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L’uomo cavalleresco (di Romano Guardini)

(Nota di Valerio Amico)

In un’epoca che ha smarrito quasi del tutto il senso della nobiltà interiore, riducendo l’uomo a macchina da prestazione, a immagine da esibire o a consumatore di stimoli effimeri, noi sentiamo l’urgenza di riproporre con rinnovata gratitudine queste pagine di Romano Guardini. Scritte ormai un secolo fa, esse conservano ancora una forza e una lucidità sorprendenti: sono al tempo stesso diagnosi spietata del degrado moderno e programma concreto per chi ancora desidera costruire l’uomo nuovo e la donna nuova secondo lo spirito della vera Cavalleria cristiana.

Guardini non si limita a lamentare ciò che è perduto. Ci indica con chiarezza le tre dimensioni essenziali in cui si esprime la dignità dell’essere umano libero: il gioco cavalleresco, il servizio disinteressato e l’opera compiuta per sé stessa. Tre vie che, lungi dall’essere separate, si sorreggono e si illuminano a vicenda. Il “gioco” di cui parla non ha nulla a che vedere con lo «sport» ridotto a industria del record, a culto dell’ego, a esaltazione dell’abilità meccanica e della vittoria a ogni costo. Il vero gioco cavalleresco è invece scuola di bellezza, di lealtà, di dominio di sé, di rispetto dell’avversario, di armonia tra forza e misura. È un agire per l’onore e per la gioia del gesto ben fatto, non per il punteggio o per il trofeo. In esso si risvegliano le antiche virtù greche e medievali: coraggio, presenza di spirito, giustizia, magnanimità.

Il servizio cavalleresco, a sua volta, si oppone a ogni forma di servilismo, sia esso motivato da paura, da interesse o da calcolo. Servire da Cavalieri significa porsi spontaneamente a fianco di chi è debole, difendere l’onore altrui prima del proprio, garantire per un amico, per una donna, per una causa più grande di noi, e soprattutto per Cristo e per il Suo Regno. È un servizio che sgorga dalla libertà interiore, non dalla costrizione; che chiede fedeltà fino al sacrificio, ma che rende l’uomo più grande, non più piccolo.

Infine l’opera, intesa non come mera esecuzione di un compito imposto o come ricerca di guadagno, ma come risposta generosa all’esigenza intima della cosa stessa: costruire bello, solido, vero, secondo l’idea che lo spirito ha concepito, anche quando nessuno lo vede e nessuno lo ricompensa. Queste tre vie – gioco, servizio, opera – hanno in comune la libertà e la nobiltà. Non agiscono per necessità esterna, non cercano il vantaggio immediato, portano in sé una segreta letizia. E tutte e tre conducono, passo dopo passo, a una verità più profonda: l’uomo raggiunge la sua pienezza solo quando impara a stare solo davanti a sé stesso, al proprio destino e alla propria missione, senza fuggire, senza conformarsi, senza tradire ciò che è. Solo sotto la Croce – là dove Maria e Giovanni rimasero quando tutti gli altri erano fuggiti – si compie il mistero dell’essere uomo e donna secondo il cuore di Dio.

Ripubblichiamo questo testo non per nostalgia di un passato idealizzato, ma perché lo riconosciamo come sfida viva e come bussola per il nostro tempo. Contro la riduzione dell’umano a prestazione, a apparenza, a comfort; contro la volgarità che invade relazioni, linguaggi e gesti; contro la tentazione di accontentarsi di poco, queste pagine ci chiamano a educarci alla nobiltà e a educare alla nobiltà. Che siano seme di un rinnovamento autentico per i giovani, in corpo e in spirito, non solo del nostro Sodalizio, ma anche per tutti coloro che ancora credono che esista un modo più alto, più bello e più vero di essere al mondo: quello dell’uomo cavalleresco, confermati dallo Spirito Santo, fedeli al proprio essere, al proprio posto di responsabilità e, soprattutto, fedeli a Colui che ha posto il Suo onore nelle nostre mani.

Che queste parole ci accompagnino nel Cammino.

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Noi cerchiamo e vogliamo costruire qualche cosa di grande: l’uomo nuovo. Ma il pensiero dell’uomo nuovo preso in astratto non dice ancora tutto: noi vogliamo l’uomo nuovo e la donna nuova. Perché ciò si attui il giovane deve seguire il suo proprio cammino e altrettanto la giovane. Ognuno di loro deve, da solo, non influenzato da altri, ascoltare i suggerimenti che gli vengono dal fondo del suo proprio essere.

Per ciò che si riferisce al giovane una cosa è soprattutto importante in quest’opera di rinnovamento: il gioco cavalleresco. È qualche cosa di completamente diverso dallo «sport». Ponendo la parola tra le virgolette marginali, intendo riferirmi a quella spiacevole realtà che comprende campi sportivi, clubs, matches e allenamenti; che è citata dappertutto, nei giornali sportivi e nei discorsi, che si riflette sui nostri volti, che ci induce all’esaltazione dell’abilità dei campioni.

