
San Giacomo alla battaglia di Clavijo, dipinto a olio di Juan Carreño de Miranda (1660)
(Prologo della Redazione)
In concomitanza con il 25 luglio proponiamo una riflessione del Dott. Gregorio Banti attorno alla figura dell’Apostolo Giacomo il Maggiore, di cui ricorre, in questa data, la festa liturgica.
San Giacomo è il patrono della Spagna ed è ricordato per il celebre pellegrinaggio che lega il suo nome alla località di Santiago de Compostela: pellegrinaggio che peraltro, assieme a quello al Santo Sepolcro a Gerusalemme ed alla tomba di Pietro a Roma, si costituisce come storicamente uno dei tre più importanti della cattolicità.
Ma San Giacomo non è soltanto il patrono dei pellegrini, bensì pure dei Cavalieri e dei milites. A tal proposito, ci sembra importante ricordare quanto la sua figura possa e debba relazionarsi con l’Identità tradizionale dell’Europa che, ogni giorno di più, viene in verità mortificata e distrutta da quelle attuali parodie pseudo-politiche le quali, dopo essersi arrogate il diritto di rappresentarla e dirigerla, detenendone il potere l’hanno in realtà esizialmente sequestrata.
Suonano pertanto opportune ed esemplificative le parole che san Giovanni Paolo II pronunciò il 9 novembre 1982, proprio a Santiago di Compostela, esortando l’Europa a ritrovare la propria Identità cristiana: «L’intera Europa si è ritrovata attorno alla memoria di Giacomo in quegli stessi secoli nei quali essa si costruiva come continente omogeneo e spiritualmente unito. Per questo lo stesso Goethe affermerà che la coscienza dell’Europa è nata pellegrinando. Il pellegrinaggio a Santiago fu uno degli elementi forti che favorirono la comprensione reciproca di popoli europei tanto diversi, quali erano i latini, i germani, i celti, gli anglosassoni e gli slavi. Il pellegrinaggio avvicinava, di fatto, metteva in contatto e univa tra loro quelle genti che, di secolo in secolo, raggiunte dalla predicazione dei testimoni di Cristo, abbracciavano il Vangelo e contemporaneamente, si può dire, emergevano come popoli e nazioni. […] Dopo venti secoli di storia […] si deve ancora affermare che l’identità europea è incomprensibile senza il Cristianesimo, e che proprio in esso si ritrovano quelle radici comuni dalle quali è maturata la civiltà del vecchio continente, la sua cultura, il suo dinamismo, la sua operosità, la sua capacità di espansione costruttiva anche negli altri continenti; in una parola, tutto ciò che costituisce la sua gloria».
Il nostro auspicio è dunque che la nuova Cavalleria, anche nella memoria e con il supporto spirituale di S. Giacomo, possa quanto prima contribuire alla renovatio di un’Europa Sacra ed Imperiale, così che il ripristino sui suoi territori di Verità, Giustizia e Pace ne sanciscano finalmente la totale ed integrale adesione ‘politica’ ai principii ‘metapolitici’ stabiliti dalla fede in Cristo Re.
A favore della Sua Chiesa e contro tutti i Suoi nemici!
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San Giacomo Apostolo il Maggiore è fratello di San Giovanni Evangelista, anche lui figlio di Zebedeo ed entrambi annoverati da Gesù Cristo come “figli del tuono”. Insieme a San Pietro sono i tre Apostoli prediletti di Gesù, coloro i quali vedranno la Trasfigurazione del Cristo, gli Apostoli più tenaci e forti, quelli che persino Dante, nel suo viaggio ultraterreno descritto nella Commedia, individua come custodi delle tre grandi virtù cristiane nel paradiso: la fede rappresentata dal fondatore della Chiesa, la speranza con San Giacomo Apostolo e la carità di San Giovanni, il più giovane dei compagni di Gesù. San Giacomo poi, nella storia sacra successiva agli Atti degli Apostoli, avrà un ruolo peculiare per la diffusione del culto jacobeo, per la sua iconografia e per il suo grande impatto sul suolo cristiano ed europeo.
