, ma oggi è fuori controllo, al punto che a volte è necessario vincere il desiderio di prendere a schiaffi certi uomini per dar loro una lezione di virilità. Ma quali sono le cause dell’effeminatezza che vediamo operare più di frequente ai nostri giorni?

Principalmente il fatto che nella cultura contemporanea tutto è troppo facile, troppo semplice e troppo piacevole per gli uomini. Questo è l’ostacolo: gli agi e le comodità della vita, il fatto che ci siano così pochi impieghi che comportano un lavoro duro e difficile e che la maggior parte consistano in pratica nello stare seduti a una scrivania a pigiare i tasti di un computer.

La tecnologia

Poi c’è, naturalmente, la questione della tecnologia. Il filosofo Vogelin osserva che questa apporta un piacere attraverso il suo stesso uso: ogni volta che usiamo la tecnologia, ne ricaviamo un certo godimento. Di conseguenza, la virtù che si dovrebbe impiegare per sottometterla e moderarla è la temperanza.
Il piacere che deriva dall’uso della tecnologia rende le persone fondamentalmente deboli, specialmente nel caso delle nuove forme di tecnologia che producono un tipo specifico di effeminatezza facilmente osservabile oggi negli uomini, in particolare quando si servono del computer o dei videogiochi, della TV o del telefonino. Questi apparecchi alimentano in continuazione il desiderio del tipo di piacere che si prova usandoli e l’effetto è peggiore per gli uomini rispetto alle donne. Gli uomini, infatti, sono “progettati” proprio per usare strumenti e trarne una certa soddisfazione, perché il loro compito è lavorare, il lavoro richiede attrezzi e quando hanno buoni attrezzi per le mani si compiacciono. La tecnologia prende la forma di strumenti e se un uomo ne fa un uso sistematico, può essere un guaio.

Un sintomo tipico è quello seguente. Cinquant’anni fa, se un uomo all’età di diciott’anni non era abbastanza maturo per sobbarcarsi gli obblighi fondamentali connessi al matrimonio si riteneva per certo che ci fosse qualcosa che non andava. Oggi la maggior parte dei ragazzi a diciott’anni non sono abbastanza maturi nemmeno per allacciarsi le scarpe. Perché? Perché non hanno mai speso un attimo della loro esistenza in attività che formino la loro virilità. Al contrario, hanno passato il tempo ad alimentare il loro desiderio di piacere, giorno e notte, senza sosta. Si svegliano tardi, godono nel dormire a lungo. Quando finalmente si alzano, giocano coi videogame, che sono puro divertimento. Navigano in Internet o guardano la televisione, ancora fonti di piacere. A tutti i livelli, i ragazzi vengono platealmente ipergratificati.

Questa sovraesposizione al piacere nel rapporto con la tecnologia è anche uno dei motivi per i quali la maggioranza dei ragazzi ormai non mostra alcuna personalità, di nessun tipo. Si esprimono a monosillabi, non hanno reazioni se manca lo stimolo che viene dalla tecnologia. Il piacere sempre a disposizione li ha resi deboli di mente. Guardate i professionisti dello sport di oggi: in campo imprecano e combattono come invasati, ma se togli loro l’iPhone si lamentano come una bimba di cinque anni: “Ridammelo, ridammelo!”. Ma che sta succedendo?

In latino ci sono due termini per indicare l’effeminatezza: effeminatio, non necessariamente legato all’idea di femminilità e mollitia, il quale a sua volta ha più significati, tra cui “debolezza”. Il continuo perseguimento del piacere da parte di un individuo lo indebolisce fisicamente. Per fare ciò che sarebbe potenzialmente in grado di fare ed essere quindi un vero uomo, anche soltanto sul piano fisico, dovrebbe impegnarsi in attività che risultino faticose.

Un terzo significato di mollitia è però “masturbazione”. Quello dell’autoerotismo, posso dirlo in qualità di confessore, è un grosso problema, non solo tra gli uomini ma persino tra le donne ormai. Si tratta di una pratica diffusa in maniera endemica, a un livello tale che sta rendendo effeminati e deboli tutti i maschi. Essere uomini consiste in parte nell’essere casti, perché essere casto è duro, non è facile.

Oltre alla pornografia, il flusso continuo di piacere che nutre i ragazzi attraverso i gadget tecnologici include la musica, dalla quale si ricava un certo godimento estetico. La musica di per sé non è un male, ma oggi la si ascolta letteralmente senza sosta. Se si osserva il ragazzo medio per strada, ha qualcosa nelle orecchie o sta facendo qualche operazione col cellulare. Ciò significa che quando verrà il momento di trascurare il proprio piacere, non possiederà nessuna virtù che gli consenta di farlo. Questo è il motivo per cui a diciott’anni non potrà assumersi gli impegni che il matrimonio comporta (ma neppure quando ne avrà trentacinque o quaranta, purtroppo!).

Fulton Sheen sosteneva che la maturità viene – e ciò è vero specialmente per gli uomini – dalla sofferenza e dalla responsabilità. Queste due cose sono infine i cardini attorno ai quali si costruisce la virilità ed in ciò sta in parte il problema della tecnologia: i genitori la mettono di fronte ai ragazzi consentendo loro di farne un uso continuo e i ragazzi non devono più affrontare nessun compito impegnativo, per cui la vita diventa troppo facile. Non sono contro lo stile di vita moderno, intendiamoci, dico solo che il nostro approccio a questo strumento non è virtuoso: non diamo più ai giovani nessuna responsabilità durante l’adolescenza e quando arrivano alla maggiore età non possiamo contare su di loro nemmeno per portare fuori la spazzatura.

Forme di effeminatezza

L’effeminatezza sensitiva

Ci sono quattro forme di effeminatezza. La prima è quella dei sensi e interessa chi non riesce a rinunciare al piacere di tipo tattile. Ciò non ha a che fare necessariamente con la violazione del sesto e del nono comandamento, può anche riguardare il cibo, il fatto di ciondolare fisicamente in giro per la casa, di non voler far nulla di veramente faticoso, arduo o difficile, di iniziare a lamentarsi e piagnucolare come un moccioso di fronte alla richiesta di giustificare il proprio atteggiamento indolente.