«Fare dello sport» significa «battere il record», voler essere il primo in qualche campo con tutta l’ambizione, l’egoismo, la gelosia e la esteriorità che sono connessi con tale disposizione. Sport significa «allenarsi», per un dato impiego, per raggiungere «il più alto livello». Ma, intanto, l’uomo si trasforma da nobile creatura in macchina. Quanto è spiacevole quello «sportivo», che non conosce nient’altro che il gioco del calcio, il motociclismo, il tennis o simili specialità!

È facile che in lui languisca ciò che pure è fondamentale: l’uomo. Un senso ben più elevato, del tutto diverso ha invece il gioco ben inteso. Il vero giocatore, vuole essere vittorioso sull’avversario. Ma nello stesso tempo si sente con lui in rapporto di comunanza, e vuole costruire con lui un’opera forte, bella, seria e insieme lieta: il gioco appunto. Più importante della vittoria è lo svolgimento di un bel gioco. Se poi il nostro gioco e quello avversario combaciano armoniosamente, colpo su colpo, sviluppo su sviluppo, assalto su parata, così da costituire un tutto unitario, frutto di un sicuro colpo d’occhio, allora si avverte una forte, splendida unità in mezzo alla battaglia. Ciò è più importante che la più splendida delle vittorie. Il buon giocatore vuole certo piena vittoria; la vittoria deve però essere raggiunta nobilmente, altrimenti è menomata. Sostenere: «Non sono toccato» quando si è, pur leggermente, sfiorati; aiutare la palla con un rapido colpo così che essa rotoli un po’ più avanti, come spontaneamente: da tutto questo potrà forse nascere una vittoria. Ma di che genere! Come è migliore un gioco perso, ma pulitamente condotto! Il buon giocatore vuole raggiungere il più alto rendimento, ma in bellezza, così da costituire uno spettacolo armonioso di dominio sulla forza bruta. Non è lecito che l’uomo nel raggiungimento di questo scopo si rovini; deve invece diventare forte e libero, e tutte le forze devono crescere in armonico equilibrio.

Così il gioco ben inteso diventa una scuola di nobile «virtù», presa la parola nell’antico significato, quello che aveva presso i Greci e nel medioevo cavalleresco. E veramente le grandi virtù del vero uomo sono tali, e prima di tutto lo è il gioco. Non c’entra cioè alcun vantaggio: si tratta solo di forza, bellezza, valore. Si tratta quindi di un libero cavalleresco significato. Ma è una cosa seria, non uno scherzo. È messo in campo il meglio di quanto l’uomo possiede: carattere, nobiltà. Il vero giocatore vuol vincere assolutamente, sia pure grande la superiorità di forze degli avversari. Non ha nessuna paura, egli vuole tenere il suo posto fino all’estremo e spesso un attacco energico compensa a sufficienza una grande superiorità di forze; non sa nulla di sofferenza, di dolore, di stanchezza; tutto questo egli lo domina. È tenace nella volontà di vittoria. Ma disdegna quella vittoria che si acquista con astuzia, con atti di violenza o in qualsiasi modo disonorevole. Si tratta per lui di stare al proprio posto con sensi svegli, in piena tensione ed attenzione, di afferrare acutamente l’attimo fuggente, e di fare ciò che deve essere fatto: si tratta dunque di presenza di spirito e di risolutezza.

Il giocatore combatte con vigore ma disprezza gli urli, gli eccessi scatenati, la brutalità. Le regole devono essere mantenute, non perché altrimenti l’arbitro fischia, ma perché nelle regole sta il rigore della lotta. E la lotta deve essere disciplina, non disordinata baruffa. Egli non esagera nel ripetere un dato esercizio per battere dei record, al contrario pratica tutti i vari giochi per poter diventare, dopo questa istruzione completa, un «combattente integrale» come lo volevano i Greci.

Così per mezzo del gioco rettamente inteso si risvegliano alcune nobili virtù dell’uomo: si dà prova di una essenza libera che sa che c’è qualcosa di più alto del vantaggio e dell’utilità: la bellezza e l’onore. Si ridesta il coraggio che non si spaventa di fronte alla prevalenza delle forze.

Si esercita un disciplinato dominio di sé che insegna a dissimulare il dolore anche se talvolta una palla sbagliata va a colpire duramente nelle costole. Si ha modo di dimostrare presenza di spirito e decisione. Si può testimoniare la nobiltà del carattere che subito ci impone di fermarci quando ci accorgiamo che l’avversario è inesperto, l’assoluta lealtà che guida i nostri atti anche quando il compagno non sta attento, il nostro senso di giustizia che non si oppone a una sconfitta e vuole, sì, aver ragione, ma lascia la vittoria a chi spetta, che ci fa capaci di stringere la mano all’avversario senza invidia e di dire: «Hai condotto un gioco migliore». Non è leale tutto questo?

