
(Preambolo della Redazione)
Per gentile concessione dell’Autore, che ringraziamo vivamente, proponiamo questo articolo il quale, tra i vari meriti, mantiene innanzitutto quello di puntualizzare la differenza sostanziale, troppo spesso dimenticata e trascurata, che intercorre tra Impero (tradizionale) e imperialismo (moderno). D’altro canto, la sovrapposizione e confusione dei due termini non si limita a costituirsi come una semplice imprecisione lessicale e concettuale, ma si stabilisce quale inevitabile premessa per un’ulteriore mistificazione: quella che propone l’ “anticristo” nel travestimento di Cristo.
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(Articolo pubblicato dal sito Domus Europa, il 20/4/2026)
Trump non è Enrico IV, Federico il Barbarossa e neanche Federico II
Ho sempre diffidato delle analogie storiche. Tendono a sorvolare sul diverso spirito che informa le varie epoche lungo lo scorrere delle quali si svolge la vicenda umana. Il recente scontro tra un arrogante Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, evidentemente affetto da una ipertrofia patologica dell’ego, e il mite Papa Leone XIV, anch’egli statunitense di nascita, è stato letto dagli sprovveduti – molti tra i commentatori della stampa mainstream – come una replica del conflitto medioevale tra Papato e Impero. Accreditando così gli Stati Uniti di un ruolo “imperiale”, nel senso tradizionale del termine, che essi non hanno affatto benché è esattamente ciò che vorrebbero far credere gli ambienti catto-conservatori, tanto oltreoceano quanto nella vecchia Europa, soliti ad adottare gli occhiali dello strabismo pur di difendere un “Occidente” ancora incautamente confuso con la Cristianità tradizionale.
Delle radici puritane e massoniche degli Stati Uniti sembrano, in area catto-conservatrice, essersene dimenticati in molti. Una dimenticanza risalente al dopoguerra quando sembrava che Washington fosse l’antemurale al comunismo sovietico, ritenuto il male peggiore invece che il braccio occidentale della duplice morsa anti-tradizionale la quale mirava a stritolare l’Europa cristiana. Caduto il comunismo, i cattolici conservatori non hanno aperto gli occhi sulla natura effettiva degli Stati Uniti e, sostituendo al sovietismo l’islam, hanno continuato a perorare Washington quale spada e scudo di una Cristianità che, ormai defunta da secoli, esiste solo nelle loro fantasie nostalgiche. Non sono, d’altro canto, mancanti i minoritari circoli sedevacantisti per i quali in fondo Trump se le è presa con un signor nessuno che, a loro dire, occupa senza titolo il soglio di Pietro, sicché nella vicenda non si registra alcun problema. Non s’avvedono costoro che in tal modo portano acqua all’impianto evangelicale-protestante sul quale si sostengono gli Stati Uniti, non solo il trumpismo.
Il conflitto tra i “due soli” nella Cristianità aveva alla base il problema della Fonte del potere imperiale. Il punto focale delle riflessioni teologico-politiche medioevali, e delle conseguenti diatribe, era la questione della derivazione del potere dell’Imperatore direttamente da Dio o dalla delega del Papa. Dante era favorevole alla prima tesi benché ritenesse, poi, che da parte dell’Imperatore dovesse esserci comunque un filiale rispetto per il Papa. Era ben chiaro a Dante, come a tutti i teologi e filosofi che si opponevano alle tendenze teocratiche del Papato, foriere di corruzione ecclesiale, che il Papa incoronando l’Imperatore non faceva altro che eseguire un rito senza tuttavia delegare alcun proprio potere in temporalibus. Questo potere, invece, proveniva all’Imperatore direttamente da Dio.
Si trattava, in quel mondo tradizionale, della dialettica interna tra Sacerdozio e Regalità che, benché distinti, hanno entrambi una unica Fonte nel Cristo Rex et Sacerdos al modo di Melchisedeq. Questo misterioso personaggio cananeo viene definito in Genesi «re di Salem, sacerdote del Dio Altissimo» e nella Lettera agli Ebrei “senza genealogia” (Gen. 14,18; Salmo 110; Lettera agli Ebrei 7; 5,6-10; 6,20). Ad esso Abramo si sottomette, pagando la decima, per riceverne in cambio i simboli eucaristici del Pane e del Vino. Salem non sta soltanto a indicare il primigenio nome della Città Santa di Gerusalemme, che in età abramitica non ancora esisteva se non quale insediamento abitativo non più grande di un villaggio, ma rimanda, nel suo significato, alla Pace, in senso metafisico, e quindi anche alla Giustizia divina che, per l’appunto, come recita il Salmo 84-11, con la Pace e la Misericordia si bacerà in una congiunzione eterna e indissolubile («Misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno»).