L’effeminatezza appetitiva

Il primo genere di effeminatezza era probabilmente il più comune un tempo, ma oggi si accompagna al secondo, l’effeminatezza degli “appetiti” (nel senso filosofico di passioni), in particolare dell’appetito concupiscibile e di quello irascibile, dai quali sgorgano le emozioni.
A Pierino il primo giorno di scuola si chiede: “Ti piace, Pierino?”. Il mio impulso sarebbe, di nuovo, quello di prendere a schiaffi l’insegnante: “Sa, a Pierino piace quando la prendo a schiaffi!”. Quando si abituano gli uomini a seguire le proprie inclinazioni per il piacere che ne ricavano, se ne distrugge completamente la virilità, perché alla fine si ottengono persone che assecondano le proprie emozioni in quanto gradevoli e si rifiutano di combatterle per compiere invece ciò che è faticoso e difficile: ascoltare la ragione.

Questo è uno dei tratti davvero pericolosi della civiltà attuale: l’abitudine a seguire la retta ragione viene completamente sradicata dall’animo dei ragazzi, dalla scuola così come da tutti i mezzi di comunicazione, senza distinzione. Oggi il maschio davvero attraente per una donna è quello che è in grado di emozionarsi. Questo almeno è il ritratto che continuano a proporci. La maggior parte delle donne che conservano un minimo di dignità, invece, non può sopportare l’uomo che si emoziona ad ogni istante.

Il fatto è che il centro delle emozioni nel cervello femminile è decisamente più sviluppato che in quello maschile, in parte perché le donne devono essere emotivamente “empatiche” nei confronti dei figli per poterne indirizzare l’evoluzione psicologica nei primi anni di vita in maniera rettamente ordinata.
Quando un bambino cade e si sbuccia un ginocchio, la reazione tipica dell’uomo è quella di farlo rialzare, perché bisogna andare avanti, anche se il bambino dice: “Mi fa male!”. In questo caso si tratta però di un male oggettivo e se non lo si affronta in maniera appropriata può produrre nella mente del piccolo un vero e proprio disordine psichico chiamato dissociazione. La donna, al contrario, entrando in empatia col bimbo esclamerà: “Oh, che brutto graffio, come mi dispiace!”. Questo è un atteggiamento appropriato per le donne, mentre non è naturale per gli uomini vivere emotivamente ogni situazione.

Bisogna però essere chiari al riguardo: le emozioni femminili sono destinate ai figli, non devono essere dirette ai mariti, perché finiscono per esasperarli, se conservano qualche traccia di virilità. D’altra parte un individuo abituato a seguire costantemente le proprie emozioni o che ne vuole continuamente parlare, al di là di ogni giusta esigenza, finisce a sua volta per irritare.

L’effeminatezza intellettiva

Il terzo tipo di effeminatezza è quella dell’intelletto e riguarda il piacere che si prova nel considerare razionalmente certe determinate cose. La natura stessa della virilità comporta il fatto di perseguire la verità, giungervi e quasi “riposarvi”. Il desiderio di provare in continuazione il piacere che procura arrivare alla verità, piuttosto che acquietarsi una volta che la si è raggiunta, se non è moderato risulta effeminato e rende le persone intellettualmente superbe.

Un altro atteggiamento sbagliato consiste nel rimanere tenacemente attaccati ad una certa posizione intellettuale, specialmente quando mutarla comporta la necessità di mettere ordine nella propria esistenza. Ci sono persone che restano abbarbicate alle loro conclusioni, pur di conservare il proprio stile di vita. Questo genere di effeminatezza, in particolare, è causa della tendenza crescente della comunità scientifica a produrre dogmi privi di qualsiasi tipo di fondamento oggettivo. Penso all’evoluzionismo, ad esempio. È evidente che la scienza sta crollando sotto il peso dell’effeminatezza in un certo senso, perché non si ricerca più la verità costi quel che costi, piuttosto ci si dedica a escogitare un sistema o un metodo che porti al risultato che si vuole ottenere.
Un modo ulteriore in cui si manifesta l’effeminatezza intellettuale è l’attaccamento esagerato alle proprie idee o il fatto di volerle rendere sempre note a tutti. Ancora un altro sintomo è la curiosità smodata, ad esempio la passione incontrollata per Internet, essere schiavi del desiderio di leggere la prossima notizia in rete: questo crea dipendenza, se non si fa attenzione. Sono fenomeni che si cominciano ad osservare frequentemente negli uomini.

Il problema dell’effeminatezza intellettiva è che priva la persona della capacità di giudicare con chiarezza. Per ottenere un fisico asciutto e in forma si deve lavorare duramente sacrificandosi in palestra. L’intelletto funziona allo stesso modo: se si ricerca in continuazione il piacere intellettuale, la mente si atrofizza e perde la nettezza e la definizione che deriva dal pensare lucidamente. Un problema analogo è provocato dall’effeminatezza degli appetiti, perché anche seguire costantemente le proprie emozioni può finire per produrre effetti negativi sulla capacità di giudicare rettamente dell’intelletto. Se volete sottoporre i figli o il marito a un test di effeminatezza, portate loro via un oggetto da cui traggano abitualmente piacere e osservatene la reazione: se non danno importanza al fatto, hanno conservato qualche caratteristica del vero uomo; nella maggior parte dei casi, però, oggi se fate questo a qualcuno gli farete perdere le staffe, un tipico comportamento effeminato.

L’effeminatezza volitiva

L’ultimo tipo di effeminatezza riguarda la volontà e coincide con l’amore eccessivo e il desiderio di sé. Alla persona piace fare solo quello che vuole e che le interessa. La natura profonda della virilità consiste invece nel sacrificio. San Tommaso dice che ciò che Dio prima di tutto esige da ogni creatura razionale, angelica o umana che sia, è l’immolazione della propria volontà alla sua.
Per quale motivo il sacrificio di sé è parte integrale dell’essere uomo, più che dell’essere donna (anche le donne devono sacrificarsi, ma in modo diverso)? Dio ha disposto così. Ha originariamente creato l’uomo perché fosse impegnato in attività dure, difficili e che implicano la necessità, per essere compiute, di non prestare attenzione a ciò che si prova. In più, quando Adamo è caduto perché ha scelto la via dell’effeminatezza Dio gli ha imposto di “lavorare col sudore della fronte”, cioè lo ha costretto a chiamare a raccolta internamente tutte le sue forze, il che comporta appunto abnegazione e sacrificio. Il suo lavoro, inoltre, sarebbe stato svolto “tra le spine”; in altre parole, sarebbe stato doloroso. Siccome inoltre Adamo aveva scaricato la sua colpa su Eva, gli ha prescritto di occuparsi di lei e di mantenerla. La punizione era adatta al crimine: avendo cercato di attribuirle le proprie responsabilità, Adamo sarebbe stato responsabile di lei e avrebbe dovuto provvedere al suo sostentamento e a quello della famiglia.