Con tutto ciò, non intendiamo eccepire nulla contro una zuffa leale. Ogni giovane sa apprezzarne l’importanza. Ci si può trovare in una disposizione tale che essa diventa semplicemente necessaria, e quanto più impetuosamente infuria, tanto meglio, almeno fino a che restano salvi finestre e utensili domestici e altri oggetti fragili. Ma non deve diventare la norma; e i gruppi nei quali tutto si trasforma subito in lite, sono una cosa ben problematica, perché con la stessa precipitazione essi possono anche arrendersi.

Forse qualcuno dirà: «Ma lo sport vero e proprio non è nient’altro che questo! Il vero sportivo pensa proprio così». Può anche aver ragione (non vogliamo qui addentrarci in una distinzione tra spirito e realtà effettiva). Se la cosa sta così, le virgolette entro le quali ho chiuso la parola «sport» scompaiono e «sport» non è nient’altro che gioco. Dobbiamo esercitare il gioco cavalleresco: tutti i tipi di giochi con la palla, boomerang, giavellotto, arco e disco, corsa e salto, il salto vero e proprio, con e senza asta; i diversi giochi all’aperto, ecc.

Ancora un altro tipo di gioco cavalleresco non dobbiamo dimenticare: quello che comprende i giochi che impegnano la mente. Prima di tutto gli scacchi e altri giochi da tavolino, come la dama, il gioco dei bastoncini, ecc. Anche il gioco del domino appartiene a questa categoria, naturalmente quello vero nel quale non si gioca a casaccio, ma si cerca e si ragiona e si calcola continuamente. Sono tutti giochi cavallereschi. In essi, soprattutto nei giochi alla scacchiera, niente accade per fortuna o per caso, ma in seguito a una battaglia spirituale, in funzione di un chiaro colpo d’occhio, di piani accorti e di una tenace esecuzione: si dà prova di vista ampia e di preciso sentire. Da non dimenticare i compiti che tali giochi pongono e per i quali importa di sapere risolvere sempre nuove situazioni e difficoltà con chiarezza precisione, con senso strategico. Tutti questi giochi, corporei o spirituali, implicano anche un altro compito: di prepararci da soli gli strumenti necessari per eseguirli. Per esempio arco e frecce, aste e pennoni e così via. E riguardo ai giochi da scacchiera vale la stessa cosa. Un bel lavoro, per le sere d’inverno, consiste nel costruirsi belle scacchiere con quadretti di legno annerito dal fuoco opportunamente colorati, o ritagliati in linoleum, o con tasselli incastrati; le figure si possono tagliare in legno o modellare in creta; e le pedine si possono ritagliare e rifinire in legno o linoleum, o latta. Ecco un bel lavoro di artigianato da compiere.

Dallo spirito del vero uomo, spirito diritto, forte e puro, disinteressato e nobile, sicuro, serio e allegro nello stesso tempo, deve anche derivare la consapevolezza della propria nobiltà. Perché che cosa significa essere nobile? Avere in sé più responsabilità degli altri. Significa sapere che l’onore è lo scopo delle nostre azioni, sapere che il nostro posto è dove c’è pericolo. Che, in fondo, c’è un unico nemico: ciò che è volgare. È nobile non l’uomo che fa tutto questo soltanto dopo una faticosa riflessione e di proposito, ma quello per cui tale modo di procedere ha finito per connaturarsi tanto col suo stesso essere che egli non può fare altrimenti.

Volgiamoci ora ad altri pensieri che si possono derivare, per estensione, da quelli fin qui esposti: si è parlato del gioco cavalleresco; ma esso ha una profonda parentela con un altro momento essenziale della vita dell’uomo: il servizio cavalleresco. Chi serve è come se dicesse: io non sono qui per mio piacere, ma per un uomo, o per una cosa o per un compito. Ma ci sono due modi per svolgere tale attività: da servo o da cavaliere. Il servo presta servizio perché vuole una mercede, o perché è costretto. Chi ha animo di cavaliere serve perché si tratta di una grande cosa, indipendentemente da vantaggi o da mire particolari. Che la cosa riesca: ecco il suo scopo. Egli non serve costretto, ma di libero impulso. È servizio cavalleresco garantire per un uomo, al quale si è fatto dono della propria fedeltà. Prima di tutto si attui tale servizio in favore di chi è nostro amico; e poi di chiunque confida in noi. Dobbiamo essere segreti, fidati e pronti ad aiutare.

Ogni uomo deve essere cavaliere verso la fanciulla, verso la donna. Non rende questo servizio chi spesso sta loro d’attorno, ma chi sa quando è il momento di stare in compagnia e quando di star soli. E nemmeno è cavaliere chi racconta alla fanciulla tutte le difficoltà in cui si trova e non fa che addossarle, oltre quelle che già le competono, anche le proprie, ma è cavaliere se viene a capo da solo delle sue faccende. Compie un servizio cavalleresco chi, di fronte alla fanciulla, tiene il contegno più rigoroso e corretto, e se si accorge che essa si lascia andare, si contiene doppiamente, per sé e per lei. E poi chi è cavaliere, porge il suo aiuto spontaneamente dove se ne presenti la necessità: risparmia una fatica. Ma, posto tutto questo, che dire del dilagare, anche nelle circostanze più inconcepibili, di un atteggiamento comodistico, che dire della mancanza di riguardi? Sono fatti cui ogni giorno assistiamo. La risposta è sempre la stessa: c’è una gran differenza tra le parole e i fatti!

