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L’Epopea dei 47 Ronin. Un Esempio Eroico di Fedeltà e Tradizione contro il nichilismo del Mondo Moderno (di Marzio del Monte)

Asano Naganori (1667-1701)

(Preambolo della Redazione)

Siamo lieti di ospitare sulle pagine di Regina Equitum questo contributo di Marzio Del Monte, originariamente apparso sul suo sito mdelmonte.substack.com

In un’epoca che sembra aver smarrito il senso del Sacro e della Gerarchia, l’autore ci riconduce alle radici dell’etica guerriera attraverso la vicenda dei Quarantasette Ronin. Non una semplice cronaca storica, ma una meditazione profonda sul valore dell’Azione come rito e sulla Fedeltà come via metafisica, capace di trascendere il tempo e la decadenza del mondo moderno.

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Oltre la cronaca di una vendetta: il rito dei samurai di Akō come atto di restaurazione dell’Ordine contro il tramonto della Tradizione

L’episodio dei Quarantasette Ronin, noto in Giappone come Akō Rōshi (浪士四十七, i leali samurai di Akō), è un evento storico avvenuto tra il 1701 e il 1703, divenuto il simbolo nazionale della fedeltà e del codice del Bushido.

Nel 1701, il daimyō Asano Naganori, signore del dominio di Akō, fu incaricato di ricevere degli emissari imperiali a Edo. Un alto funzionario dello shogunato, Kira Yoshinaka, fu designato come suo maestro di protocollo. Asano, forse per aver rifiutato di pagare ingenti “doni” a Kira o per essere stato deliberatamente umiliato e mal istruito, perse il controllo e assalì Kira con una spada corta all’interno del Palazzo dello Shogun, violando così la legge più sacra. Ferito solo lievemente, Kira sopravvisse. Asano fu condannato a morte per seppuku lo stesso giorno, il suo clan fu sciolto e i suoi samurai divennero ronin (samurai senza padrone).

Quarantasette di questi ronin, guidati dal consigliere capo Ōishi Kuranosuke, giurarono vendetta, nonostante la missione apparisse disperata e lo shogunato avesse espressamente proibito qualsiasi azione. Per ingannare la sorveglianza di Kira e delle autorità, essi si dispersero, simulando abbandono e dissolutezza. Ōishi stesso si diede a una vita pubblica di ubriachezza e decadenza, diventando oggetto di disprezzo.

Dopo quasi due anni di paziente attesa, nella notte del 14 dicembre 1702 (30 gennaio 1703 del calendario gregoriano), i quarantasette riuniti assaltarono la magione di Kira a Edo, superando le guardie in un assalto meticoloso. Trovato Kira nascosto in un ripostiglio, lo decapitarono con la stessa lama con cui Asano si era suicidato. Portarono quindi la testa al tempio di Sengakuji, dove era sepolto il loro signore, deponendola sulla sua tomba come offerta.

I ronin si consegnarono poi alle autorità. Dopo un lungo dibattito sull’opportunità di lodare la loro lealtà o punire la loro disobbedienza, lo shogun Tokugawa Tsunayoshi li condannò a morte, ma con l’onorevole seppuku, riconoscendo implicitamente il loro atto. Tra febbraio e marzo del 1703, tutti e quarantasette eseguirono il rituale suicidio e furono sepolti di fronte alla tomba del loro signore a Sengakuji, dove le loro tombe sono ancora oggi oggetto di venerazione. Ogni anno, il 14 dicembre, i giapponesi si recano al tempio per onorare i 47 ronin.

Un Episodio di Eroica Fedeltà nella Notte della Modernità

In un’epoca di tenebra spirituale come la nostra, dominata dal materialismo e dall’oblio di ogni principio superiore, l’epopea dei Quarantasette Ronin si erge come un faro di luce imperitura. Non si tratta di un semplice fatto storico, di una cronaca di vendetta, bensì di un Mito che parla all’uomo eterno, all’uomo che ancora anela all’Assoluto.

Nel Giappone del periodo Genroku, già segnato dai primi cedimenti della ‘Tradizione’ sotto i colpi del mercantilismo e di un edonismo nascente, l’azione dei Ronin rappresenta un’ultima, fulgida testimonianza di un mondo ordinato secondo Gerarchia e Dovere.

La loro non fu una vendetta dettata dall’odio, ma un Atto rituale. Un rito di restaurazione dell’Ordine violato per lavare con il sangue la macchia inferta all’Onore, che era l’Onore stesso della Casta guerriera

Il loro Signore, Asano Naganori, colpito a morte dall’ingiustizia e dalla provocazione di un burocrate corrotto, incarna la figura del nobile che, di fronte alla profanazione dell’Onore, non può transigere. La sua condanna a morte non è la sconfitta di un uomo, ma il sintomo della vittoria del mondo plebeo, delle sue meschinità e delle sue furberie, sul mondo aristocratico della rettitudine.

I Quarantasette Samurai, divenuti Ronin, scelsero allora la Via più ardua. Rifiutarono la facile reazione passionale e immediata, che li avrebbe consegnati all’oblio come semplici ribelli. Scelsero, con fredda determinazione, la Pazienza. Attesero, si umiliarono, si nascosero, pianificarono per lunghi mesi. La loro non fu una vendetta dettata dall’odio, ma un ‘Atto rituale’. Un rito di restaurazione dell’Ordine violato. Sacrificarono tutto – la posizione sociale, il benessere, la stessa apparenza della rispettabilità – sull’altare di un Dovere che era, in essenza, un ‘dovere metafisico’: ripristinare l’equilibrio spezzato, lavare con il sangue la macchia inferta all’Onore del loro Signore, che era l’Onore stesso della Casta guerriera.

La loro azione, culminata nella morte di Kira Yoshinaka, fu impeccabile: precisa, disciplinata, senza eccessi crudeli né cedimenti sentimentalisti. Dopo il compimento dell’Impresa, essi stessi si consegnarono alle autorità, chiedendo di seguire il loro Signore nella morte attraverso il seppuku. Non fuggirono, non cercarono scuse. Accettarono la legge umana per aver trasgredito quale prezzo necessario per adempiere a una Legge superiore.

In questo gesto estremo risiede l’essenza eroica dell’episodio. Essi non agirono per un calcolo mondano, né per un “successo” personale. Agirono per un Principio. La loro morte non fu una sconfitta, ma una Vittoria integrale sull’effimero, sulla paura, sulla materialità della vita. Fu un’affermazione di sovranità interiore, l’ultimo, perfetto atto di un’esistenza totalmente ordinata al ‘trascendente.

Oggi, gli uomini moderni, avviliti e senza centro, leggono questa storia e la fraintendono. La riducono a “lealtà”, a “vendetta”, la svuotano del suo significato sacrale. Non comprendono che i Quarantasette Ronin non furono “fedeli servitori”, ma ‘Sacerdoti di un Ordine perduto’, Guerrieri di uno Spirito che rifiuta di piegarsi al mondo della quantità e del compromesso.

La loro vicenda è un monito e un esempio per le esigue minoranze che, nella notte del Kali Yuga, si rifiutano di abdicare. Dimostra che, anche nell’ora più oscura, l’azione eroica – pura, disinteressata e totale – rimane l’unica via per affermare, con la propria vita e con la propria morte, la presenza dell’Eterno nel Tempo.

Marzio del Monte