
Cortile interno del Museo Archeologico di Rodi, situato nell’antico Ospedale dei Cavalieri (1440)
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Questo scritto è stato pubblicato in:
AA.VV., Cristo è Re. La Regalitas quale archetipo della Chiesa Cattolica, Ed. Cantagalli, Siena 2021, pp. 43-59.
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Premessa
Le Sacre Scritture e la riflessione Patristica si sono servite di differenti e numerose tipologie di immagini per esprimere il mistero dell’Ecclesia Christi; ed è noto come, tra di esse, le più frequenti siano state desunte in particolar modo dagli ambiti della pastorizia e dell’agricoltura, della famiglia e degli sponsali, della nautica e della costruzione edile. Per quel che ci riguarda, nel proporre in questa sede una riflessione che presuma di contribuire ad inquadrare più adeguatamente la peculiare funzione che il Potere Regale è ‘chiamato’ a svolgere all’interno dell’Ecclesia stessa, ci soffermeremo specificatamente sulla figurazione simbolica che connota quest’ultima in quanto misterico ‘Edificio spirituale di Dio’[1].
Ovviamente, il motivo di questa scelta non consegue al fatto che non sia possibile individuare la vocazione ed il ruolo propri della Regalità anche in base alle ulteriori predette immagini! Piuttosto, ci sembra che la rappresentazione simbologica operata tramite il lessico ‘edificatorio’ sia quella che meglio riesca ad evidenziare codesta funzione, oltretutto anche secondo gli aspetti ontologici che risultano pertinenti al Potere Regale; ed intendiamo con ciò riferirci: a) tanto alla sua precipua essenza, b) quanto alla natura di quella reciprocità di funzioni con cui si pone nei rispetti dell’Autorità Sacerdotale, c) quanto infine alla propria relazione col Principio Logos da cui, assieme al Sacerdozio, esso sacralmente – e direttamente – deriva.
Tu es Petrus et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam
La prima considerazione, necessaria per i nostri fini, va operata a riguardo della qualificazione di “pietra” assegnata a Simon Pietro direttamente da Gesù in Mt 16,18: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa». L’Apostolo Pietro (Kephas, nel suo nome in aramaico) è infatti la “pietra” (dal gr. πετρος) su cui viene edificata la Chiesa del Signore; egli è cioè il capo del collegio dei Dodici nonché il primo dei Sommi Pontefici che si succederanno nella storia svolgendo l’ufficio di ‘Vicario di Cristo’.
Alla luce della suddetta qualificazione, da parte luterana si è molto ostilmente dibattuto sulla realtà e quindi sulla legittimità del ‘primato di Pietro’: su come cioè interpretare tale suo asserito incarnare il fondamento della Chiesa. Col riferirsi all’immagine della “pietra”, questa infatti risulterebbe entrare equivocamente in conflitto con l’appellativo di “roccia” – mutuato dalla Genesi, dai Salmi e da Isaia[2] – che è invece palesemente posto in relazione con il Signore stesso[3], in quanto Egli è l’unico presupposto su cui la fede può e deve ‘saldamente’ fondarsi[4].
Ponendo da parte la malevola e preconcetta polemica protestante (e senza neppure entrare in questa sede nel merito delle divergenze con i fratelli delle Chiese Ortodosse, riguardanti le ulteriori ragioni che spiegano e motivano l’effettività del Primato Petrino e Romano) resta di fondamentale e dirimente significatività il passo di Ef 2,20-22, la cui precisazione è talmente chiarificante da meritare qui la sua completa citazione: «Edificati sopra il fondamento degli Apostoli e dei Profeti, e avendo come pietra angolare lo stesso Cristo Gesù. In Lui ogni costruzione cresce ben ordinata per essere Tempio Santo nel Signore; in Lui anche voi insieme con gli altri venite edificati per diventare dimora di Dio per mezzo dello Spirito»[5].
Innanzitutto, il testo illumina adeguatamente a proposito della distinzione sussistente tra la funzione di ‘fondamento’ esercitata dagli Apostoli – e pertanto da Pietro in primis – e quella invece di “pietra angolare” riservata allo stesso Signore Gesù. Oltretutto, dall’uso testuale della locuzione “in Lui” (ἐν ᾧ) possiamo trarre alcune interessanti conseguenze relativamente al significato che è propriamente implicito nella funzione di ‘pietra angolare’, significato il quale ne suggerisce appunto la speciale peculiarità rispetto alla ‘pietra’ che simbolizza il Primato Petrino.
Infatti, contrariamente a quanto tendenziosamente asserito dai luterani evangelici i quali, in maniera volutamente erronea, qui traducono ‘su Lui’ (complemento di luogo) sì da poter giustificare l’unicità della posizione del Cristo ‘alla base’ della Chiesa e delegittimare contemporaneamente la presunta esistenza di ogni qualunque altro ‘fondamento’ pur anche derivante da quello; la locuzione “in Lui”, invece, più sottilmente esprime e mantiene un evidente senso di ‘limitazione, dipendenza, mezzo, modo’ desumibile dal suo costituirsi quale complemento di ‘luogo circoscritto’; la qual cosa totalizza a tal punto lo spessore ontologico della ‘pietra angolare’ sì da porla su di un piano qualitativo che trascende il puro senso di un ‘fondamento’ quantitativamente inteso, riferibile cioè sia solo ad una sua semplice materialità ovvero pure ad una sua collocazione spaziale posta figurativamente, per l’appunto, ‘in basso’.