L’uomo deve prestare servizio cavalleresco ai deboli. Li protegge dalla necessità e dai pericoli esterni; difende il loro onore e il loro buon nome. L’uomo cavalleresco si pone spontaneamente a fianco di chi è minacciato, del più debole, di chi soccombe. Ciò lo distingue dall’uomo interessato. E proprio del santo esercizio del più nobile servizio cavalleresco, quello cioè che ha per oggetto Dio e il suo regno. Così, una volta i crociati si facevano garanti per Cristo. Non con le armi ma con la parola e con l’azione; nella vita pubblica e privata; di fronte agli indifferenti, ai motteggiatori, ai nemici. Dio ha posto, per così dire, il suo onore nelle nostre mani: dobbiamo difenderlo. Un tale servizio cavalleresco richiede molto da noi: che ci professiamo tutti in funzione di un dato oggetto, senza mai rinnegarlo. Che ce ne facciamo garanti anche se gli avversari sono numerosi e se il nostro svantaggio è forte. E tutto questo dobbiamo compierlo liberi e giocondi. Chi è cavaliere deve vivere in modo tale da mantenersi degno di questa sua missione. Il servizio cavalleresco è arduo; molte cose ci sono proibite che sarebbero lecite, in una situazione diversa. Il detto che dice: «La nobiltà ha i suoi obblighi e i suoi pesi», vale anche in questo caso.

Una terza cosa è propria dell’uomo in quanto tale: l’opera. C’è una grande differenza tra «opera» ed «esecuzione di un lavoro». Quest’ultima la fa anche un servo. Compiere un’opera è solo di chi è libero. Ma ciascuno è di fronte a questo dilemma: può scegliere se vuole essere servo o uomo libero. Tutto ciò che facciamo può essere «opera» o solo «esecuzione». Un compito di scuola, un lavoro di casa, la fabbricazione di un utensile, o l’adempimento del proprio dovere d’ufficio, tutto diventa «opera» se lo compiamo per sé stesso, come è richiesto dalla sua natura. Diventa lavoro servile, se lo facciamo perché dobbiamo farlo, oppure per denaro. Può darsi che un architetto sappia costruire una casa, ma nel costruirla si adoperi in tutti i modi per conseguire un forte guadagno. In tal caso lavora sotto la spinta dell’utile e la sua non è che una esecuzione, non un’opera. Oppure egli costruisce la casa come essa deve esserlo, considerato il luogo dove sorgerà, i mezzi da impiegare, le persone alle quali deve servire. La costruirà secondo quell’idea che di essa ha concepito nel suo spirito, schietta, bella, senza preoccupazioni; allora compie un’opera. Naturalmente l’architetto deve fare i conti con le disponibilità; deve anche avere il suo tornaconto perché deve pur vivere. Ma c’è una grande differenza, se egli costruisce la casa solo per conseguire un guadagno, o anche sotto la spinta di un impulso interiore. E così è per tutte le cose. Per esempio un tema: può essere un lavoro di pura esecuzione materiale, se è scritto solo per il maestro o per il voto: e allora è qualche cosa di servile. Ma può anche essere fatto per sé stesso, perché così deve essere fatto, e allora è un servizio reso spontaneamente alla cosa in sé stessa, è un’opera. Qualunque cosa può sempre diventare un’opera, se si indaga nel suo intimo per scoprire in che modo essa stessa richiede di essere fatta, per capire quello che la sua essenza esige, e se la si compie tenendo conto appunto di tali esigenze.

Ciò non significa che dobbiamo comportarci come altrettanti visionari fuor della realtà. Non significa che, puntando sul bello e sull’ideale, dobbiamo nel frattempo dimenticare di fare i nostri conti. Non significa fare le persone superiori e lasciarsi sopraffare da tutti, non pretendere ciò che ci è dovuto per un senso di magnanimità. Tutto questo non sarebbe cavalleria, ma debolezza. Non viviamo in un mondo ideale, bensì in un mondo duro; spesso tra uomini malvagi e provvisti di buoni gomiti. Ed è una delle cose più importanti, per i giovani, saper decidere se vogliano diventare dei visionari estranei alla vita, oppure se abbiano la forza per inserirsi nella realtà. Il che implica anche che facciano accuratamente i conti per ciò che si riferisce alla loro vita di lavoro, che difendano il loro legittimo guadagno, che esigano ciò che è loro dovuto, mostrando anche i denti in caso di necessità.

Queste sono le tre zone su cui si estende il dominio dell’uomo: l’opera, il servizio e il gioco.

