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L’attuale quadro geopolitico di contrapposizione fra “grandi potenze” – dove una supposta primazia viene esercitata dagli Stati Uniti – sembra richiamare, nella fragilità dei suoi assetti e nell’incognita dei suoi sbocchi, quello delineatosi nel secolo scorso nel periodo fra le due Guerre mondiali.

Le premesse sono simili. Il tramonto degli equilibri garantiti per quasi mezzo secolo dal confronto fra i due blocchi, avviato a Jalta e drammaticamente maturato a Berlino, con l’esercizio della loro rispettiva influenza su Paesi alleati o tributari, architettura assimilabile a quella edificata dalla millenaria sfida fra i grandi regni e imperi di Occidente e Oriente dal X secolo fino al 1918, ha inizialmente lasciato lo spazio a uno scontro frammentato e caotico (anche per le ripetute, sistematiche crisi economiche globali) durato un trentennio.  Oggi, in particolare dopo la grande prova pandemica, la contesa appare maggiormente definita, ma vieppiù incerta, nei suoi attori principali e comprimari, a conferma che il ruolo unipolarizzante di Washington è un modello per alcuni versi datato che storicamente si misura – se non si scontra – con il preesistente archetipo sacro-imperiale al centro di questa originale raccolta di scritti. Che quell’archetipo, mai completamente tramontato, resista nelle sue declinazioni, è comprovato dallo stesso raggruppamento delle economie mondiali emergenti che, quali suoi membri fondatori, annovera Russia, Cina, India e Brasile: quattro attori geopolitici non solo eredi, ma tuttora interpreti, di ruoli imperiali storicamente acclarati.

L’autore del volume, Cosmo Intini, studioso di simbologia politica e scienze tradizionali, si misura con un dato che a suo avviso interpella le coscienze, ossia il “declino ontologico” dell’Occidente, le cui cause – ben oltre i fattori sociali, economici e politici – sarebbero da individuare nella sfera metafisica, e, nello specifico, nel rigetto di quei principi e valori alla base di una “identità essenziale” che la coscienza europea ha smarrito da tempo. Un segnale di questa crisi, le cui premesse vanno collocate nell’Età moderna, col progressivo irrigidimento delle frontiere culturali e spirituali del continente, è il fenomeno di contrapposizione dell’Europa occidentalizzata all’Oriente eurasiatico, ben oltre la caduta di quel Muro che, nel corso della Guerra fredda, motivava sul piano ideologico e militare il confronto. Oggi questo rinnovato scontro è nuovamente in atto lungo l’antica e movimentata frontiera-cesura fra il Dnepr e il Donec, e il volume indica nel concetto (politico e metapolitico) di Imperium la chiave interpretativa e, in una certa misura, risolutiva dell’anomia in corso a livello globale.

La proposta operata dagli scritti radunati nel testo è certamente ardua, e richiama per molti versi gli appelli che in passato furono rivolti nei loro scritti da autori come Attilio Mordini (1923-1966) e Silvano Panunzio (1918-2010), ossia il ripristino di quella regalità metafisica che in Cristo, Sacerdote e Re, si fa eterno presente della storia. Regalità divina dove la custodia della sfera spirituale e temporale è sancita da perfetto equilibrio, ma che storicamente si è espressa nella contrapposizione fra Sacerdozio e Regalità terreni, nella difficile logica di “autonomia” per l’esercizio delle due funzioni rispettivamente svolte da Chiesa e Impero e rivolte al bene della Communitas. Come ben evidenzia l’Autore, l’Impero in Età medievale non si configurava indipendente dal Papato, bensì autonomo “nell’esercizio della propria funzione”, pur agendo entrambi in una sinergia che fosse in grado di soddisfare in modo adeguato i bisogni di quella “dimensione fisico-spirituale” appartenente ai singoli come alle nazioni. Purtroppo, osserva Intini, la storia dell’Ecclesia mostra “come tale complementare reciprocità non sia sempre stata rispettata: e ciò per responsabilità proprie sia dell’una che dell’altra Istituzione” (p. 28). Questo per l’equivoco secondo cui la Regalità, dignità di matrice divina, sarebbe stata legittimamente e pienamente esercitata (per conferirla a sua volta) solo dal Sacerdozio. In realtà il munus su cui si fonda l’una e l’altro provengono direttamente da Dio – e quello sacerdotale è avallo e riconoscimento per l’acquisizione sacramentale del sommo ufficio regale. Come tale, il re o l’imperatore erano chiamati a svolgere il loro dovere in una prospettiva “meta-temporale escatologica e salvifica relativa alla missione del Logos incarnato”. Da qui la vicarietà divina del Sovrano, custode dell’archetipo della regalità attuato in vista dell’edificazione del Regno di Dio sulla terra (p. 30).