Questa peculiarità lascia dunque aperta la possibilità di concepire un’ulteriore modalità di ‘fondamento’! In effetti se esso fondamento, quello proprio del Cristo Signore, si pone in definitiva sul piano della ‘principialità’ celeste ed invisibile, tramite cui viene ordinatamente mantenuta l’unità organica e la coesione della Chiesa attraverso la vivificante azione dello Spirito, da parte sua il fondamento che è invece relativo a Pietro si colloca senza dubbio alcuno su di un livello che rimane con esso di mera analogia, di partecipazione e di specularità; andando ad occupare con la sua visibilità terrena una posizione – qui sì! – coincidente con la base, per assumere pertanto quell’aspetto e quella funzione di ‘sostenimento’ che sono proprie delle ‘fondamenta’ dell’intero Edificio Ecclesiale.
Come ultima annotazione si può osservare quanto la figurativa collocazione ‘sotterranea e criptica’ delle ‘fondamenta’ comporti, in maniera simbologicamente appropriata, che nonostante la presenza del Papato si manifesti nell’ambito terreno-temporale in maniera concreta e tangibile, tuttavia essa si debba esplicare secondo una modalità di non scoperta evidenza e quindi di non palese e manifesto intervento; denotando in tal modo come la sua funzione non sia – e non debba essere – di ‘immediata, diretta e personale partecipazione’ all’ambito temporale stesso. Tutto ciò giustamente; perché non attiene alle proprie specifiche e dirette competenze!
Lapidem quem reprobaverunt aedificantes hic factus est in caput anguli
Dopo aver ribadito quale sia la precisa connotazione della funzione di ‘fondamenta’ propria del Papato all’interno dell’Edificio Ecclesiale, si può in maniera consequenziale desumere anche quale sia quella propria del Cristo in quanto “pietra angolare”.
Come riportato nei tre Vangeli sinottici[6], è lo stesso Signore Gesù ad introdurre tale identificazione, andando a citare come riferimento scritturale il Sal 117,22 per applicarlo a Sé: «La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo (= caput anguli)»[7].
Notiamo quanto la versione latina della Vulgata faccia qui uno specifico riferimento ad una ‘pietra’ che possegga, appunto, un’attinenza con il ‘capo’, la ‘testa’[8]. Essa rimane peraltro in linea con il testo greco originale il quale, a sua volta, usando la locuzione κεφαλη γωνιας mantiene il medesimo significato letterale.
Per tornare poi al succitato passo di Ef 2,20, l’espressione latina ivi adoperata dalla Vulgata per significare “pietra angolare” è quella di “summo angulari lapide”; laddove, da parte sua, il testo greco riporta l’aggettivo “ακρογωνιαιος”. Entrambe le espressioni specificano insomma la ‘pietra’ come: ‘colei che sta al sommo dell’angolo’[9]!
In definitiva, tutto ciò viene a confermare chiaramente che la “pietra angolare” a cui si allude non può essere confusa né con le ‘fondamenta’, né tanto meno con la cosiddetta ‘pietra di fondamento’ o ‘prima pietra’. Quest’ultima è sì posta anch’essa ‘ad un angolo’, ma essendo localizzata all’angolo della base di un edificio costituisce piuttosto il punto d’avvio dell’edificazione[10].
Un’identificazione tra la ‘prima pietra’ e la “pietra angolare” appare oltretutto impossibile anche dal punto di vista della semplice logica: se la ‘pietra fondamentale’ è difatti quella posta per prima, ossia all’inizio della costruzione di un edificio (e perciò viene anche chiamata ‘prima pietra’), come si potrebbe dunque gettarla via nel corso della costruzione? Perché sia così, occorre al contrario che codesta “pietra angolare” sia tale da non poter trovare ancora il suo posto; e infatti lo può trovare solo al momento del compimento dell’intero edificio, essendo essa realmente la ‘testa d’angolo’, ovvero: la ‘chiave di volta’ (o ‘d’arco’)[11]!
Dal passo di Ef 2,20-22, precedentemente preso in considerazione, traspare dunque il chiaro intento di rappresentare il Signore Gesù non come un generico ‘fondamento’ ma piuttosto come il ‘principio’. Come si accennava poc’anzi, il secondo si pone su di un piano ontologico qualitativamente differente rispetto al primo, dato che, per propria natura, il ‘principio’ non viene a coincidere né con una delle sue parti né con la loro totalità, rappresentando piuttosto l’unità indivisa a cui esse molteplici parti si trovano a poter essere ontologicamente riducibili.
Da parte sua, in quanto primo tra le pietre delle fondamenta nonché collocato essenzialmente agli antipodi del Cristo – cioè lungo l’axis mundi che unisce il Cielo e la terra, l’invisibile ed il visibile -, Pietro si pone in una posizione che è ontologicamente ‘speculare’ rispetto al Signore; ed alla luce del principio della cosiddetta ‘analogia inversa’, tutto ciò non può non possedere una certa corrispondenza simbolica con la sua crocifissione avvenuta ‘a testa in giù’ o con l’ammonimento evangelico rivolto agli Apostoli tutti, ma con particolare sottinteso riferimento a Pietro: «colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo»[12]!
Non deve dunque nemmeno meravigliare il fatto che la ‘chiave di volta’, simbolo del ‘principio’, ritrovi il proprio posto soltanto alla fine della costruzione! L’insieme complessivo dell’Edificio Ecclesiale è difatti ordinato in rapporto ad essa, andando a raggiungere solo alla fine la propria unità, il proprio compimento: è insomma ‘nella chiave di volta’ che tutte le forze statiche della costruzione trovano il proprio decisivo equilibrio e la propria definitiva stabilità.