Non si possono separare, appartengono l’una all’altra. Tutte e tre hanno in sé la libertà, cosicché, nel loro ambito, nessuna agisce per costrizione, ma spinta da una forza interiore. Implicano in sé anche la nobiltà che consiste nel sentire di dover agire là dove non sia in vista nessun vantaggio. E tutte e tre, gioco, servizio, ed opera, hanno un che di festoso. Per poter compiere una vera opera, per servire bene e per bene giocare, uno deve essere un vero uomo. Cioè deve stare fermo e sicuro in sé stesso, forte di fronte ad ogni tumulto circostante, deve avere la vista chiara, la volontà incrollabile, il cuore libero. Chi si trova in simili disposizioni trasforma in opera il suo lavoro compiendolo con energia e costruendolo solidamente. Nel servire si impegna tutto con coraggio e disinteresse, si tratti di uomini o di convinzioni da difendere. Ma mentre realizza la sua opera, mentre compie il servizio al quale si è impegnato, deve sopportare gli attacchi di individui bassi e volgari. Il gioco servirà a liberarlo da ogni oppressione. Nel gioco bene inteso si solleva dalla dura necessità che l’opera intrapresa e il servizio accettato gli impongono.

Accudire con costanza alla propria opera, procedere diritti per la propria strada, questo è proprio di un vero uomo. Per far ciò gli occorre spazio e se non gli è dato naturalmente, sa procurarselo. Dio lo ha fatto così, dunque ha diritto ad essere così. Ciò non significa che deve considerarsi qualche cosa di speciale, o che non deve vedere i propri errori. Egli vuole essere, non apparire; vuole avere delle virtù reali, non simulare quello che non c’è.

Dunque quest’uomo scruta con acutezza dentro di sé. Sa bene quale sia la sua situazione; conosce le sue forze migliori, ma sa anche che esse sono sempre, nello stesso tempo, la fonte di errori, e si preoccupa di dominarle. Ma egli afferma il proprio essere e vuole perciò spazio. E vuole farsi strada, senza prepotenza, ma decisamente; senza fare ingiustizia agli altri, ma anche senza lasciarsi imbrogliare. Tutto questo appartiene al vero uomo.

Passiamo ora a una considerazione importante: ci sono anche gli altri! Fr. W. Förster ha detto: «Il principio e la fine di tutta l’educazione civile consiste nell’afferrare la seguente verità, ovvia e pur tanto difficile: Non ci sono solo io, ci sono anche gli altri». È proprio di chi è uomo nel pieno senso della parola di non angustiarsi del fatto che esistono anche altri individui, così come non ci si deve inquietare se altri vedono le cose diversamente da noi. E nemmeno si deve pretendere di mettere tutti sullo stesso piano, né si deve credere che tutti la debbano pensare come noi. È questa un’abitudine di certe vecchie zie che sono solite dire in tono di rimprovero: «Da noi, si è sempre fatto così…!». Un vero uomo invece rispetta tutti. Egli pensa: «Tu sei diverso. Resta quale sei, ne hai diritto!». La vera forza consiste nel sapere stare gli uni accanto agli altri, tranquilli e tolleranti. È una prova di debolezza non volere che gli altri abbiano un valore per quello che sono. Infatti se chi si comporta così fosse sicuro di sé stesso, resterebbe tranquillo accanto ai suoi simili e non gli verrebbe neppure in mente che quelli dovrebbero essere come lui. Il vero uomo si rallegra non appena si imbatte in un tipo energico, anche se è molto diverso da lui; appena si accorge che uno sa star ritto sulle sue gambe e servendosi dei suoi propri mezzi, è tutto contento e soddisfatto d’averlo incontrato.

Su tale comportamento si fonda un’importante realizzazione dell’uomo: la comunanza. Chi non le riconosce un’altra origine, può però considerarla come un mezzo per fare degli altri i suoi schiavi oppure può egli stesso asservirsi: o diventa svogliato e se ne sta ai margini inattivo contentandosi di levare lamentele. Nessuno di questi tre modi di intendere la «comunanza» è degno di un uomo. Il primo è violenza, il secondo schiavitù, il terzo astensione. Il vero uomo vuole essere libero egli stesso, e vuole avere a che fare con uomini liberi. Si ispira alla giustizia e al rispetto.