Da parte papale a partire dalla lotta per le investiture – nell’XI secolo, nella logica della complementarietà dialettica tra le due Auctoritates, di cui sopra, senza dubbio necessaria per liberare l’Ecclesia dal condizionamento imperiale (che tuttavia non era così oppressivo e portatore di corruzione come ci è stato trasmesso dalla propaganda “guelfa”, anzi i Papi ottoniani furono integerrimi nel costumi proprio perché esenti da preoccupazioni politiche mondane) – si oltrepassò ogni pur giusto limite di riequilibrio sconfinando nella illegittima pretesa, teocratica, per la quale le due spade, la spirituale e la temporale, sarebbero state entrambe ab origine attribuite da Cristo al Pontefice sicché, poi, il Papa, incoronandolo, delegava quella temporale all’Imperatore. Questa pretesa faceva del Papa l’Imperatore secondo la tesi esposta da Gregorio VII nel Dictatus Papae. Una posizione la cui insostenibilità, indebolito il potere imperiale, si rese manifesta con l’emergere della potenza, essa sì tendenzialmente laicista, dei monarchi nazionali, fino alla costituzione di “chiese nazionali”, come l’anglicana, la luterana, e, benché in tal caso non si arrivò all’eresia dogmatica e allo scisma, la gallicana. Nazionalismi ecclesiali strumento politico degli Stati nazionali nascenti sulle ceneri dell’Universalismo romano-cristiano medioevale. L’episodio dello schiaffo di Anagni fu il segno epocale dell’avvio di tale deriva, come ben comprese, ancora una volta, Dante Alighieri.
La logica moderna del conflitto Chiesa-Stato e la seduzione millenarista del cristiano-sionismo
Ora tutto questo è ormai tramontato da secoli. Lo scontro tra Trump e Leone XIV è di altro genere e ha piuttosto a che fare con il “decisionismo” che è alla base dell’idea moderna dello Stato. Un problema che già gli antichi avevano affrontato in tragedie come l’“Antigone” di Sofocle. Si tratta, ovvero, del fondamento medesimo del potere politico come inteso dalla modernità. La domanda che sta alla radice della forma del Politico della modernità, ossia lo Stato, è, in altri termini, la seguente: il potere politico si autocostruisce, riassume cioè in sé ogni istanza (“superiorem non recognoscens”), manipola il mondo a immagine e somiglianza della propria volontà di potenza, e quindi non trova sopra di sé alcuna altra legge morale, la quale delimitandone il campo di azione gli indica contemporaneamente anche i limiti che non può oltrepassare – pur riconoscendo al contempo la sfera sua propria e intangibile nonché necessaria (“«non c’è Autorità se non da Dio … non invano essa porta la spada», san Paolo Lettera ai Romani, 13, 1,4) – oppure, al contrario, il potere politico (e anche quello economico) non può ritenersi ultima istanza e quindi non può pretendere di “autocostruire” il mondo?
Il conflitto tra Trump e Leone XIV è di questo secondo tipo, tutto moderno, e non ha nulla a che fare con quello medioevale Papa-Imperatore perché lo Stato moderno, anche nella versione deistico-massonica della Repubblica statunitense, non pretende più alcun fondamento sacrale (casomai lo contraffà). Questo fondamento è stato nella modernità surrogato attraverso manipolazioni intese a impiantare forme di religiosità civile, politica, terrena, subentrando allo Spirito l’ideologia umanistica nelle sue varie forme, dal nazionalismo al comunismo, dal democratismo al liberalismo.