Del resto, diversamente dalla ‘pietra di fondamento’ (= Pietro) che è necessariamente posta ‘in basso’, la sua posizione non può nemmeno pensarsi come propriamente localizzata nello spazio. Lo si evince dalla simbologica circostanza secondo cui la ‘chiave di volta’ è sì ‘in alto’, ma essa, per sua conformazione e natura, può venir apposta sull’apice dell’edificio (o dell’arco) soltanto ‘dal di fuori’. Pertanto, da un certo punto di vista, si può correttamente inferire che la ‘chiave di volta’ in realtà non faccia direttamente parte dell’Edificio Ecclesiale, ma che occupi, rispetto a questo, una posizione appunto di essenziale superiorità!
Dei aedificatio estis
A questo punto si può ben comprendere come e perché l’Edificio Ecclesiale debba essere concepito quale un’insieme di membra e di funzioni, un corpo che misticamente ritrovi in Cristo il proprio Capo e Principio [13].
«Voi siete l’edificio di Dio», dice S. Paolo ai Corinzi[14], denotando come, per traslato, tutto l’insieme della Ecclesia non soltanto sia – in quanto ‘cattolica’ – un’immagine del mondo universale, ovverossia dell’οικουμενη[15], ma proseguendo progressivamente nell’analogia costituisca altresì un’immagine dell’uomo stesso[16].
In effetti, il testo greco del passo paolino appena citato rende la parola ‘edificio’ col termine οικοδομη, il quale risulta ottenuto dalla composizione di οικος + δομη. Ed è allora interessante osservare che se οικος traduce già di per sé ‘casa’[17], δομη traduce invece propriamente ‘corpo, struttura del corpo, statura’, donando in tal modo al primo termine una sfumatura del tutto particolare[18].
Non è insomma privo di motivazioni che la tradizionale struttura ‘a croce’ della ‘basilica’ sia stata concepita per ricalcare la figura corporea del Cristo crocifisso: l’abside, il transetto e la navata stabiliscono infatti un figurativo rimando al capo, alle braccia ed alla restante porzione del corpo del Signore!
L’Edificio Ecclesiale è un organismo vivificato dal sacrificio della Croce e continuamente edificato con l’opera del popolo di Dio, ossia dei battezzati, ognuno dei quali partecipa come ‘pietra viva’ alla sua costruzione spirituale! Così si legge nella Prima Lettera di S. Pietro: «Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo. Si legge infatti nella Scrittura: ‘Ecco io pongo in Sion una pietra angolare, scelta, preziosa e chi crede in essa non resterà confuso’»[19].
Tutto ciò, come dicevamo, ben esprime l’organicità vitale delle membra e delle funzioni che compongono l’Edificio Ecclesiale, tutte informate alla ‘stretta comunione’ con il Capo[20]. Così come riferisce della sempre attuale dinamicità soggiacente all’edificazione della Chiesa, alla quale tutti i battezzati vengono senza interruzione chiamati a corrispondere tramite il proprio contributo, partecipando tanto del ‘sacerdozio’ di Cristo quanto della Sua missione ‘regale’. Intendiamo dire, insomma, nella Sua duplice funzione così come prefigurata dall’ordine di Melchìsedek[21].
Si legge nell’immediato prosieguo della Prima Lettera di S. Pietro, «[…] voi siete la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere meravigliose di Lui»[22].
Alla luce di tutto ciò, se è vero come è vero che all’Autorità Sacerdotale compete l’ufficio di ‘fondamenta’ dell’Edificio Ecclesiale, da parte sua al Potere Regale non potrà che conseguentemente corrispondere l’‘alzato’, il ‘colonnato’; tra le cui funzioni possiamo riconoscere quella di fornire difesa e protezione dalle empietà esterne[23], nonché appoggio all’apposizione finale della ‘chiave di volta’.
Il ‘sacerdozio regale’ a cui allude la Prima Lettera di S. Pietro – o il ‘regno di sacerdoti’ che dir si voglia, citato nell’Apocalisse[24] – è in definitiva l’esercizio sinergico e complementare svolto dal binomio Papato-Impero per la completa edificazione dell’Edificio Ecclesiale cristiano, affinché quest’ultimo benefici dal Cielo dell’‘afflusso di grazia’.
Regni eius non erit finis
La ‘Regalità’ di Cristo Signore viene annunciata più volte nei Vangeli e ne viene ribadita oltretutto l’eternità principiale. Nell’Annunciazione, l’Angelo dice a Maria: «[…] il Suo Regno durerà in eterno»[25]. Ma di quale natura è suddetta Regalità?
Alla possibile obiezione formulata sulla base delle parole di Gesù «[…] il mio Regno non è di questo mondo»[26], risponde chiaramente un’altra Sua affermazione: «Il Regno di Dio è dentro di voi»[27].
Tutti i Padri ed i Dottori, interpretando tali versetti, hanno pertanto concordemente asserito che il Regno di Cristo Gesù non è mondano; tuttavia Esso è già in questo mondo, in nuce nella Sua Chiesa, per fiorire perfettamente – ed in eterno – nell’altro mondo che viene.
Con diverse parole possiamo dire che la Regalità cristiana è tale non quando rimanga appiattita in una dimensione temporalmente orizzontale, ma piuttosto quando sia conforme ad una dimensione escatologicamente verticale!