Di qui scaturisce la vera comunanza dell’azione. Due o più persone si accordano tra loro, ognuno tiene in considerazione il punto di vista dell’altro; cercano un ragionevole accomodamento, ripartiscono i compiti, stabiliscono chi deve avere funzioni direttive. Ora ciascuno compie il proprio lavoro, e sa armonizzare con gli altri. Così, da un libero lavoro associato, nasce un’operazione liberamente prodotta. Nessuna vera e grande opera può mai attuarsi se l’uomo non si dà una forte disciplina, se non sa conciliare la propria opinione con quella degli altri e subordinarsi alle direttive comuni. Certo si potrebbero citare opere importanti fondate sulla costrizione e sulla schiavitù: le piramidi per esempio stanno in piedi ancor oggi. Ma chi sa vedere è preso dal raccapriccio per tutto il sangue e la disperazione e la violenza che può trovare per così dire murate tra le loro pietre e che gridano vendetta al cospetto di Dio. E lo stesso è di certe opere del nostro tempo, veramente orribili agli occhi di Dio. È grande solo ciò che è grande ai suoi occhi. E il suo giudizio cadrà un giorno non solo sugli uomini ma anche sulle loro opere, sia che queste appartengano alla scienza, all’arte, al commercio, o a qualunque altra attività. Davanti a Dio è grande solo ciò che viene dalla giustizia e dal rispetto per l’uomo, che è fatto a sua immagine e somiglianza. La vera forza dell’uomo non sta nel pugno, ma nel carattere. E chi cerca di asservire il diritto con la violenza, non è solo un sacrilego, ma, nel suo intimo, anche un debole, per grandi che siano state le sue manifestazioni di forza. Si trova qui anche la radice della vera politica, la quale non si fonda sulla scaltrezza, sui grandi discorsi e sulle parole ad effetto, sulle agitazioni e sui tumulti, non parte dalle critiche fanfarone e dalle richieste impossibili. Politica è disciplina. È l’alta arte di lavorare decisamente e tenacemente, ma insieme anche conservando il rispetto delle convinzioni altrui, per il bene di tutti. Politica è l’arte di saper vedere tutte le forze vive disponibili e di saperle collegarle. L’arte di riunire uomini liberi in un libero lavoro associato, di gettare un ponte tra posizioni antitetiche, di sintetizzare in una grande unità i diversi punti di vista e le diverse opinioni, beninteso, senza offendere la verità; in ciò consiste precisamente il compito politico. Perché è senza valore imporre con la violenza un’opinione particolare, così com’è senza valore costruire un’unità apparente, senza carattere, retta solo dall’astuzia. Ciò che si esige dal vero politico è molto più grande, ma anche molto più difficile. La cattedrale si regge solo in funzione dell’opposta spinta ascensionale delle volte. E altrettanto la grande costruzione della società statale, non può attuarsi in funzione di un’opinione, di una tendenza, bensì attraverso la collaborazione e la cooperazione di tutti. La politica è un dato comportamento; e consiste precisamente nel vedere lo scopo in funzione del tutto. Avere una propria convinzione decisa, ma insieme essere sempre pronti a imparare da tutti. Seguire il proprio cammino senza deviazioni, ma rispettando l’opinione altrui. Restar fedeli a sé stessi, non rifiutarsi però nel contempo di collaborare con gli altri.

Ma come ci si deve comportare quando si è convinti, e si sa che l’altro ha torto? Abbiamo cercato di chiarirgli la cosa ed egli non la capisce? Allora non resta altro che la lotta. Ma il vero uomo si serve di armi pulite per la sua lotta. Non disprezza l’avversario, non lo calunnia, non lo denigra, ma lo stima; si compiace perfino dell’avversario se questi è cavalleresco. Allora si possono misurare a fondo le forze. È stato detto che non si deve solo parlare del migliore amico, ma anche del migliore nemico. E il migliore nemico è quello che combatte tanto decisamente da costringerci a chiamare a raccolta tutte le nostre forze. Egli ci induce a vagliare sempre più intimamente le nostre vedute perché possano reggersi; pretende da noi un’ininterrotta vigilanza; ci si scuote da ogni pigra sicurezza, e ci mette nella posizione che ci compete in quanto uomini: quella della lotta. Sapersi compiacere del proprio avversario in un aspro combattimento, ecco un altro segno della vera forza dell’uomo. Leggo la fine del canto di Walthari: i cavallereschi campioni sono stati or ora di fronte l’uno all’altro per la morte e per la vita, Walthari, Hagen e Gunther, ed ora stanno seduti insieme e si lanciano le loro celie feroci, ciascuno con l’orgogliosa sensazione di aver avuto davanti a sé un uomo prode. È male che di una tale diposizione nella vita pubblica come in quella privata non si possano più trovare che poche vestigia!

Ed ora addentriamoci sempre più là dove è possibile stabilire con assolutezza quale sia la vera natura dell’uomo. Non è una cosa che si capisca immediatamente. Per formarsi delle nozioni ci vuole tempo; ne occorre anche per questa. Viene però il momento, intorno ai trent’anni, ma può essere anche prima o dopo, che i nostri occhi si aprono. Ci si guarda attorno e si vede che si è soli. Non esternamente soli, molti uomini ci possono restare fedeli all’esterno, ma soli di dentro. Soli col proprio essere, col proprio destino, con la propria missione. Come si spiega ciò? Negli anni giovanili noi crediamo di vivere completamente in mezzo agli altri. Certo passiamo anche dei periodi nei quali ci sentiamo incompresi, ma la vera solitudine arriva solo più tardi, quando prendiamo coscienza di noi stessi. Quando comincia a nascere in noi l’idea: «Io sono così. E gli atri sono diversi. Molti non mi capiscono; altri solo a metà. Pochissimi vedono fino nel mio intimo». È una sensazione alla quale non ci si può sottrarre e sulla quale non c’è da discutere. Si vede in che modo gli altri ci fraintendono, ci respingono; eppure bisogna stare in mezzo a loro. Allora ecco sopravvenire la vera solitudine; è il momento in cui si decide se siamo in grado di stare saldi o se fuggiamo da noi stessi. Ma si può poi fuggire da noi stessi? Certo. Viene la grande tentazione di voler essere come tutti gli altri, di stare in linea con loro. La tentazione di vedere bello quello che gli altri vedono bello, e brutto quello che vedono brutto. Siamo indotti a cercare quello che gli altri cercano, a ritenerci contenti delle conquiste fatte con loro. Ci orientiamo sugli altri. Ora è vero che dobbiamo imparare dagli altri, che dobbiamo allargare la nostra visuale, e vincere la limitatezza della nostra disposizione nella vita in comune con essi. Niente di più meschino che ritenersi qualcosa di speciale e pensare di non avere nulla da imparare. Ma c’è una grande differenza tra il tener saldo il proprio essere cercando solo di liberarlo da punti di vista limitati e da errori per fargli raggiungere la perfezione, e la rinuncia ad esso per accogliere in noi un modo d’essere del tutto diverso. Ecco la grande tentazione!