Come insegnava anche monsignor Sheen, queste due cose Dio ha riservato ad Adamo, in definitiva: la sofferenza e la responsabilità. In questo modo crescono gli uomini, svolgendo attività che richiedano di divenire responsabili e di essere disposti a soffrire. Per gli uomini, il sacrificio di sé consiste nel mettere da parte se stessi e nello scegliere ciò che è giusto, facendo fronte ai propri doveri.
L’uomo, per realizzarsi pienamente come individuo di sesso maschile, deve poi acquisire la padronanza di sé a un livello tale che, quando compie azioni faticose e se ne assume la responsabilità facendo ciò che è giusto, ne trae un godimento speciale che nasce dalla virtù, non dal piacere. Aristotele, san Tommaso e i santi in genere, infatti, sostengono in più occasioni che si prova un certo diletto nel compiere atti virtuosi.

L’uomo deve infine arrivare al punto in cui, quando qualcuno gli chiede qualcosa di difficile, lo fa e basta, senza stare a discutere o a lamentarsi. A volta i maschi sprecano più energie nel cercare di evitare un lavoro di quante ne impiegherebbero a compierlo. Quel che Dio ha detto ad Adamo, che avrebbe dovuto “lavorare col sudore della fronte”, significa che è necessario accettare senz’altro la sofferenza per poter compiere il bene. L’amore di sé è effeminato proprio in quanto, al contrario, si ricava sempre un piacere dall’amare se stessi e un vero uomo, se è tale, deve mettere abitualmente questo istinto in secondo piano.

Tra l’altro, uno dei motivi per cui solo gli uomini possono divenire sacerdoti è che sono chiamati al sacrificio di sé, per compiere ciò che è arduo e difficile in misura maggiore delle donne. La maggior parte delle persone non lo sanno, ma guardando la croce si osserva l’esatto inverso di ciò che rappresenta la caduta di Adamo ed Eva. Adamo non si è negato il piacere di mangiare il pomo e di conseguenza ora deve lavorare tra le spine; Cristo viene incoronato di spine, prende quel castigo su di sé. L’antico uso del manipolo durante la Messa, totalmente espunto dal nuovo rito, naturalmente, faceva riferimento alla fatica, in particolare simboleggiava un fazzoletto con cui in origine ci si asciugava il sudore compiendo gli offici liturgici (“liturgia” significa letteralmente “opera”, “lavoro”); Cristo, del resto, dovette portare la croce e il suo volto era coperto di sudore e di sangue quando santa Veronica lo asciugò. Cristo è ovviamente l’uomo pienamente realizzato, perché ha accettato in toto ciò che la virilità comporta e rappresenta quasi l’immagine della virilità stessa. Ha messo sé stesso in secondo piano, nella propria componente umana, per conseguire quanto era necessario per la nostra salvezza. Perciò i sacerdoti devono essere uomini: dalle donne non ci si aspetta lo stesso tipo di comportamento. Ed è anche il motivo per cui si richiede all’uomo di lavorare fuori casa, mentre non lo si pretende normalmente dalla donna, anche se talvolta può essere costretta a farlo. Per la stessa ragione, solo agli uomini si domanda di andare in guerra, anche in questo caso un compito duro e faticoso. Una volta, un paio d’anni prima della mia ordinazione, mio padre mi disse: “Sai qual è il problema del sacerdozio di questi tempi? Che non sono rimasti più uomini”. Lo si vede dappertutto. Molti preti oggi siedono comodamente nel confessionale dicendo ai fedeli: “Non c’è bisogno che ti confessi, non venire neppure, a meno che tu non abbia commesso qualche peccato mortale!”. Sono pigri e non hanno voglia di lavorare, oppure adottano un atteggiamento lassista nell’applicare gli insegnamenti della Chiesa perché sanno di esporsi altrimenti a una certa dose di sofferenza.

Vizi connessi all’effeminatezza

Ognuna di queste forme di effeminatezza, sensuale, appetitiva, intellettuale e volitiva, è dunque in aperto contrasto con ciò che implica essere un uomo. La dipendenza dalla pornografia, specialmente, incarna in maniera emblematica tutte e quattro: non solo, per ovvie ragioni, l’effeminatezza dei sensi e delle passioni, ma anche quella dell’intelletto, legata alla gratificazione che si prova nel vedere ogni volta qualcosa di nuovo, così come quella della volontà, in quanto si sceglie di perseguire esclusivamente il proprio piacere.

La pusillanimità

Un vero uomo mette in secondo piano il proprio piacere per perseguire grandi obiettivi. La magnanimità è, tecnicamente, la virtù della grandezza d’animo, appunto. L’uomo effeminato è sempre un pusillanime, perché non mira a ciò che gli consentirebbe di raggiungere autentici traguardi, non solo in termini di risultati materiali, ma soprattutto sul piano della virtù. E il vero uomo è virtuoso, tra le altre cose, perché alla virtù si accompagnano l’autodisciplina e l’autocontrollo, che sono il segno distintivo della virilità. Chi è in grado di mantenere il controllo di sé di fronte al male o al piacere può cimentarsi in sfide ardue e difficili senza arretrare, mentre chi si demoralizza al solo pensiero è effeminato.

L’intemperanza
Molti uomini della nostra epoca non contrastano nemmeno i vizi più elementari che si oppongono alla temperanza, dalla ghiottoneria fino a quelli che violano il sesto comandamento. Li si vede mangiare in continuazione, come se non fossero minimamente consapevoli della necessità di frenare questa loro pulsione. E ho già sottolineato come il problema dell’autoerotismo e della pornografia siamo a tal punto fuori controllo, ormai, da rappresentare un’emergenza primaria. Gli uomini diventano effeminati senza rendersene neppure conto, se non quando, purtroppo, sono già avanti negli anni.