A tal proposito è bene ricordare quanto enunciato nel Catechismo della Chiesa Cattolica, laddove si dice: «La Chiesa cresce, si sviluppa e si espande mediante la santità dei suoi fedeli, finché arriviamo tutti ‘allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo’ (Ef 4,13) […]. Con la loro vita secondo Cristo, i cristiani affrettano la venuta del Regno di Dio, del ‘Regno di giustizia, di amore e di pace’»[28].
Dunque la Regalità è una funzione necessaria affinché, attraverso l’esercizio della Giustizia, sia realizzata una condizione temporale tale da permettere agli uomini di esser pronti ad ottenere, come conseguenza, gli escatologici fini spirituali; i quali sono, a loro volta, più immediatamente e più specificatamente di pertinenza del Sacerdozio [29].
Pur sempre e solo sulla base del ‘fondamento’ esercitato dall’Autorità Sacerdotale, il Potere Regale si carica dunque dell’imprescindibile ruolo di essere, nella Chiesa del Dio vivente, “colonna e sostegno della Verità”[30]; e ciò attraverso la Giustizia, ossia attraverso il ‘regolato e regolante equilibrio’ tra tutte le opposizioni[31]; il che è poi quanto garantisce l’attuazione, a livello temporale, di ‘rettitudine ed equità’[32].
Già l’abbiamo detto: se da una parte i ‘pilastri’ devono inevitabilmente poggiarsi sulla ‘Pietra di fondamento’, senza la quale collasserebbero su sé stessi, d’altra parte essi concorrono tanto a ‘reggere i muri laterali’ quanto ad offrire ‘retto’ e ‘giusto’ appoggio all’apice dell’edificio, cioè a dire alla ‘chiave di volta’; in maniera tale che questa doni quel necessario ‘equilibrio estremo tra le forze contrarie’, equilibrio che rimane l’unica garanzia alla definitiva stabilità ‘verticale’ di tutto l’Edificio Ecclesiale. Ed è chiaro come tale ‘verticalità’ esprima la ‘giusta’ predisposizione a ricevere dall’alto la grazia divina!
Possiamo peraltro parimenti dire che così come le singole ‘pietre’ costituenti codesti ‘muri laterali’ dell’Edificio Ecclesiale sono la rappresentazione simbolica dell’assemblea di tutti i ‘chiamati’ (cfr. 1Pt 2,5), d’altra parte le funzioni di ‘difesa e protezione’, che si possono esercitare soltanto grazie alla realizzata e perfetta ‘verticalità’ dei pilastri dell’Edificio Ecclesiale contro le forze esterne (= le eresie, le empietà e tutto ciò che ostacoli o insidi la ‘vera fede’), sono esse l’espressione peculiare del ‘retto’ espletamento della funzione ‘Regale’, ossia della ‘giusta’ direttiva e del ‘giusto’ governo (lat. rectio) operata dal Rex a favore del popolo di Dio. Non a caso si chiama ‘regolo’, dunque, quello strumento che serve per elevare il pilastro/colonna in maniera perfettamente ‘verticale’, ossia recta.
Abbiamo già osservato come l’Autorità Sacerdotale, pur nell’imprescindibilità della propria funzione di spirituale ‘fondamenta’ dell’Edificio Ecclesiale, proprio in quanto collocata figurativamente in posizione ‘sotterranea’ non può né deve esercitare codesta sua funzione in maniera tale che essa compaia nella temporalità con immediata visibilità: pena una sovrapposizione nei ruoli che causerebbe disordine. Ebbene, essendo invece la Regalità ciò che ne rappresenta tale dimensione esteriore ovvero ciò che personifica l’aspetto temporalmente appariscente dell’Edificio Ecclesiale, tutto questo spiega e giustifica il perché del fatto che quest’ultimo sia stato denominato propriamente col termine di ‘Basilica’ (dal gr. αυλή βασιλική, letteralmente ‘corte reale’) e non con altri!
In ambito romano, durante il periodo ellenistico, con tale appellativo si indicava infatti il luogo della corte regale ove si amministrava la Giustizia; esso traeva il proprio etimo dal titolo di βασιλεύς posseduto dall’Imperatore bizantino. L’aver dunque traslato il termine di ‘Basilica’ all’Edificio Ecclesiale cristiano, inteso nella sua strutturale completezza, ben evidenzia e ribadisce la determinante ed indispensabile necessità posseduta dalla funzione esercitata entro di esso dal Potere Regale, ai fini della sua sussistenza nella edificante e ‘giusta’ (ossia ‘cor-retta’) disponibilità a fruire interamente della piena azione del Principio-Cristo, venendo tutelato contro ogni attacco esterno del Nemico.
Per me Reges regnant et legum conditores iusta decernunt
Nell’Antico Testamento, in Prov 8,15, leggiamo come la Sapienza dica di Sé stessa: «Per mezzo mio regnano i Re e i governanti emettono giusti decreti». A tale passo fa poi da pendant quello di Sap 6,1-3: «Ascoltate, o Re, e cercate di comprendere; imparate, giudici (governanti) di tutta la terra […]. La vostra sovranità proviene dal Signore; la vostra potenza dall’Altissimo, il quale esaminerà le vostre opere e scruterà i vostri propositi»[33].
Da sempre, dunque, viene riconosciuta al Potere Regale una diretta derivazione divina. Né è da meno il Nuovo Testamento, laddove in Rm 13,1 S. Paolo dice: «Non c’è autorità se non da Dio; e quelle che esistono sono ordinate da Dio»[34].