Si avvertono anche, con grande pena, le proprie manchevolezze. Prima avevamo sempre pensato che con un paio di propositi energici tutto poteva essere vinto; ma ora abbiamo sperimentato quanto tenacemente il male sia radicato nella natura. Sentiamo i rimproveri e le critiche altrui e ci accorgiamo di quanto abbiano ragione. Allora si fa strada in noi la tentazione che ci induce a dubitare di noi stessi. Si tratta ora di difenderci: «Io sono così. Questa è la mia essenza, queste le mie forze, queste le mie manchevolezze. Eccomi, quale sono, di fronte a me stesso». Certo, bisogna perfezionarsi, ma la perfezione non si raggiunge fuggendo da sé stessi, o annullandosi in una forma estranea, ma tenendo conto del proprio modo d’essere: «Voglio dirigere il mio cammino verso Dio, ma seguendo la mia strada e servendomi delle mie gambe». Allora soltanto può veramente avere inizio la nostra battaglia. È tutto chiaro e netto e preciso, comincia la vita e la lotta di ogni giorno. Se sei capace di porti decisamente di fronte alla tua propria realtà e di tener duro, allora sei uomo. Ma si richiede anche tu sappia resistere di fronte a qualche altra cosa: di fronte al tuo proprio destino. Goethe ha detto che ci capita di conoscere tanti uomini, e dapprima queste relazioni sono soltanto belle e interessanti, ma un giorno ci si accorge che esse si sono trasformate nel destino. Rapporti, esperienze, azioni e parole serie, allegre, inconsiderate… da principio tutto è vita che zampilla, piena di colori, piena di forza e di tensione. Ma col tempo tutto diventa rigido e pesante, diventa destino. Lo avvertiamo un giorno e riflettiamo: finora ho vissuto solo i preliminari della vita. Ora la cosa si fa seria: responsabilità che ci siamo assunti; situazioni nelle quali ci veniamo a trovare; relazioni che abbiamo intrecciate; promesse date; dichiarazioni; professioni di fede, tutta diventa ora dura realtà. E di nuovo bisogna decidere: ci sottrarremo a tutti questi impegni? Racconteremo fandonie? Lasceremo le cose come stanno? O prenderemo le nostre responsabilità? Non voglio dire con ciò che dobbiamo rassegnarci alle situazioni dure, quando possiamo uscirne con onore; che dobbiamo mantenere relazioni opprimenti che abbiamo tutto il diritto di sciogliere. L’uomo si foggia lui stesso il suo destino, e fino all’ultimo può lottare per renderlo grande e bello. Ma l’importante è che egli sappia tenersi saldo in ciò che concerne i doveri e gli obblighi che veramente gli competono. E anche qui può cominciare per la solitudine. Può essere che un giorno ci si trovi soli di fronte al proprio destino. Ma è arrivato il grande momento: e chi sa resistere, è un uomo.

Inoltre, dobbiamo anche metterci in grado di far fronte all’opera, alla professione, alla missione che ci sono destinate. Ognuno ha la sua missione. So che molto si potrebbe obiettare a questa asserzione. Tuttavia sostengo che ciascuno ha una missione, ciascuno ha qualche cosa da compiere, qualche cosa da dire, qualche cosa da essere. In ogni professione ci sono molti lati duri. Al principio tutto sembra bello, solo col tempo si rivelano le difficoltà. Molti debbono fin dal principio fare ciò che riesce gravoso. E viene il momento in cui ci si trova di fronte agli altri: ciascuno è egoista e limitato e si comporta con ingiustizia. Così ogni professione è una lotta: si è in lotta con il proprio stesso compito e con gli altri uomini. Da principio la volontà e la gioia di operare sollevano al disopra tutto questo; e inoltre gli uomini sono ancora nuovi agli occhi l’uno dell’altro, non si conoscono ancora bene. Ma col tempo le opposizioni si fanno sentire, e un bel giorno eccole cresciute e operanti in tutta la loro crudezza. Allora si vede il proprio compito in tutta la sua difficoltà. Si vede quanto sia profondo il contrasto che si separa da loro; contrasto che esiste già tra noi e quanti sono benevoli nei nostri confronti; figuriamoci quali proporzioni assume quando si tratta di persone che non si curano di noi o che ci sono addirittura nemiche. Incomprensione, gelosia, invidia, limitatezza, tutto si avverte. Allora di nuovo una decisone si impone: dobbiamo aver paura? Dobbiamo tradire il nostro compito? Dobbiamo aver paura della gente e ritirarci, cedere il passo? O avremo timore della nostra stessa solitudine e ci metteremo nel gregge? Oppure dobbiamo resistere?