Il problema del conservatorismo cattolico, e di quello americano in particolare, è non tener conto di ciò che appare molto ben chiaro alla luce della Rivelazione tradizionale ossia che quello in atto da secoli nella sfera anglofona è una delle forme moderne, sicuramente la più insidiosa e sottile perché non immediatamente antagonista, del ripetuto tentativo di assorbire il Cattolicesimo, quale instrumentum regni, al servizio di progetti di ricostruzione unilaterale e globale del mondo secondo la visuale ideologica di turno. Negli Stati Uniti è in atto, da decenni, la seduzione “solovieviana” volta a unificare Cattolicesimo ed evangelicalismo millenarista in un fronte unitario a sostegno dell’alleanza americano-israeliana, “teologicamente” giustificata nella sua volontà di potenza.
È stato osservato che, attaccando Papa Leone XIV, Trump voglia spingere la Chiesa cattolica a unirsi in una sorta di “lega santa” all’alleanza ebraico-protestante, per la guerra all’islam iraniano, nella convinzione che si tratti di una guerra escatologica, di una battaglia apocalittica, come essa viene dipinta dai telepredicatori evangelici statunitensi nelle loro folli e deliranti scenografie di massa basate su uno psichismo fuori controllo[1].
Negli stessi Stati Uniti sussiste, da tempo, un latente conflitto tra il Cattolicesimo e le derive millenariste dell’evangelicalismo protestante a matrice cristiano-sionista. Nell’amministrazione Trump prevalgono gli evangelici “apocalittici” guidati dalla forsennata consigliera religiosa del Presidente, Paula White Cain. I cattolici sono in minoranza e fanno riferimento a J. Vance, il vicepresidente. Il quale, però è approdato al Cattolicesimo solo di recente e proviene anche lui dall’evangelismo protestante. La sua campagna elettorale è stata sponsorizzata, guarda caso, dall’ambiguo Peter Thiel, di cui diremo fra poco. Sicché difficilmente potrà essere Vance a frenare la deriva psicotica di Trump e dei suoi sostenitori cristiano-sionisti[2].
L’alleanza lobbista tra evangelici-protestanti e sionismo, come è, ormai, evidente a tutti, è il vero motore ideologico dell’Occidente post-cristiano. Tra le organizzazioni sioniste, le sette religiose ebraiche, le sette evangeliche del neo-protestantesimo radicale, anche italiane, i partiti politici – di destra e di sinistra – e i singoli uomini politici – in Italia appartenenti a tutte le forze presenti nel parlamento, da FdI al Pd – esistono, da decenni, strettissime relazioni tali da costituire una vasta rete lobbistica che esercita un controllo ferreo sui media occidentali imponendo un linguaggio tutto favorevole allo Stato di Israele nonché la costruzione della semantica occidentale sulla base della nuova religione civile incentrata sul genocidio ebraico assurto a dogma religioso esente – pena la scomunica civile per “eresia” – da qualsiasi indagine storiografica o scientifica[3].
Sul versante religioso, la rete lobbista, in questione, unisce la calvinistica “teologia della prosperità” e un’escatologia millenaristica artefatta – elaborata nelle logge del dispensazionalismo angloamericano ottocentesco – ad una politica mossa da volontà di potenza. Si tratta del sottofondo oscuro, abissale, nascosto ab origine, ovvero a partire dal XV-XVI secolo, nell’intimo dell’Occidente moderno, che nei nostri tempi sta emergendo in tutta la sua visibilità dopo essersi insinuato attraverso le maschere, usate nei secoli passati, delle filosofie e ideologie razionaliste, illuministe, positiviste, materialiste, scientiste. Dietro la apparente dura corazza del vecchio razionalismo occidentale si nascondeva, in realtà, questo liquame spiritualista di segno invertito il quale ne era il nucleo ardente e pulsante che ora sta dissolvendo la stessa corazza esteriore – in altri termini sta annichilendo le vecchie pseudo-certezze razionaliste – affiorando in superficie. Chiusa razionalisticamente la via verso l’Alto inevitabilmente si è aperto l’abisso irrazionalista verso il basso. Chi ancora crede che sia possibile una qualche difesa di questo Occidente terminale, solo perché in passato ci ha garantito le libertà o lo Stato di diritto o il benessere economico, deve ora fare i conti con la dura realtà, con i suoi esiti imprevisti, e non semplicemente limitarsi a stigmatizzare gli avversari di tale deriva con il solito ricorso al vocabolario propagandistico corrente che cerca di screditarli come “putiniani”, “complottisti”, “antisemiti”, e via calunniando.