Qui uno speciale discrimine – che oltretutto ci pone al riparo dall’errore di equiparare e confondere il Potere Regale con un qualsivoglia altro tipo di potere politico – viene stabilito sulla base di come si vada a tradurre il verbo latino ‘ordinare’ (che riprende il verbo τασσω della versione greca)! Seppur esso venga ormai reso solamente nel senso di ‘stabilire’, obbedendo in tal modo ad una prospettiva abbastanza riduttiva quale è quella propria delle traduzioni neotestamentarie più recenti, in verità il latino ‘ordinare’ vuol anche e soprattutto significare: ‘consacrare, mettere in ordine’.
Dall’Apostolo si sta dunque inferendo come la Regalità non solo sia qualcosa che possiede una propria costituzione ontologica sacra, ma che predetta costituzione è tale in quanto si va ad inserire ‘ritualmente’ nella totalità dell’Ordine cosmico, dell’Ordine dell’οικουμενη, il qual noi sappiamo essere raffigurato proprio dalla cosiddetta ‘cattolicità’ dell’Edificio Ecclesiale. Ciò fa comprendere la legittimità del fatto che, accanto all’‘ordinazione sacerdotale’, debba insomma ritenersi giustificata e necessaria anche la presenza dell’‘ordinazione regale’! E ciò proprio alla luce della rilevanza prettamente escatologica dell’ufficio svolto dal Potere Regale, ufficio che è dunque da intendersi in un’accezione che è altra da quella meramente ‘temporale’, ‘orizzontale’.
A tal proposito, in relazione alla stretta attinenza che sussiste tra la Giustizia Regale ed il finale Giudizio di Dio, è utile rammentare che la funzione di Giudice, svolta dall’esponente della Regalità cristiana, non può non ritrovare collegamenti con quella presente già nell’Antico Testamento. In quel contesto, infatti, l’appellativo di ‘Giudici’ (ebr. Shofetim) non voleva semplicemente designare gli ‘uomini del tribunale’, bensì più propriamente dei Capi che erano suscitati da Dio alla liberazione del Suo popolo dalle minacce nemiche. Quindi, così come in Prov 8,15 e Sap 6,1-3, i Giudici sono in verità coloro che, in quanto Capi ‘carismatici’, risultano deputati a ristabilire una situazione che appaia compromessa!
Ma a quale compromettente situazione vogliamo qui alludere?
Il mandato rilasciato dal Signore Gesù, in occasione dell’Ascensione, è chiaro ed esplicito: l’Ecclesia deve informare il continuo presente storico, nell’attesa escatologica, con l’insonne ‘vigilanza’[35]. Ed inoltre, il tempo presente, tempo dello Spirito e della testimonianza, ha già inaugurato anche i ‘combattimenti’ degli ultimi tempi[36].
In definitiva: l’indeterminata ed indeterminabile imminenza della Parousìa implica la necessità di incessante ‘vigilanza e combattimento’; ed entrambe queste azioni sono evidentemente di massima pertinenza della funzione Regale. La mancata loro attuazione non può che peggiorare la ‘compromissione’ dell’Edificio Ecclesiale – già in atto da tempo – nella lotta escatologica che deve affrontare contro il parimenti incessante avvento anticristico.
Il guadagno insito poi nella promessa escatologica formulata dal Cristo Signore, relativamente al “non praevalebunt” di Mt 16,18[37] – peraltro seguente proprio all’assegnazione della qualifica di ‘pietra’ data al primo Apostolo -, sembrerebbe a prima vista contraddire la necessità dell’esercizio di ‘vigilanza e combattimento’. Ma tale promessa non può e non deve ritenersi realizzabile in maniera automatica e meccanica! Piuttosto, esso guadagno può e deve ‘meritarsi’ grazie alla ‘virile’ saldezza che solamente la Regalità – colonna/pilastro dell’Edificio Ecclesiale, allorché eretto e ben radicato sulle fondamenta del Sacerdozio – può e deve opporre al violento impeto esercitato dall’escatologico insorgere delle “porte degli inferi”!
Civitatem sanctam Ierusalem novam vidi descendentem de caelo a Deo
La Gerusalemme Celeste, così come descritta nel cap. 21 dell’Apocalisse, si propone quale immagine dell’Edificio Ecclesiale nella propria escatologica realizzazione.
E’ emblematico che: «Le mura della città poggiano su dodici basamenti, sopra i quali sono i dodici nomi dei dodici Apostoli dell’Agnello»[38]; mentre sulle mura si aprono “dodici porte”: «[…] sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele»[39].
Viene così a confermarsi la dislocazione ‘sacerdotale’ in quanto ‘fondamenta’ dell’Edificio Ecclesiale, laddove l’alzato murario corrisponde al ‘popolo di Dio’ alla cui guida si pone appunto la Regalità. Del resto, la specifica citazione delle ‘porte’ non può non far pensare ad una diretta relazione di opposizione della Regalità contro quelle che sono le suddette “porte degli inferi” di Mt 16,18.
Tutto ciò per ribadire che l’ambito ‘temporale’ a cui è preposta la funzione Regale non può e non deve essere riduttivamente interpretato soltanto come concernente un livello ontologicamente mondano né tantomeno profano. Il contributo dell’alzato dell’Edificio Ecclesiale, ai fini escatologici, è determinante almeno quanto quello delle fondamenta, anche se secondo una differente dinamica di intervento ed un differente ambito di responsabilità.