La concordia fra i due poteri, auspicata da pontefici medievali come Pasquale II o della contemporaneità come Leone XIII, quale antidoto alla “brama di potere, all’“impulso di totalità” divisivi e fonte di “infinite sofferenze” (come ebbe a sottolineare Joseph Ratzinger in un discorso tenuto l’anno prima della sua elezione al soglio petrino[1]), è fondamentale, nella lettura di Intini, per recuperare quel legame salvifico coi principi metapolitici della Regalità divina in un’Europa soggiacente alle logiche di un Occidente in crisi.

Ineludibile in un simile contesto l’evocazione da parte dell’Autore di una prospettiva escatologica dove la soluzione dell’impasse temporale e spirituale in cui versa il mondo passa necessariamente dal ritorno del Re dei Re, all’interno di una Parousía “ontologicamente contestuale” al momento in cui “vigilanza e combattimento” avranno raggiunto quella tensione per cui la Giustizia terrena coinciderà con la manifestazione della Presenza divina nella Gloria. Evento al quale il mondo, ed anche la cristianità, sono decisamente impreparati per quell’allontanamento progressivo dall’Ordine divino che ha diffuso iniquità e ingiustizia; ciò tanto più per la rimozione di quell’Imperium al quale, sulla base della lezione paolina di Tessalonicesi, Intini assegna la funzione catecontica (p. 44).

Centrale nella riflessione dell’Autore la figura di Federico II di Svevia, durante il cui regno si inasprirono le incomprensioni col Papato, mirante a proporsi come unico e supremo legislatore del mondo. La concezione imperiale federiciana, diversamente, pur ponendosi al servizio delle cristianità, fu – secondo Intini – volta ad armonizzare diritti e istanze delle due supreme potestà, poiché convinta dell’origine provvidenziale e divina delle sue prerogative regali. Eppure, Cesare non si asteneva dal riconoscere la propria figliolanza primogenita nei confronti di Pietro, così come auspicò Dante nel Monarchia (pp. 98-101).

Se qualcuno ritenesse questa raccolta di scritti di Cosmo Intini il frutto di considerazioni ascrivibili a una temporalità politica obsoleta e, come tali, utopistiche, sbaglierebbe. La riflessione dell’Autore non solo mostra una profonda consuetudine con le tematiche simboliche e tradizionali, frutto di attenta meditazione, valutazioni razionali e singolari intuizioni (come l’approccio gematrico alla Regalità cristica sulla base delle congruenze derivate dall’analisi del valore numerico del Nome di Gesù), ma conferma la rilevanza di fattori più imponderabili, ricavati dalla cosiddetta “coscienza liminare”, dalla quale – come mise in evidenza Giulio Maria Chiodi in un suo saggio[2] – traggono vita e acquistano forza interpretativa simboli, miti e ritualità che conferiscono un significato anche alla coscienza storico-politica. In tale prospettiva, di fronte alla profonda crisi dell’assetto istituzionale paneuropeo e del suo ruolo geopolitico in diversi scenari di guerra, questo libro fornisce sicuri spunti all’ermeneutica simbolica circa la rilevanza e la funzione dell’autentico archetipo imperiale nel mondo multipolare e lacerato del XXI secolo.

Alberto Castaldini

NOTE

[1] Europa. I suoi fondamenti spirituali ieri, oggi e domani. Lectio magistralis del Cardinale Ratzinger, Biblioteca del Senato Sala Capitolare del Convento di S. Maria sopra Minerva, 13 maggio 2004

[2] La coscienza liminare. Sui fondamenti della simbolica politica, FrancoAngeli, Milano 2011.

NOTE BIOGRAFICHE

Alberto Castaldini, Ph.D. (Verona, 1970), insegna presso la Facoltà di Teologia Greco-Cattolica e l’Istituto di studi giudaici dell’Università “Babes-Bolyai” di Cluj-Napoca (Transilvania), della quale è Full Professor h.c. È docente invitato presso l’Università di Bucarest. Dal 2006 al 2010 è stato direttore per chiara fama dell’Istituto italiano di cultura di Bucarest e addetto culturale dell’Ambasciata d’Italia in Romania. È membro ordinario dell’Accademia Nazionale Virgiliana di Mantova, membro effettivo dell’Accademia di Agricoltura Scienze e Lettere di Verona, membro d’onore dell’Istituto di storia «Nicolae Iorga» dell’Accademia Romena delle Scienze e doctor honoris causa dell’Università «1 dicembre 1918» di Alba Iulia. Giornalista iscritto all’albo dei professionisti dal 2000, ha lavorato al quotidiano “Il Giorno” ed è stato scrittore della rivista “Aggiornamenti sociali”. Diploma “Meritul Academic” dell’Accademia Romena. Insignito della Commenda di San Gregorio Magno dalla S. Sede. – (giugno 2017) –