Chi è Peter Thiel e perché i cattolici conservatori lo seguono?
Che siamo di fronte a una operazione teologico-politica equivoca, dai chiari segni “luciferini”, lo ha dimostrato, da ultimo, uno dei principali sostenitori, anche finanziari, di Donald Trump, ovvero il noto magnate Peter Thiel. Apologeta della teologia della prosperità di matrice evangelicale, Thiel di recente giunto a Roma, ovvero sotto la finestra del Papa, per una conferenza, a porte chiuse riservata a una élite di un certo spessore, ha additato, al suo pubblico, come “Katechon” gli Stati Uniti quale avanguardia della costruzione di un ordine mondiale biblicamente ispirato.
Peter Thiel
Per capire il personaggio di Peter Thiel bisogna fare riferimento all’affresco del Signorelli, nel duomo di Orvieto (cappella di san Brizio), intitolato la “predicazione dell’Anticristo” e poi leggere, o rileggere, il “Racconto dell’Anticristo” di Vladimir Soloviev. In entrambi, l’affresco e il racconto – che non hanno inventato nulla ma soltanto trasposto in immagine pittorica e in narrazione letteraria quanto la Rivelazione concede di comprendere del dramma escatologico da sempre in atto –, il Falsario si presenta come la Verità assumendo tratti cristo-mimetici. Dietro i quali però traspare, perché gli è impossibile nascondere del tutto il suo vero volto, il guizzo della propria malignità. Peter Thiel è un abile manipolatore della teologia e dell’escatologia cristiane come anche della metapolitica e della metafisica, persino dell’epica (Tolkien). Il suo scopo è quello di accelerare “l’organizzazione unitaria mondiale del potere umano” – che, come ricorda Carl Schmitt nel saggio “L’Unità del mondo”, è lo stigma dell’Impostore – attraverso l’uso disinvolto della tecnologia digitale per la creazione di un assetto sociale neo-gerarchico che al vertice porrà i “sacerdoti” della tecnofinanza.
Si tratta, a ben vedere, di una riedizione del sogno ottocentesco che è stato già di Claude-Henri de Saint Simon e di Auguste Comte, i padri filosofici del pensiero tecnocratico, i quali auspicavano un “nuovo cristianesimo”, da essi identificato nello scientismo umanitario, capace di beneficare l’umanità, come non vi era riuscito il Cristianesimo tradizionale, alla condizione però di ridurre il mondo a “un’unica officina” governata dal consiglio mondiale dei tecnici e degli scienziati, perché solo ad essi, per la loro competenza, è possibile affidarsi nella realizzazione della salvezza mondana dell’uomo. Il popolo invece è bue e per questo deve essere guidato dal “nuovo clero” dei tecnici, dai “nuovi iniziati” della scienza. Solo i ciechi non si avvedono che nello scenario intellettuale di Peter Thiel, nell’elitarismo “tecno-sacrale” del magnate trumpiano, eredità del vecchio sansimonismo comtiano, abbiamo il ritorno di uno dei principali caratteri della pseudo-gnosi ossia quello per il quale la salvezza sarebbe riservata esclusivamente agli “iniziati” che non abbisognano dei sacramenti della Chiesa, aperti a tutti e quindi “robetta” per il volgo imbelle.
Peter Thiel, come già l’altro milionario trumpiano Elon Musk, è un cantore del transumanesimo. Per il nostro magnate “Anticristo” sono tutti coloro che resistono, anche solo ponendo domande e dubbi, alla connessione cibernetica uomo-macchina necessaria allo scopo dell’avvento di una società post-democratica da edificare sulla base di una ferrea gerarchia castale ma di nuovo tipo perché l’aristocrazia futura sarà quella dei tecno-finanzieri che già controllano il mondo. I cattolici conservatori, nostalgici dell’Ancien Regime o della società pre-statuale della sussidiarietà comunitaria, ne sono affascinati e lo seguono perché egli si presenta come antidemocratico, ossia come un sostenitore dell’arginamento della democrazia di massa che dovrebbe essere quantomeno rimodulata e svuotata. Essi, però, non si rendono conto che la restaurazione futurista dell’Antico Regime, proposta da Thiel, non avrà nulla di “santo”, di “comunitario” e di “tradizionale” quanto invece sarà il trionfo della anonimizzazione globale attraverso i ludi circensi digitali. Non capiscono quale veleno contenga la polpetta che Thiel sta offrendo loro ovvero lo sdoganamento della seduzione transumanista come “Regnum Dei super terram” e la contraffazione quale “anticristo” della autentica resistenza katechontica al disegno globale transumano. Resistenza che è ancora, nonostante tutto, nella Chiesa cattolica depositaria ed elargitrice dei sacramenti ovvero dei canali della Grazia che ci consentono di partecipare alla Divino-Umanità di Cristo.