Né va oltretutto dimenticato che il Cristo, l’Agnello, il Verbo di Dio, vincerà la battaglia dell’ultimo giorno rivestendo propriamente il ruolo di “Re dei re e Signore dei signori”[40]. Egli è il “Fedele e Verace, Colui che giudica e combatte con Giustizia”[41]! E con Lui vinceranno quelli che sono con Lui: ‘i chiamati, gli eletti, i fedeli’[42]. Va pure incidentalmente ricordato che, all’avvento della Gerusalemme Celeste, non vi sarà più «[…] alcun tempio in essa perché il Signore Dio, l’Onnipotente e l’Agnello sono il suo tempio»[43].
Ancora una volta, dunque, la Regalità ribadisce e mantiene una certa qual ‘preponderanza’ sotto il punto di vista della ‘sfera d’azione’; la qual cosa, se non la insignisce di una superiore dignità rispetto al Sacerdozio, le riconosce comunque una superiorità nella gerarchia di giurisdizione.
Volendo insomma ricondurre nuovamente il tutto all’immagine simbologica offerta dall’Edificio Ecclesiale, possiamo riconoscere al Potere Regale un’autonomia rispetto all’Autorità Sacerdotale ma non una propria completa indipendenza. Come l’alzato è infatti ‘cosa a sé’ rispetto alle fondamenta, tuttavia esso non può prescindere dal sostegno a lui offerto da queste ultime.
In altre parole ancora, seppure la potestas Regale non viene affatto elargita e assegnata all’Impero dal Papato, tuttavia da quest’ultimo la Regalità deve essere necessariamente ratificata, cioè riconosciuta col crisma della confirmatio, pena la nullità.
CONCLUSIONI
Nella sua riflessione sulla filosofia politica dantesca e sulla autonomia tra Papato ed Impero, Augusto Del Noce così spiega il fatto per il quale ‘un ordine possa essere ordinato in vista di un altro ordine come in vista del suo fine, senza essergli tuttavia subordinato quanto all’autorità’: «[…] in Dante, la gerarchia di dignità non deve essere confusa con la gerarchia di giurisdizione. Tale confusione, lungi dall’essere omaggio all’ordine stabilito da Dio tra le cose, ne è la violazione: ed è essa che permette alla cupiditas, che nel dominio filosofico ha il significato dell’opposto della giustizia e in quello teologico della volontà pervertita dal peccato, di prevalere. Per cui il riconoscimento dell’autonomia degli ordini è la forma autentica del rispetto all’ordine stabilito da Dio, o alla sovranità di Dio stesso […]. Che questa confusione della gerarchia di dignità con la gerarchia di giurisdizione sia la via attraverso cui la cupiditas si afferma nel mondo politico e viene a trionfare, è quel che risultava a Dante nella sua diretta esperienza; ed è quel che oggi si è reso manifesto come non mai. La Chiesa, infatti, nella ricerca di dominare completamente il piano temporale non potrà cercare appoggio altrove che nella cupiditas dei laici: e questa fu la condizione a cui dovette obbedire il grande avversario di Dante, Bonifacio VIII, nella sua ricerca di sottoporre gli uomini al ‘giogo apostolico’ in conseguenza del principio che Dio lo aveva posto ‘super reges et regna’»[44].
L’ulteriore e più immediata conseguenza della cupiditas che tali illuminanti valutazioni di Del Noce non hanno però avuto modo di delineare, pur nella propria quasi profetica valenza, risiede nell’inusitato estremo squilibrio patito presentemente dalla Chiesa Cattolica e con il quale si è chiamati a fare i conti come mai avvenuto prima. Uno squilibrio, infatti, che non ha assunto semplicemente l’aspetto di una crisi religiosa coinvolgente la ‘fede’ del laicato, ma piuttosto quello – di molto peggiore – di uno sbandamento e di una confusione ‘dottrinale’ della sua gerarchia.
Ci pare, quindi, che proprio in questo debba scorgersi tutta la componente escatologica della presente situazione, in quanto tornano immediatamente alla mente le parole del Signore espresse in Lc 18,8: «Ma quando il Figlio dell’uomo verrà, troverà la fede sulla terra?».
L’aver qui alluso a Dante non è pertanto da ritenersi casuale, dato che la dottrina filosofico-politica di tale sommo padre è quanto di più confacente e prossimo possa esservi rispetto alle nostre convinzioni. Intendiamo cioè affermare che una ‘terapeutica’ riformulazione dell’attuale Edificio Ecclesiale vada inderogabilmente attuata ad opera di una rinnovata presa di consapevolezza e di iniziativa principalmente da parte della sua componente laica; la quale, recuperando l’archetipica strutturazione della Ecclesia, non informi la propria ‘azione’ al particolarismo di una qualsivoglia orizzontale ideologia politica, ma piuttosto la nutra di quei principi desumibili da una verticale visione precipuamente ‘metapolitica’!
Accanto al Papato non può che porsi quindi quell’istituzione Regale che rappresenta la legittima seconda metà dell’Edificio Ecclesiale, ove inteso nella propria completezza: il Sacro Romano Impero! L’aver assolutamente smarrito tale consapevolezza o anche il solo aver rinunciato a perseguire tale Renovatio Imperii ben si sposa con l’attuale implosione che l’Ecclesia cattolica pare ormai avviata a subire ineluttabilmente fino in fondo[45].