L’effeminatezza delle passioni rende i maschi più emotivi delle donne e questo sta diventando un ulteriore grave problema. Sentendo parlare certe persone ci si chiede talvolta se provino vergogna di sé. La vergogna è il timore di essere percepiti come inferiori. Si emozionano e cominciano a farfugliare, magari lamentandosi della moglie, come farebbe un bimbo di tre anni: “Lei si comporta così e cosà, mi dice di non fare questo e quello!”. Dovrebbero invece semplicemente essere uomini e accettare la situazione. Non sto suggerendo, intendiamoci, di farsi comandare a bacchetta dalla propria consorte. Sto semplicemente dicendo che molti maschi si servono al contrario della naturale gerarchia nei rapporti umani stabilita da Dio come scusa per sottrarsi ai loro obblighi di stato. Li scaricano sulla moglie e persino sulle figlie. Spingono la moglie, le figlie o i figli a cercarsi un lavoro in modo da non doverlo fare loro stessi. Non mi riferisco, ovviamente, a quanti si sforzano senza successo di trovare un impiego, specialmente nella situazione economica attuale, ma di chi spadroneggia in famiglia e impone la sua autorità per ottenere ciò che vuole. Questo modo di fare è di per sé stesso effeminato, è indice di una mancanza di autocontrollo. Uno dei sintomi tipici consiste proprio nel voler dirigere tutto e tutti, perché l’incapacità di disciplinarsi interiormente procura dolore e spinge a rivalersi sul mondo esterno. Sentire il bisogno di tiranneggiare la moglie è dunque segno di effeminatezza, implica una carenza di autonomia, tradisce una spinta ad imporre la propria volontà causata da un’insicurezza interiore che costituisce in definitiva una manifestazione di scarsa virilità.

L’orgoglio
Sul piano intellettuale, d’altra parte, il vero uomo si sottomette alla verità, indipendentemente da quanto questa sia dura da accettare. Una delle regole che più mi è rimasta impressa dall’epoca dei miei primi studi filosofici è quella appunto dell’umiltà intellettuale, che impone di perseguire il vero dovunque questo conduca, a prescindere dai costi in termini personali. Perché non possedere la verità rappresenta già un costo di per sé e se viceversa ci si imbatte in essa si ha almeno una cosa che vale, anche se si dovesse rinunciare a molte altre.

Spesso rimanere aderenti alla verità è faticoso. Lo si vede, ad esempio, quando in parlamento viene presa una decisione e successivamente le critiche dei giornali inducono i politici a tornare sui propri passi. Manca la fermezza necessaria a restare coerenti.

PARTE II – LA VIRILITÀ

Eccoci dunque alla questione centrale: che cosa significa crescere un uomo? Bisogna sapere innanzitutto qual è l’obiettivo finale, ovvero ciò che un uomo è; in secondo luogo, come ci si arriva. Alla luce di tutto quanto detto sopra, quelli che seguono sono i tratti che caratterizzano un uomo vero.

Virtù connesse alla virilità

Ai maschi, ma anche alle donne, va ripetuto chiaramente che il sacrificio di sé, specialmente in relazione alla moglie e ai figli, rappresenta in un certo senso la morale dell’intera storia. Un uomo non calcola mai il costo di un’azione in proporzione al dolore che comporta, ma ai mezzi necessari per raggiungere il fine che si prefigge. In altre parole, non pensa mai: “Qui c’è da soffrire!”. Ma piuttosto: “Per portare a termine questo compito non devo pensare alle difficoltà, devo fare ciò che è bene per la mia famiglia, per i miei figli, per mia moglie!”.

La castità

Alle donne, in particolare, occorre spiegare che se escono con qualcuno che sotto sotto vuole violare con loro il sesto comandamento, devono lasciarlo perdere, perché è un individuo effeminato. Se non riesce a controllarsi con loro prima del matrimonio, non lo farà nemmeno dopo, anzi peggiorerà.
Al maschio invece si deve invece dire che, siccome impegnarsi in attività faticose e difficili è parte integrante dell’essere uomo (questo è uno dei motivi per cui il corpo maschile ha una costituzione differente da quello femminile, incluso il cervello, come dimostrano anche studi recenti, se ce ne fosse bisogno e in barba alla retorica egualitaria), il suo compito è sacrificarsi per lei, cioè prendersene cura e proteggerla, non solo dal punto di vista fisico ma anche da quello spirituale; e la deve proteggere da sé stesso prima di tutto, perché è probabile che venga ferita, più che da qualunque altro individuo, dalla persona che ama. Chiunque non sia in grado di praticare la castità, fuori o dentro il matrimonio, non è un vero uomo. Spesso si sente dire: “Lui sì che è un vero uomo, va a letto con tutte quelle donne!”. No, è un effeminato, perché non è disposto a rinunciare al proprio godimento per proteggere le altre persone dai suoi istinti.

La temperanza

Un uomo deve possedere tutte le virtù, ma in primis la temperanza: chi non riesce a rinunciare al piacere del mangiare, del bere e del sesso, è semplicemente un egoista.

I ragazzi che crescono oggi sono profondamente infelici. Non mostrano alcun segno di virilità, perché fin dall’infanzia vengono estirpate le loro inclinazioni naturali, quelle di cui il disegno di Dio li ha dotati, contrastando le quali si finisce per diventare “disfunzionali”. Pensare solo e sempre a sé stesso per un ragazzo è effeminato, perché questa è la dinamica che Dio ha posto nel cuore della donna, non nell’uomo; il maschio non è stato “progettato” a quel modo.

La donna deve invece pensare più a sé stessa che agli altri (ironicamente, ora le donne pensano agli altri più degli uomini…). Dio infatti ha creato in Eva, dopo averla donata come compagna ad Adamo, l’inclinazione ad essere giudicata da lui, quindi a preoccuparsi di apparire gradevole. Le donne sono dunque naturalmente più attente al proprio aspetto. Inoltre, la natura stessa della maternità comporta che la donna necessiti di un marito che la mantenga, in modo da potersi prendere cura adeguatamente dei figli. Ciò implica che debba cercare un uomo che si occupi di lei, non per sé stessa, ma per amore dei figli, appunto (in questo consiste la differenza tra una donna vera e una “snaturata”, che guarda invece alla cosa dal proprio esclusivo punto di vista). La donna rappresenta poi una sorta di perno all’interno della famiglia. Il marito esce di casa per andare al lavoro e in genere i figli rimangono con la madre, un punto di riferimento stabile che si identifica con la casa stessa. Anche per questo motivo le donne appaiono in genere più autocentrate, eccessi a parte; quando lo sono gli uomini, risultano al contrario effeminati, perché sono fatti per trascurare sé stessi.