Nella visione “teologica” di Thiel la politica deve essere succube del potere della tecnofinanza che sancirà, sulle ceneri della democrazia, inefficace nel “nuovo mondo” huxleiano e orwelliano che egli prefigura, la nascita di una nuova aristocrazia mondiale costituita dai tecnici cibernetici in grado di accentrare e gestire, per finalità di organizzazione unitaria del genere umano, i dati psico-bio-fisici di tutti gli uomini. In altri termini egli è il cantore del “capitalismo della sorveglianza” ossia del governo globale delle grandi “corporation”. Siamo di fronte a una parodia che cerca di far passare come realizzazione del Regno di Dio la costruzione di un potere umano assoluto e totale sulla realtà, e sull’umanità stessa. Una parodia ingannevole che riecheggia l’antica seduzione edenica del “sarete come Dio” (Gen. 3,5).
Vincenzo Gubitosi, filosofo del diritto, intervistato da Francesco Borgonovo, ha messo in evidenza il retroterra transumanista del magnate americano[4]. Omosessuale, “sposato” con un altro maschio, favorevole all’utero in affitto tanto da aver adottato un bambino, Thiel, spiega Gubitosi, considera “anticristo” tutto ciò che si oppone alla tecnologia di sorveglianza che consente il controllo del mondo e la manipolazione della natura umana. Un vero e proprio rovesciamento di prospettiva che non meraviglia affatto chi è edotto del carattere “scimmiesco” dei poteri avversi alla Luce di Cristo. Un rovesciamento, del dato rivelato e tradizionale, tuttavia in grado di sedurre i cattolici tradizionalisti o conservatori offrendo ad essi strumenti dialettici di critica al “relativismo morale” da combattere per arginare il woke. Qui, tuttavia, la denuncia del relativismo è finalizzata allo scopo del rafforzamento di una identità tradizionale da piegare però agli obiettivi di potere e di potenza della tecno-finanza che, sola, salverà il mondo. Per Thiel dunque la salvezza verrà dal potere umano della tecnologia e non da Cristo. Sembra quasi di leggere le pagine solovievane sull’Anticristo il quale – dimenticando che la Pace promessa dal Signore non è di questo mondo (Gv. 14,27) – esalta sé stesso come superiore a Cristo perché egli, nella finzione letteraria, era riuscito, con la sua politica, nell’impresa di pacificare il mondo intero donandogli quella pace che il Nazareno aveva invano promesso all’umanità.
Un altro specchio per allodole messo in campo da Peter Thiel – qui, molto probabilmente, sulla scorta del pensiero filosofico-politico di Yoram Hazony, l’ebreo statunitense che legge la Bibbia come lotta nazionale ebraica, e per esteso di tutti i popoli, contro gli imperi – è nella sua denuncia delle organizzazioni sovranazionali alle quali oppone il primato del sovranismo nazionale, segnatamente di quello statunitense. Un argomentare che, nel suo impianto apparentemente antiglobalista, fa molta presa tra i conservatori e i sovranisti di destra. I quali non sembrano accorgersi che il sovranismo “stelle-strisciato” di Thiel non è affatto una rivendicazione del primato nazionale, inteso come cultura radici tradizioni – e che se fosse veramente tale tuttavia, in quanto declinato a vantaggio unilaterale degli Stati Uniti, guida dell’Occidente, già dovrebbe essere respinto senza esitazioni –, ma è una esaltazione delle forze che effettivamente, in modo diretto o indiretto, hanno il controllo degli Stati Uniti ossia i potentati tecno-finanziari, dei quali egli stesso è esponente. Forze che hanno comunque carattere globale anche quando si nascondono dietro la potenza di una nazione. Infatti rispetto al mondo pre-globale, il quale ha chiuso i battenti nell’ultimo decennio del XX secolo, – un mondo in cui il capitale, costretto e circoscritto nell’alveo della nazione, doveva sottostare ai diktat, anche sociali, impostigli dallo Stato onde mantenere inter-classisticamente la coesione nazionale – gli Stati oggi sono prigionieri nonché strumenti del capitale finanziario transnazionale che, con i suoi flussi di denaro virtuale e immateriale, li attraversa tutti, destrutturandone la forma sociale da essi assunta nel corso del XX secolo, anche quando esso pone il centro principale del suo potere, di per sé “non locale”, in uno Stato particolare.