Quella cupiditas denunciata da Dante, palesatasi attraverso il secolare antagonismo che ha visto Papato ed Impero opporsi reciprocamente nella pretesa di prevalere l’uno sull’altro piuttosto che impegnarsi nel comune obiettivo di realizzare la dovuta sinergia e complementarietà delle proprie funzioni, è quanto ha fatto sì che l’archetipo del Potere Regale, con l’Impero, finisse per essere estromesso dall’ambito ‘temporale’ andando così a ritirarsi nella latenza; nel mentre quello dell’Autorità Sacerdotale, col Papato, si secolarizzava a tal punto da corrompere e smarrire completamente la verità dottrinale delle proprie peculiari funzioni ‘spirituali’.
Le dirette conseguenze sono state il prevalere di ‘laicismo’ da una parte e di ‘clericalismo’ dall’altra; fenomeni questi che solo apparentemente si costituiscono quali antidoti l’uno dell’altro, ma che in verità non solo si pongono sulle due facce di una medesima medaglia, ma pure si nutrono reciprocamente, per maligna disposizione, in un vizioso circolo.
Va aggiunto che come sul significato del primo termine si giochino spesso equivoci e mistificazioni allorché lo si viene ad esempio a confondere con la ‘laicità’, da parte sua anche il senso con cui intendere il secondo risulta troppo spesso travisato. Un tipico esempio è offerto proprio a proposito della posizione assunta da Dante con la sua dottrina politica, la quale viene tacciata di ‘anticlericalismo’ donando al termine un senso dispregiativo se non proprio eterodosso.
Ma una definitiva chiarezza la possiamo in realtà raggiungere affidandoci nuovamente alle considerazioni di Del Noce. Agli inizi degli anni Settanta egli era venuto interessandosi del Dante ‘politico’, allorché, pensando alla classe politico-cattolica italiana allora dominante, la cui identità solo a pochi appariva già quale anomalo frutto di una venefica commistione tra laicismo e clericalismo, Del Noce auspicava un anticlericalismo di tipo dantesco. Così scriveva: «Se clericalismo vuol dire politicizzazione del clero coincidente con la debolezza della religione e la perdita di autorità morale del clero stesso, mai forse il fenomeno si è presentato in forma così accentuata e religiosamente così pericolosa; perché tale politicizzazione coincide nelle sue conseguenze ultime con quella che oggi vien detta la concezione ‘orizzontale’, volta alle realtà terrene, della vita religiosa […]. Ne risulta che, dal punto di vista religioso, c’è oggi bisogno come non mai di un anticlericalismo di tipo dantesco; che del resto fu pensato in tempi in cui si approssimava una crisi religiosa che non è senza analogia con la presente»[46].
Questa valutazione trovava peraltro conforto anche nelle riflessioni di Giacomo Noventa, per il quale «il clericalismo è il vizio e il pericolo di tutte le religioni e non consiste nell’affermare le necessità del clero, del culto, della confessione, della parola, che tutte le religioni giustamente riconoscono, ma nel proclamarne la sufficienza, […] consiste cioè nell’attribuire al clero l’incarico di essere religioso anche per noi, di difendere la religione anche per noi, e nell’attribuirgli tutti i doveri e tutti i diritti che ne derivano»[47].
L’implosione dell’Edificio Ecclesiastico è dunque una pericolosa evenienza a cui, come già dicevamo, deve far fronte primariamente il laicato. Senza indugi vanno da esso recuperati tutti quei sacri principi ed archetipi che soli potranno permettere a codesto Edificio di ripristinare quella propria componente a cui spetta il compito di svolgere la peculiare funzione di ‘difesa e sostegno’: il Potere Regale.
Se un edificio senza ‘fondamenta’ non può pretendere di sostenersi, parimenti una struttura a cui manchi l’‘alzato’ non potrà che rimanere ferma ad una sterile orizzontalità, priva cioè dell’afflusso di quella grazia vivificante e santificante che sola può giustificare e nutrire la sua stessa esistenza.
Cosmo Intini
NOTE
[1] Cfr. 1 Cor 3,9.
[2] Cfr. Gen 49,24. Sal 18,3; 18,32; 19,15; 27,5; 40,2; 62,2. Is 26,4; 51,1.
[3] Cfr. Rm 9,33. 1Cor 10,4.
[4] Cfr. Mt 7,24-25. Lc 6,48. 1 Cor 3, 10-11.
[5] Sottolineature nostre.
[6] Mt 21,41; Mc 12,10; Lc 20,17.
[7] ‘Lapidem quem reprobaverunt aedificantes hic factus est in caput anguli’.
[8] In maniera equivalente ai tre Vangeli sinottici, tale espressione (= caput anguli) ricompare anche in At 4,11 ed in 1Pt 2,7.
[9] La versione in oggetto trae origine questa volta dal passo di Is 28,16.
[10] Tale ‘prima pietra’, ritualmente posizionata secondo la prassi tradizionale all’angolo Nord-Est, serve di norma per collocare tutte le altre pietre, le quali devono essere allineate su di essa tramite un piombino.
[11] La tipologia della struttura di base cubica e volta sferica, tipica dell’‘edificio sacro’, trova una corrispondenza analogica con quella di base lineare ed apice circolare che è propria dell’‘arco’. Pertanto, la funzione ed il significato della’ chiave di volta’ può simbologicamente applicarsi ad entrambi i casi.
[12] Cfr Mt 20,27; Mc 10,44.
[13] Cfr. 1 Cor 12,12 sgg.; Ef 1,22-23; Col 1,18.
[14] 1 Cor 3,9.