Ciò che ho detto fin qui non significa però che uno deve perdurare in un genere di lavoro che non gli interessa, se appena ha la forza di affrancarsene. Non significa contrastare l’esperienza e il giudizio ponderato, perché si pensa di mostrare così come ci sta a cuore la nostra missione. Ma se uno ha riconosciuto a proposito di un dato lavoro: «Questo è il mio posto, la mia professione, è proprio quello che devo fare» e poi si accorge, venuto il momento di decidere, dei lati duri implicati anche da quella professione, allora non gli è lecito di ritirarsene: deve tener duro, anche di fronte all’incomprensione e all’animosità degli uomini. «Coraggio, la tua insegna sventola contro colui che ti si oppone.»

Essere uomo, significa essere fedeli a sé stessi. E non c’è in questo punto alcuna differenza tra l’uomo e la donna, poiché anche «esser donna» non significa, fondamentalmente, nient’altro che divenire, liberamente, una creatura consapevole e fedele.

Poco fa si è detto che è uomo chi «da solo» sa persistere nel suo essere, nel proprio destino, nel proprio compito. Questo è esatto solo a metà. Quel «da solo» significa soltanto «senza la collaborazione di altri uomini». Ma qualcuno è sempre al nostro fianco e solo stando con Lui si può arrivare a concludere qualche cosa: Dio. C’è anche chi vuole resistere, chi vuol fare senza Dio. Ma non si tratta che di un selvaggio stringer denti, e qualche cosa dentro di noi si irrigidisce. Dio ce ne guardi! Solo in Lui ogni cosa assume tutto il suo vero volto: il nostro stesso essere, perché Egli l’ha creato; il nostro destino, perché Egli l’ha disposto; l’opera, perché Egli ci ha chiamati ad essa. Dio ci dà la forza di plasmare il nostro essere per renderlo libero e completo; ci dà la forza di vincere il destino; di attuare la nostra missione. Egli ci sta accanto e così la nostra solitudine è in Dio. Ha fatto ancora di più. Egli ha saputo resistere prima di noi e per noi nella più terribile delle solitudini: sulla croce. E ai piedi della croce stavano una donna e un uomo, Maria e Giovanni. Solo loro. Tutt’intorno era un coro di scherni e di bestemmie. Ma essi non cedevano. Vedi, questa è per l’uomo e per la donna la più profonda delle conquiste: saper star solo sotto la croce, in nome di Cristo. Una volta siamo stati consacrati per poter dare tale prova di valore: quando abbiamo ricevuto il sacramento della Cresima. Allora lo Spirito Santo ci ha «confermati» per renderci uomini e donne santificati nel Signore. Con ciò ha fine quella tendenza ad «aggrapparsi» che è una traccia di infantilismo in noi. Finisce ogni forma di tentennamento nel giovane. Finalmente possiamo reggerci saldamente in piedi.

Abbiamo percorso un ampio giro, non è vero, per arrivare, prendendo le mosse dal gioco, a un mistero tanto arduo? Ma è stato un vero cammino perché, passo dopo passo, ci ha condotti, da quel punto di partenza, fin qui. Chi compie il primo passo con buone disposizioni, si trova al secondo, e il secondo passo lo avvia al terzo, e così via.

Sarà ora chiaro anche cosa voglia dire: invecchiare bene. Chi è invecchiato così ha vinto ciò che di duro e di faticoso è implicito nell’umana condizione. Per lui tutto è ormai chiaro e libero. Egli possiede di nuovo la semplice confidenza del bimbo e la sua limpida gioia. Ed ora il sacro cerchio della vita si è chiuso: infanzia e maturità sono diventate una cosa sola. Ora viene il tempo dell’eternità.

Romano Guardini

(Da Lettere sull’autoformazione (Lettera sesta) pp. 85-104, Ed. Morcelliana, Brescia 2022)

NOTA BIOGRAFICA

Romano Guardini (Verona, 1885- Monaco di Baviera, 1968), presbitero, filosofo, teologo e scrittore italiano naturalizzato tedesco. È stato, per riconoscimento unanime, uno dei pensatori cattolici più significativi del XX secolo. Dapprima libero docente di Dogmatica cattolica a Bonn e Breslau, ricoprì dal 1923 la cattedra di Filosofia della religione e di Welt-anschauung cattolica a Berlino, Tubinga e infine Monaco.