La fortezza

Il secondo tipo di virtù che un uomo deve possedere è la fortezza. Un vero uomo prova soddisfazione nel compiere azioni difficili e se ne compiace. Questo non significa che tutto ciò che fa debba essere arduo e faticoso, finirebbe per esaurirsi. Ma alla fine di una giornata di duro lavoro apprezza la sensazione di stanchezza fisica che ne ricava.

Per natura gli uomini dovrebbero eccellere più in fortezza, le donne in temperanza, specialmente in castità e modestia, anche se, per ironia, quando un uomo pratica la castità agisce più per il bene delle donne che per sé stesso, mentre per le donne vale l’opposto: se non sono caste rischiano di rimanere incinte, un uomo che non lo sia, invece, fa il danno altrui; l’uomo deve perciò guardare alla castità dalla prospettiva di chi ha il dovere di salvaguardare l’integrità e il benessere spirituale, psicologico e fisico di altre persone.

La giustizia

L’uomo virtuoso deve anche essere giusto, praticando, di nuovo, il sacrificio, ma anche la sotto virtù della religione.

Nulla è più irritante di un uomo che sostenga che la preghiera è roba da donne! Si tratta solo di un ennesimo tipo di effeminatezza, perché pregare è faticoso, le incombenze religiose in generale sono pesanti e perciò stesso virili. Il fatto che all’interno della Chiesa vengano ormai spesso delegate alle donne è segno ulteriore che il tasso di virilità è crollato nel clero. Chi non tende a Dio prima e al di sopra di tutto è effeminato. L’idea che questo sia un comportamento tipico della donna è solo una scusa, in definitiva.

Per amore della giustizia, l’uomo deve mantenere l’autorità in casa e non capitolare di fronte a una moglie che voglia usurparla. A causa del peccato di Eva, come abbiamo detto, le donne hanno il serio problema di volersi appropriare dell’autorità di Adamo tentando di controllare i propri mariti.
L’uomo deve conservare l’autorità, ma al tempo stesso servirsene in maniera equanime, non semplicemente usarla per sottomettere la moglie e trarne soddisfazione, perché in questo caso agirebbe per sé stesso piuttosto che per il bene suo e dei figli, risultando quindi, di nuovo, effeminato. Proprio per essere giusto nei confronti dei figli e della moglie l’uomo non ha il diritto di rinunciare a preservare il retto ordine e quindi la vera pace all’interno della casa, non può cercare la pace personale a spese della propria autorità. La pace procura un certo piacere e occorre stare attenti, si deve ricercare piuttosto la tranquillità nell’ordine, così che la pace in casa verrà di conseguenza e sarà raggiunto l’obiettivo primario: il massimo bene spirituale di tutte le persone coinvolte.

Un vero uomo sa inoltre che l’autorità va impiegata al servizio di quelli a lui sottoposti, non per sé. L’autorità non ha assolutamente nulla a che fare con l’individuo che la esercita, è per la protezione e la cura di coloro che gli sono soggetti. Purtroppo gli uomini, man mano che riscoprono la funzione dell’autorità, non possedendo alcuna virtù ed essendo spesso effeminati, non riescono ad esercitarla in maniera equa. Bisogna, prima di tutto, risvegliare in loro la virilità, formare uomini veri che posseggano di per sé un certo equilibrio. La moglie e i figli, specularmente, non esistono per servire il marito. Di tanto in tanto si sentono uomini sostenere che cambiare i pannolini è un lavoro da donne. Niente affatto. Secondo i padri della Chiesa e san Tommaso, il marito è responsabile di tutto in casa, senza esclusione, dal lavare i piatti al procurare il cibo, fino alla cura dei bambini. Dio gli ha dato una aiutante, così dice la Scrittura (una aiutante, non una schiava) per coadiuvarlo nello svolgere i compiti di cui ha la responsabilità. È pur vero che Dio ha “delegato” talune incombenze alle donne, dotandole per natura di certe perfezioni grazie alle quali, per un motivo o per un altro, fanno abitualmente molte cose molto più agilmente degli uomini. Alla fine, però, le scuse che questi ultimi accampano si riducono al fatto di non sopportare l’odore dei pannolini o, paradossalmente, di non voler apparire effeminati. Influisce anche il fatto che, da un certo punto in poi, il movimento femminista ha detto in pratica alla donna: “Devi far fare tutto il lavoro a tuo marito”. Il che neppure è giusto.

La prudenza

L’uomo virtuoso deve essere prudente. La prudenza è la virtù interiore che presiede all’applicazione di principi morali universali nelle situazioni concrete. Un principio universale è ad esempio: “Non rubare”. Se impadronirsi di un dato oggetto equivale a rubare, la prudenza suggerisce: “Non farlo”.
Gli uomini dovrebbero eccellere in questo. Il nostro cervello, infatti, è dotato della facoltà che san Tommaso chiama vis cogitativa, la cui funzione principale è produrre associazioni mentali, che persino i cani in qualche misura possiedono. L’intera industria dell’intrattenimento è basata sulle associazioni mentali. L’immagine di una birra potrebbe non essere sufficiente a convincere qualcuno a comprarla, ma se le si mette accanto quella di una ragazza in abiti succinti scatta l’associazione: “Bevi questa birra e ottieni questo”. Ciò che ottieni, ovviamente, è un bel mal di testa per aver bevuto troppa birra. Una seconda funzione della vis cogitativa consiste nell’accertare se una cosa è buona o cattiva su basi puramente fisiche. Se qualcuno ci schiaffeggia una mano la vis cogitativa ci informa che non è un bene, prima che abbiamo la possibilità di formulare qualsiasi giudizio razionale in merito. La terza e ultima funzione è quella di predisporre le immagini per il pensiero astratto.