[15] Derivando dal verbo οικεω, il sostantivo οικουμενη ne trae tutte le sfumature di significato. Pertanto, esso non solo traduce: ‘l’insieme delle terre abitate, il mondo, l’universo’; ma, con pregnanza regale ed escatologica, significa anche: ‘l’insieme delle terre amministrate, governate, regolate’, o pure: ‘il mondo avvenire’.
[16] Cfr. 1 Cor 3,16-17; 2 Cor 5,1; Ef 2,22.
[17] Tale termine è appunto alla base anche del predetto οικουμενη.
[18] Alla medesima etimologia appartiene anche δεμας, che traduce ‘struttura delle membra, persona, figura’.
[19] 1 Pt 2,4-6.
[20] Cfr. Gv 6,56; Gv 15,4-5.
[21] Cfr. Sal 110,4; Eb 5,6; 5,10; 6,20; 7,11; 7,17.
[22] 1 Pt 2,9.
[23] Letteralmente, ‘empio’ (lat. impius) significa ‘non pio’; ovvero ‘non giusto, non conforme con Dio’.
[24] Cfr. Ap 1,6; 5,9-10.
[25] Lc 1,33.
[26] Gv 18,36.
[27] Lc 17,21.
[28] Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 2045-2046, Libreria Editrice Vaticana, 1999.
[29] Questa condizione temporale viene fatta simbologicamente coincidere con il superamento del peccato originale e con il conseguente ricupero della purezza ‘edenica’. È solo dopo tale ritorno al Paradiso Terrestre che si può presumere di ottenere la condizione escatologica figurata dalla Gerusalemme Celeste.
[30] 1 Tm 3,15.
[31] Onde evitare di confondere questa espressione con altre consimili facenti parti del lessico massonico/esoteristico – da cui prendiamo nettamente le distanze – è bene puntualizzare i termini della questione. Già a partire dal mondo romano lo ius non è mai solo un concetto puramente ‘politico’, ma regola anche i rapporti fra umano e divino. Lo ius discende dal fas, che è l’archetipo di ogni norma e di cui rappresenta l’espressione nella lex.
Fas (da cui fastus) è tanto la ‘parola’ divina, quanto tutto ciò ‘che ne è conforme’. La iustitia è in definitiva ciò che manifesta lo ius, ovvero appunto tale ‘conformità alla norma dettata dalla parola divina’. L’equilibrio tra le opposizioni, ossia la Giustizia, non indica altro appunto che il superamento di ogni volontà di fuorviare dalla norma.
[32] Sarebbe interessante approfondire il suddetto riferimento – ma non lo faremo in questa sede -, alla luce del quale qui si allude non solo alla Regalità (per il tramite del termine ‘rettitudine’), ma anche alla Cavalleria (per il tramite del termine ‘equità’), la quale della Regalità rappresenta l’aspetto di militia.
[33] «Audite ergo reges et intellegite discite iudices finium terrae… quoniam data est a Domino potestas vobis et virtus ab Altissimo qui interrogabit opera vestra et cogitationes scrutabitur».
[34] «Non est enim potestas nisi a Deo; quae autem sunt, a Deo ordinatae sunt».
[35] Cfr. Mt 25,1-13; Mc 13,33-37.
[36] Cfr. 1 Gv 2,18: 4,3; 1 Tm 4,1.
[37] «Tu es Petrus et super hanc petram aedificabo ecclesiam meam et portae inferi non praevalebunt adversum eam».
[38] Ap 21,14.
[39] Ap 21,12.
[40] Cfr. Ap 17,14; 19,16.
[41] Cfr. Ap 19,11.
[42] Cfr. Ap 17,14.
[43] Ap 21,22.
[44] A. DEL NOCE, Dante e il nostro problema metapolitico, in L’Europa, V, 30 aprile 1971 (ora in A. DEL NOCE, Rivoluzione Risorgimento Tradizione, a cura di F. Mercadante, A. Tarantino, B. Casadei, Milano 1993, p. 324).
[45] Eppure, il riconoscimento del fondamento divino della Regalità oltre che dell’indispensabilità del suo esercizio fu acquisizione del Papato già sin dall’inizio della propria storia. A prescindere dalla Prima Lettera di S. Pietro (1Pt 2,13-17), ne è infatti chiara testimonianza la Lettera ai Corinzi di S. Clemente I Papa, discepolo di S. Pietro stesso nonché suo terzo successore. Con essa Lettera, tale Pontefice ci ha lasciato quella che è considerata la più antica preghiera della Chiesa -evidentemente formulata sulla scorta di 1 Tim 2,2 – a beneficio dell’Istituzione Imperiale: «Rendici sottomessi al tuo nome onnipotente e pieno di virtù e a quelli che ci comandano e ci guidano sulla terra. Tu, Signore, desti loro il potere della regalità per la tua magnifica e ineffabile forza, perché noi, conoscendo la gloria e l’onore loro dati, ubbidissimo ad essi senza opporci alla tua volontà. Dona ad essi, Signore, sanità, pace, concordia e costanza, per esercitare al sicuro la sovranità data da te» (CLEMENTE ROMANO, Lettera ai Corinzi, LX.4-LXI.1-2).
[46] A. DEL NOCE, G. NOVENTA. Dagli errori della cultura alle difficoltà della politica, in L’Europa, IV, 7 febbraio 1970 (ora in A. Del Noce, Rivoluzione Risorgimento Tradizione, cit., pp. 116-117).
[47] G. NOVENTA, Caffè greco, Vallecchi, Firenze 1969, p. 144.