Il Saruman trumpiano
La tragica farsa dell’accreditamento di Peter Thiel, conferenziere a Roma, con tanto di Messa finale in rito antico latino evidenzia la deriva spirituale dei settori conservatori del Cattolicesimo, non meno grave di quella, di altro ma complementare segno, dei settori progressisti ecclesiali. Con Peter Thiel e Donald Trump abbiamo di fronte la destra dell’apostasia, che agisce attraverso la mistificazione teologica, laddove la sinistra si presenta come progressismo woke. Thiel addita una delle due porte, quella di destra, per entrare nel misterium iniquitatis, onde attirarvi tutti coloro che non vi entrerebbero mai per quella di sinistra del progressismo arcobaleno.
D’altro canto, come si accennava, non dobbiamo meravigliarci. Nel suo “Racconto dell’Anticristo”, che definire a modo suo “profetico” non è errato, Soloviev, in linea con il profetismo e l’escatologia cristiane, sviluppa la sua narrazione sulla dimensione ingannatrice, perché cristo-mimetica, che la Rivelazione addita quale carattere proprio delle forze avverse le quali in qualunque epoca operano contro Cristo. Si badi: in qualunque epoca, non questa o quella, perché la Rivelazione indica nelle pulsioni di auto-potenza dell’uomo il mistero di iniquità insito nell’intera storia. Nella narrazione soloveviana, la fase terminale della presente era, apertasi duemila anni fa, sarà quella della “Grande Apostasia” che vedrà quasi tutti i cristiani sedotti dall’“imperatore del mondo”, immagine della tendenza umana all’unificazione immanente del mondo, aiutato nella sua ascesa dagli ebrei. I cristiani accoglieranno l’Impostore come il “nuovo Cristo”, il Cristo della Parusia. Soltanto un “piccolo gregge”, un “piccolo resto”, non cadrà nell’inganno. Esso costituirà la Chiesa che si rifugia nel deserto di cui profetizza l’ultimo libro biblico, il Libro della Rivelazione che è poi lo svelarsi finale ossia il sollevamento definitivo del velo che copre il “Mistero nascosto nei secoli”. Sarà quel piccolo resto fedele a essere salvato dal Signore. Insieme ai pochi circoncisi – non tutti, perché si tratta soltanto dei pochi reinnestati nell’Olivo Santo di cui parla san Paolo nella Lettera ai Romani – che, dopo aver scambiato l’Impostore per il messia atteso, scopriranno anch’essi di essere stati ingannati.
Peter Thiel, nella sua foga mistificatoria, ha tentato anche di manipolare il senso e il significato dell’opera epica di J. R. R. Tolkien, ben sapendo che in essa è celata, per ammissione stessa del suo autore, inglese ma cattolico, tanto una profonda radice spirituale (evidente nel Silmarillion) ispirata al Genesi biblico, secondo l’esegesi della Tradizione cristiana apostolica, quanto un chiaro rimando all’escatologia cristiana tradizionale. Per questo, perseguendo la propria volontà mistificatoria, ha chiamato la sua multinazionale, dedita alla elaborazione e al controllo dei dati, “Palantir”. La multinazionale di Thiel presta i suoi costosi servigi all’industria bellica statunitense e al Mossad israeliano per combattere l’“anticristo” iraniano e cinese. Ne “Il Signore degli Anelli”, Tolkien attribuisce ai palantir una funzione ambivalente a seconda di chi li usa. Possono cioè essere strumenti di luce o di tenebra e questo dipende dalle intenzioni del possessore. È chiaro quale sia per Peter Thiel la funzione della sua “Palantir” perché egli, per restare al romanzo epico di Tolkien, è una controfigura di Saruman, lo stregone corrotto al servizio dell’Oscuro Signore, che il buon Gandalf – fuor di metafora, i catto-conservatori allocchi che gli danno credito – credeva un amico e un alleato nella battaglia contro Mordor, per poi invece scoprire l’iniquità della sua anima corrotta dalla seduzione di acquisire un potere totale mondano di controllo mondiale.