Le donne sono “progettate” per sfruttare più la seconda operazione della vis cogitativa che la terza. Sono capaci di afferrare e inquadrare meglio le cose a livello sensoriale per stabilire se sono positive o negative. Si chiama intuito femminile. Dall’accertamento della bontà o cattiveria delle cose scaturiscono le emozioni e la vita emotiva delle donne è regolata in modo da essere d’aiuto ai figli.
Gli uomini, al contrario, sono più portati per il ragionamento concettuale; le emozioni finiscono per cortocircuitare in loro la capacità di pensare chiaramente. Per applicare il principio generale secondo cui il furto è immorale in una data circostanza particolare, infatti, occorre sapere se questa configura o meno un caso di furto, ma per stabilirlo bisogna avere in mente le immagini giuste con cui giudicare la situazione concreta. Se non si possiede tutto l’apparato immaginativo necessario, si rischia di sbagliare. Ora, quando si prova un’emozione questa altera le immagini in base alle quali si giudicano le questioni, compromettendo quindi il giudizio intellettuale. In altre parole, più un uomo pensa secondo le proprie emozioni, più risulta compromesso il suo giudizio sulle questioni particolari, perché queste ultime devono corrispondere a immagini specifiche (i concetti astratti risiedono in una parte diversa dell’intelletto); un tale individuo non potrà dunque essere prudente.

Questa è la ragione per cui la maggior parte dei maschi entrano in uno stato di confusione quando si tratta di esercitare in modo appropriato l’autorità in casa, proprio perché si affidano alle emozioni piuttosto che alla sana razionalità, la facoltà migliore a cui bisognerebbe sempre far ricorso. Grazie alla prudenza, l’uomo deve invece essere capace di giudicare in maniera obiettiva ciò che è bene agendo di conseguenza. Se non riesce nemmeno a vedere chiaramente ciò che è giusto fare, indipendentemente da quello che prova, la sua virilità risulta compromessa. L’assalto portato su tutti i fronti alla virilità dalla cultura moderna produce così l’effetto di far comportare spesso gli uomini in maniera oggettivamente ridicola. D’altronde quando un uomo sa che cosa è bene, me le sue emozioni interferiscono e influenzano il suo giudizio al punto da determinarlo, anche allora non è uomo davvero, appunto perché l’uomo vero è colui che pensa eminentemente secondo il terzo atto della vis cogitativa, cioè in maniera astratta o oggettiva, vede ciò che è giusto e ciò che è sbagliato e persegue il bene a prescindere da quanto risulti doloroso o difficile.

La mitezza

Un uomo dovrebbe possedere la virtù della mitezza, opposta al vizio dell’ira. Chi si arrabbia è effeminato, lo conferma il fatto che Cristo, uomo perfetto, ha detto: “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore”.

L’ira è una passione complessa, che include la percezione di un torto e insieme il desiderio di vendetta. Secondo san Tommaso, vendicarsi significa nuocere a un’altra persona o a una cosa in modo tale che questa smetta di nuocere a noi, provando piacere nel farlo: quest’ultimo è l’aspetto effeminato. Ma un’altra forma, meno evidente, di effeminatezza si cela nella percezione stessa del torto. Sostengono i filosofi che un vero uomo può incassare molti colpi e rimanere in piedi. Chi, indipendentemente da ciò che accade in famiglia, nei rapporti con sua moglie, al lavoro, mentre guida, non riesce ad accettare le provocazioni e subito cerca la vendetta, dà segni di effeminatezza. Il vero uomo dice a sé stesso: “È doloroso, ma sopporto, non mi preoccupa, mi interessa solo quello che è meglio per mia moglie e mio figlio, non m’importa di ricavarne qualcosa o trarne qualche soddisfazione”.

L’umiltà
L’umiltà, come si intuisce, è virtù autenticamente virile. Non parliamo qui dell’atteggiamento di chi si sminuisce in ogni circostanza e ha paura di tutto, comportamento che va contro la virtù della fortezza. Per umiltà si intende la volontà di condurre un’esistenza in accordo con la verità, senza giudicare sé stessi migliori di quanto si sia realmente. L’orgoglio è effeminato, dice san Tommaso, perché la persona ricava piacere dal meditare sulla propria eccellenza, gode della propria presunta grandezza. Autenticamente umile è chi accetta i propri difetti, i propri limiti, li fronteggia e si dice: “Io sono proprio così”. Questo è faticoso, difficile, richiede autodisciplina e autocontrollo.
Specialmente per gli uomini, l’umiltà è la virtù più ardua da acquistare.

Mezzi per conseguire le virtù

In ultima analisi, un uomo dovrebbe possedere tutte le virtù. Così dovrebbe apparire: un individuo che non solo sul piano fisico, ma anche su quello morale e spirituale riesce a rimanere saldo e fermo in ciò che è giusto, mostrando autodisciplina e autocontrollo, indipendentemente dal dolore o dal piacere che comporta.

Riguardo ai mezzi con cui conseguire questo risultato, Fulton Sheen, come abbiamo visto, li identifica: sofferenza e responsabilità. Ciò significa che per crescere un uomo occorre innanzitutto essere disposti a lasciare che il proprio ragazzo soffra un po’, non in maniera estemporanea, ma gestita. E questo vale soprattutto per le madri.

L’espiazione
Oggi i giovani non sono responsabili di nulla, non ci sono conseguenze anche quando fanno qualcosa di sbagliato.

Poco tempo fa, un diciottenne alla guida del SUV del padre ha distrutto l’auto di un mio parente; quando è tornato a casa, il padre gli ha semplicemente comprato una macchina nuova, considerando la questione chiusa. Il ragazzo avrebbe dovuto andare a lavorare per pagare i danni, invece lo hanno iscritto a una scuola speciale per “rieducarlo”, un posto in cui si ciondola tutto il giorno e si fanno sei settimane di vacanza. I ragazzi, insomma, oggi non vanno incontro a nessuna sofferenza. Alimentano continuamente il proprio desiderio di piacere e i propri appetiti e i loro padri fanno lo stesso.

Il sacrificio

In che cosa differiscono sofferenza e dolore? Gli animali provano dolore, non soffrono; gli esseri umani invece sono soggetti a entrambi. Il dolore è la sensazione fisica procurata da un male materiale, emotivo, intellettuale, ecc. La sofferenza è il dolore che si protrae, implica un giudizio sul tempo, nozione che gli animali non possiedono. Mentre si trovano in laboratorio con una sonda infilata nel corpo non pensano: “Sono sei ore che questa cosa mi dà fastidio, potete togliermela?”. Gli uomini, al contrario, dopo un po’ esclamano: “Non ne posso più!”.

I ragazzi devono svolgere lavori impegnativi dal punto di vista fisico, emotivo, mentale, che mettano alla prova la loro volontà. Si deve chiedere loro di affrontare sfide difficili, in cui debbano prescindere dalle loro emozioni e dalle circostanze particolari in cui si trovano. Devono essere posti in situazioni in cui abbiano sistematicamente da faticare, per formare la loro attitudine all’abnegazione a tutti i livelli. Sistematicamente non vuol dire continuamente, intendiamoci. Se un ragazzo vuole davvero diventare uomo, può cominciare a fare qualche lavoro fisicamente pesante in proporzione alla sua età a partire dalla pubertà (non mandate un bambino di cinque anni a dissodare il giardino!), ma non soltanto per un’ora al mese, perché altrimenti il resto del tempo lo passerà a soddisfare il proprio desiderio di piacere e in quell’ora non farà altro che pensare: “Ma quando finisce!”. Si dovrebbe trattare invece di un’ora o due al giorno o a giorni alterni. Se la cosa è saltuaria non imparerà a lavorare duramente, ma ad escogitare un modo per evitarlo. Quando dicevo che qualche volta viene quasi voglia di prendere a schiaffi i ragazzi per fargli tirar fuori un po’ di virilità, mi riferivo appunto alla questione della sofferenza. Bisogna obbligarli a soffrire un po’ per costringerli a mettere da parte il proprio piacere, renderli più virili e condurli a maturare davvero. Una sofferenza moderata, certo, in conformità alla loro età e alle loro condizioni, non troppa ma neppure troppo poca.

Ai ragazzi bisogna mostrare, per contro, il valore del lavoro e quel che si ottiene compiendolo. Si dovrebbe pensare a qualche forma di remunerazione se possibile, economica o di altro tipo, cosicché si rendano conto che, quando fanno il loro dovere, c’è un lieto fine. E devono essere incoraggiati, perché riconoscano che è cosa buona anche solo il sentirsi dire: “Sei stato proprio bravo, era difficile, sono fiero di te!”.

Il ruolo della famiglia

Uno dei motivi per cui è sbagliato e imprudente dare a vostro figlio tutto ciò che desidera senza che se lo guadagni sta, dunque, nel fatto che non imparerà mai che cosa vuol dire davvero essere un uomo se non faticando e misurandosi con le difficoltà. E bisogna insegnarglielo con l’esempio. Se il padre è assente o effeminato sarà molto difficile che il ragazzo diventi virile, perché si impara osservando. Di norma, succederà una delle due cose: o, semplicemente, il figlio diverrà effeminato come suo padre; oppure passerà all’estremo opposto e coltiverà una forma diversa di effeminatezza, godendo nel picchiare gli altri o cose simili. Soprattutto, un figlio deve vedere il padre praticare le virtù teologiche, in special modo la preghiera, perché impari che essere uomo include rendere a Dio ciò che gli è dovuto. Se mentre è in camera a pregare con la madre il padre rimane sdraiato sul divano a guardare la TV e a bere birra, c’è qualcosa che non va.

In famiglia deve poi imparare la mitezza, quando le cose non vanno come vorrebbe deve abituarsi a frenare la rabbia. Ai miei tempi, se qualcosa non andava a modo tuo e perdevi le staffe ti sculacciavano per bene, dovevi crescere, imparare che così è la vita. Parimenti, occorre che cresca in umiltà, in tutti i campi.

Come regola generale, la tecnologia in casa andrebbe ridotta al minimo e usata solo quando è necessario. Il ragazzo dovrebbe considerarla uno strumento e non un gioco, un mezzo per fare qualcosa di utile per gli altri piuttosto che per il proprio diletto. Fargli esercitare la virtù e l’autocontrollo in questo campo e premiarne il comportamento lo aiuterà a moderarsi; i primi tempi sarà necessaria la supervisione dei genitori, poi si costruirà un sistema di valori nell’ambito del quale agire da sé, nel proprio interesse. Il divertimento stesso dovrà essere visto come un mezzo e non come un fine. Aristotele e san Tommaso affermano che ci ricreiamo per amore del piacere, perché il piacere “ricrea” l’anima, appunto, quando non se ne abusa; in caso contrario, tuttavia, la fa dissolvere.
Le madri, dal canto loro, devono vincere la tendenza innata a non voler vedere il figlio patire e quindi a renderlo effeminato. Ci sono peraltro donne che cercano deliberatamente di distruggerne la virilità, influenzate da un femminismo che in definitiva non è nient’altro che odio e disprezzo di sé nel confronto con l’uomo. Molte donne famose dicono di battersi per i diritti del loro sesso, mentre combattono in realtà solo per riuscire a farsi una ragione del fatto di essere donne. Essere donna è un tipo di perfezione, esattamente come essere uomo, non bisognerebbe vivere male l’idea. Le donne che vivono in maniera autentica la loro femminilità, quelle cioè virtuose e pienamente dotate di autocontrollo, amano la virilità e si compiacciono sinceramente nel trovarsi di fronte a un vero uomo, mentre le “femministe” sono alla fine profondamente infelici. Il loro atteggiamento, comune ai nostri giorni, è quello tipico di chi pensa: “Se solo avessi l’approvazione degli altri, sarei contento e in pace con me stesso”. La questione è invece tutta di natura interiore, non ha nulla a che fare con il mondo esterno; la femminista deve “evirare” l’uomo per non sentirsi a disagio con sé stessa, appunto. Ciò non significa naturalmente che le donne non debbano essere trattate con la dignità che si conviene e che spetta loro, in quanto esseri umani e in virtù della perfezione del loro genere; è proprio il femminismo che mira a svilirle annullandone la femminilità, non soltanto sul piano fisico, ma anche su quello psicologico, morale, ecc.