Ulteriori considerazioni sul pensiero mistificatore di Peter Thiel
Thiel, dunque, è un manipolatore perché si presenta come sostenitore del Katechon ma in realtà egli opera, con la sua multinazionale, a favore dell’unificazione immanente del mondo nell’uniformità annientatrice di ogni cultura e identità. Che è, appunto, un obiettivo “anticristico”. Il suo discorso artefatto, per cui il Katechon può diventare, rovesciandosi, l’Anticristo, mostra palesemente il tentativo di coprire le sue attività, quasi a discolpa, con una giustificazione non priva di pseudo-messianicità. I cristiani non hanno mai visto nell’Impero romano l’Anticristo, semmai in Nerone che di romano aveva ben poco inseguendo la moda orientale della divinizzazione del re. Per i cristiani Roma – “onde Cristo è romano”, avrebbe cantato Dante – ha svolto un ruolo provvidenziale nella preparazione dell’evento dell’Incarnazione. Per questo nel medioevo il Sacro Romano Impero era visto come il Kathecon. Cosa che non può dirsi, come dice invece Thiel, degli Stati Uniti perché essi puntano a quella uniformizzazione del mondo che gli antichi imperi tradizionali non conoscevano, se non in forma estremamente ridotta, mentre al contrario riconoscevano autonomia culturale e, nel contesto tendenzialmente universale dell’Impero, anche politica ai popoli dell’Orbe.
Thiel, come Yoram Hazony, è un esponente dell’ala destra dell’ideologia globalista laddove il woke ne rappresenta l’ala sinistra. Secondo Thiel gli Stati Uniti – falsamente presentati come un Katechon – possono esistere solo controllando il mondo intero attraverso la tecnofinanza omologatrice della quale, guarda caso, la sua azienda Palantir è un caso di successo capitalistico. Egli prende di mira la versione demo-umanitaria del globalismo, ossia quella dell’illuminismo progressista, opponendo a essa il “sovranismo” statunitense come fosse il segno del carattere di resistenza al male che gli Stati Uniti, secondo Thiel, sarebbero chiamati a rivestire, contro tutto ciò che è organizzazione transnazionale verso la mondializzazione omologante. Ma – qui sta il punto che egli non mette a fuoco – anche nella versione illuminista dell’ideologia globalista, in quanto guida dell’Occidente liberale, gli Stati Uniti hanno un ruolo primario.
Thiel è un mistificatore perché propone la trasposizione politica del mistero escatologico nelle forme proprie della destra neo-conservatrice contrapponendola a quelle della sinistra libertaria e anarchica. In entrambi i casi però la Rivelazione viene manipolata a fini di potere mondano. Si tratta soltanto della falsa dicotomia tra una visuale di destra e una visuale di sinistra della medesima concezione “anticristica” che immanentizza il Regno di Dio. Che poi si tratti del “dio” di Pelagio, inutile perché l’uomo è per natura buono, sicché Cristo sarebbe solo un maestro di etica naturale, o del “dio” tremendo di Lutero, che usa la spada per fustigare la natura umana resa irrecuperabile dall’irrimediabile peccato originale, non fa molta differenza nella duplice teologia politica che si cela dietro l’apparente secolarità della modernità.