PARTE III – CARATTERISTICHE DEL VERO UOMO

L’abnegazione
Ricapitolando, quindi. In generale, gli uomini devono essere disposti a sacrificarsi, le donne devono lasciare che gli uomini diventino uomini, cioè che i ragazzi soffrano. I maschi non vedono l’ora di portare in palestra il loro Pierino, che ha quattro anni, per infilargli un paio di guantoni così grandi che non riuscirebbe a far male a nessuno anche se volesse e metterlo poi di fronte a qualche bambino dicendo: “Chi colpisce di più al petto vince!”. I ragazzi cercheranno ovviamente di superarsi a vicenda e l’uomo esclamerà: “Quello è mio figlio!”. La logica sta nel fatto che, nel corso di questo processo, il bambino impara che può incassare una certa quantità di colpi e ciononostante rimanere in piedi, senza essere costretto a scappare. Ci vuole moderazione, naturalmente, ma le donne devono permettere che i loro ragazzi si comportino da uomini.

La responsabilità

Questo è l’altro fattore essenziale. Il ragazzo non dovrà vedere suo padre rinunciare a esercitare la propria autorità in famiglia, perché in tal caso imparerà che la strada giusta è quella più facile, la via del piacere. Ma dovrà anche essere sicuro che il padre la impiegherà in modo responsabile, altrimenti, specialmente se la madre è vittima di un’ingiustizia, finirà per sviluppare un vero e proprio odio per la virilità o quantomeno la forma di empietà che consiste nella mancanza di rispetto. Osservando invece il genitore esercitare l’autorità in maniera consona, penserà: “Mio padre è un vero uomo, perché agisce nell’interesse degli altri e non nel proprio”. Insomma, il padre dovrà mostrare amore autentico per sua moglie e la volontà di sacrificarsi per lei e per i figli.

L’impegno
Bisognerà certo affidare a un ragazzo responsabilità e incarichi commisurati alla sua età e alle sue capacità, stabilendo però punizioni adeguate nel caso in cui non vi faccia fronte, perché impari che così va il mondo e che così si sviluppa la virilità. Dovrà, per contro, vedere i frutti della propria fatica: farlo lavorare senza sosta e senza garantirgli a tempo e luogo alcun tipo di remunerazione o vantaggio lo farà sentire solo uno schiavo in un campo di concentramento. D’altro lato, se non lo si farà lavorare, finirà per pensare che sono tutti lì a servirlo. Ci si lamenta del fatto che la generazione attuale pretenda di trovare tutto fatto, senza guadagnarselo, che sia convinta che tutto le sia dovuto. Ma questo succede perché si è detto ai ragazzi che se lo meritano, che i genitori li hanno messi al mondo e quindi sono in debito con loro. In realtà, i genitori hanno un solo dovere nei confronti dei figli, quello di condurli alla maggiore età in condizioni di integrità fisica e spirituale. Al ragazzo si dovrà anche insegnare a prendersi cura di ciò che gli viene affidato, in modo che provi gioia nel vederlo prosperare, perché quando si sposerà provi la stessa gioia nel veder fiorire la propria famiglia Bisogna che apprezzi il valore del proprio contributo al bene comune, devolvendo alla famiglia stessa, se non l’intero ammontare, quantomeno la maggior parte di ciò che guadagnerà da adulto.

L’obbedienza
Il giovane dovrà inoltre apprendere la funzione dell’autorità osservando la madre sottomettersi al marito e il padre amare la moglie per la sua arrendevolezza, in modo che, nel corso dell’adolescenza, impari a praticare la docilità e la prudenza seguendo il retto ordine delle cose. Questo è uno dei problemi principali della cosiddetta “scuola parentale”, perché arrivati a quindici o sedici anni di età i ragazzi non accettano più di essere sottoposti alla madre e finiscono per abituarsi a violare il quarto comandamento per il resto della loro vita. Un vero uomo resta soggetto alla madre perché è faticoso e perché mette in pratica la virtù della pietà, che comporta l’onorare quelli posti al di sopra di sé. Non ho mai conosciuto nessuno di realmente virile che non amasse e stimasse sinceramente i propri genitori e non desiderasse agire nei loro confronti col rispetto dovuto. Ed è il padre che deve promuovere questo comportamento, imponendo ai figli l’obbedienza costante alla madre come mezzo per diventare uomini. D’altra parte, la madre non potrà più trattare i figli ormai adolescenti come se avessero ancora dieci anni, perché finiranno per ribellarsi. Se invece chiederà loro di fare qualcosa di prudente e necessario, allora saranno contenti di poterle essere utili, le vorranno più bene e desidereranno compiacerla in tutto. Un vero uomo trae diletto dall’esercizio della virtù della pietà ogni volta che asseconda i genitori.

L’autocontrollo
Spesso gli adolescenti vogliono essere indipendenti, senza rendersi conto che ciò implica prima di tutto acquisire il dominio di sé sul piano interiore, non solo esteriormente. La libertà esterna non verrà prima di un certo tempo e comunque, quando si sposeranno e inizieranno a lavorare, dovranno rinunciare a buona parte di essa. La libertà autentica consiste invece nel possedere disciplina e autocontrollo, nell’essere liberi dall’impulso di compiere azioni che si sanno sbagliate; rifiutarsi di compiere il proprio dovere è, viceversa, sempre segno di effeminatezza mentale.

La pratica delle virtù

In conclusione: siate uomini, ragazzi, sottomettetevi alle vostre madri, obbedite ai dieci comandamenti. Fare di un ragazzo un uomo, alla fine, significa svilupparne le virtù. Bisogna tornare a insegnare che cosa sono le virtù, come si ottengono e come se ne può trarre diletto; diletto, non piacere, nel sapere di stare agendo bene e nel rimanere fermi in questo proposito. Lo scopo ultimo è fare in modo che il ragazzo a diciott’anni sia dotato di tutte le buone abitudini morali e psicologiche che gli consentano di vedere il mondo in maniera appropriata, assicurandosi che il suo giudizio non venga influenzato dalle emozioni e che il suo intelletto sia illuminato dalla fede. Ma questo obiettivo, ancora una volta, non verrà centrato senza una dose adeguata di responsabilità e sacrificio, che ne costituiscono quasi parte integrante.

Padre Chad Alec Ripperger

Traduzione a cura di Stefano Dal Lago

(originale qui: http://www.youtube.com/watch?v=z7V1W967ofA)

NOTE BIOGRAFICHE

Padre Chad Alec Ripperger (1964) è un sacerdote cattolico ed esorcista statunitense. È il fondatore della tradizionale Società cattolica della Madre Addolorata (i Padri Doloran) nell’arcidiocesi di Denver (Colorado, Stati Uniti).