Il nostro ambiguo e oligarchico magnate chiama in appoggia della sua mistificazione il John Henry Newmann ancora anglicano, il Carl Schmitt hobbesiano (diverso dal Carl Schmitt cattolico) e il René Girard pacifista cattolico. In realtà egli mira a costruire artificialmente un cristianesimo aconfessionale e senza Tradizione, a uso e consumo della sua teologia politica, che è esattamente ciò che fa l’Anticristo nel profetico racconto di Soloviev, profetico perché rimanda all’antica tradizione cristiana sul tema, e che Thiel cerca di manipolare per i suoi fini come fa con gli altri pensatori sopra citati.
Egli, ad esempio, si richiama a Girard perché il pensiero del noto antropologo gli consente di svincolarsi dalla Tradizione attraverso la tesi, appunto girardiana, sul Cristianesimo desacralizzatore in quanto abolitore del sacrificio umano espiatorio. La tesi di Girard, se coglie un lato di verità, ha però il difetto tipico della teologia demitizzante novecentesca, di matrice protestante, che è quello di intendere il Cristianesimo, per l’appunto, come desacralizzatore. Corollario di tale tesi è che ellenizzandosi, prima, e romanizzandosi, dopo, il Cristianesimo avrebbe tradito Cristo sicché la Chiesa sarebbe, pertanto, una costruzione del tutto e solo umana che Cristo non avrebbe voluto e alla quale Egli mai avrebbe pensato. In realtà lo stesso Girard, nonostante il suo intento demitizzatore, deve riconoscere che se è vero che Cristo ha abolito l’uso antico del sacrificio umano è altrettanto vero che Egli lo ha fatto con il Suo Sacrificio Divino-Umano ovvero sostituendosi, quale Dio incarnato, alla vittima umana. Quindi Cristo non abolisce il Sacrificio ma lo porta sul superiore piano della salvezza escatologica[5] laddove, invece, nell’antichità esso aveva la funzione, piuttosto socio-antropologica, della conservazione della coesione tribale. Che è esattamente quella alla quale l’identitarismo mascherato di Thiel, strumentale al potere globale della finanza nella sua versione neo-destra, vorrebbe riportarlo onde tribalizzare e frammentare, a tutto vantaggio della finanza apolide, l’unità spirituale del genere umano. Il potere internazionale del denaro (così lo definisce Pio XI nella “Quadragesimo Anno”, 1931), ha bisogno di sacrifici umani. Spesso di sangue come ha dimostrato l’Affaire Epstein.
Luigi Copertino
NOTE
[1] https://www.aldomariavalli.it/2026/04/14/analisi-no-trump-non-e-matto-e-il-gioco-e-chiaro/ .
[2]https://www.iltimone.org/news/news/201680/nell-amministrazione-trump-un-braccio-di-ferro-tra-protestanti-e-cattolici-che-dura-da-tempo.html. L’autore del contributo di cui al link, apparso su una nota rivista dell’area catto-conservatrice italiana, crede che Vance abbia la possibilità di raddrizzare la politica trumpiana e di riequilibrare lo strapotere cristiano-sionista nell’amministrazione di Trump. Ma lo stesso Vance si è reso protagonista di uno spiacevole rimprovero rivolto al Papa affinché ponderi meglio i suoi giudizi teologico-politici. Che è, in barba alle illusioni catto-conservatrici de “Il Timone”, come voler insegnare, in modo alquanto arrogante, la dottrina della fede al Pontefice.
[3]https://www.laveritarendeliberi.it/sotto-lombra-della-stella-le-lobby-sioniste-tra-parlamento-europeo-nato-e-confessioni-evangeliche/ . Anche https://www.laveritarendeliberi.it/israele-operazione-segreta-influenza-occidente/ .
[4] https://youtu.be/G8DRWW5KBMk?is=XcAnGCOys3K7v1AT. Si veda anche l’interessante contributo al link https://centridiricerca.unicatt.it/polidemos-notizie-la-teologia-politica-di-peter-thiel .
[5] Allo stesso modo si può rispondere alle analoghe critiche “neopagane” al Cristianesimo – si pensi ad Alain de Benoist o a Massimo Cacciari – per le quali Esso abolirebbe gli ethoi comunitari che costituiscono le fondamenta delle identità popolari. Cristo più che abolire gli ethoi comunitari antichi li ha trasposti su un piano più alto, escatologico ossia di salvezza, svelando l’Ethos trascendente e universale il quale ciò che di buono vi è negli ethoi recupera, conserva, innalza in una Luce superiore.