San Giacomo diventa iconograficamente il santo più riconoscibile sul suolo europeo. È il patrono indiscusso del Regno di Spagna che lo ha elevato da secoli a suo protettore. La sua festa cade il 25 luglio e il suo ruolo nella diffusione della fede in Spagna ha origine nella leggenda della sua predicazione nella penisola iberica; trae inoltre forza dall’antico ritrovamento del suo corpo presso Santiago de Compostela ad opera del pellegrino Pelagio che dà inizio al celebre pellegrinaggio, fenomeno sempre più in crescita che ha la peculiarità di aver definito l’Europa, di non aver mai avuto interruzione e di continuare a diffondersi a livello mondiale. Dal pellegrinaggio primitivo di re Alfonso II (nel IX secolo, in piena epoca carolingia) in avanti, la strada di pellegrinaggio è stata calcata da milioni di cristiani in cerca della grazia dell’Apostolo.
Il suo ruolo ha avuto, specialmente in età medievale, la peculiare caratteristica di essere l’archetipo cristiano sia dei Cavalieri che dei pellegrini, accomunati in senso cristiano e simbolico dalla vocazione per la carità esemplificata da San Martino, che dona il mantello al povero, e dalla bisaccia aperta dei pellegrini per assistere i viandanti incontrati sulla via.
Fu il primo degli Apostoli ad essere martirizzato dopo aver fatto ritorno a Gerusalemme dalla Spagna. Secondo questa agiografia infatti, i suoi discepoli (Atanasio e Teodoro sepolti con lui sotto l’altare della cattedrale di Santiago) l’avrebbero poi condotto di nuovo in Spagna su una barca, per poi apparire sepolto presso la celebre città della Galicia che porta il suo nome.
L’Apostolo di Gesù
La storia dell’Apostolo nel Vangelo è quello di un fedele di Cristo, di un suo amico e Apostolo, di quelli che configurano la cerchia stretta del Maestro Cristo. Come San Paolo andò a predicare ai Gentili: San Giacomo predicò in Spagna quando ancora aveva il nome di provincia romana Hispania. Qua il santo Apostolo si impegna nella conversione delle genti ricalcando l’insegnamento di Cristo rintracciabile nella sua Epistola: «Da che cosa derivano le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che combattono nelle vostre membra? Bramate e non riuscite a possedere e uccidete; invidiate e non riuscite ad ottenere, combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per spendere per i vostri piaceri. Gente infedele! Non sapete che amare il mondo è odiare Dio? Chi dunque vuole essere amico del mondo si rende nemico di Dio. O forse pensate che la Scrittura dichiari invano: fino alla gelosia ci ama lo Spirito che egli ha fatto abitare in noi? Ci dà anzi una grazia più grande; per questo dice: Dio resiste ai superbi; agli umili invece dà la sua grazia. Sottomettetevi dunque a Dio; resistete al diavolo, ed egli fuggirà da voi. Avvicinatevi a Dio ed egli si avvicinerà a voi. Purificate le vostre mani, o peccatori, e santificate i vostri cuori, o irresoluti. Gemete sulla vostra miseria, fate lutto e piangete; il vostro riso si muti in lutto e la vostra allegria in tristezza. Umiliatevi davanti al Signore ed egli vi esalterà.» (Giacomo 4, 1-11).
Poi “il barone per cui là giù si vicita Galizia” (Canto XXV Paradiso) si trova già nell’esegesi medievale come il santo della speranza che infatti muove l’esame a Dante, il quale ha inserito l’Apostolo nel canto venticinquesimo proprio per conformarsi al simbolismo della sua festa fissata per il 25 luglio. Nel canto, San Giacomo definisce e chiede a Dante che cos’è la speranza, quanta lui ne possieda (e non se ne sia in possesso, come nel caso della fede, perché tutti gli uomini sperano) e da dove a lui venga. Alla seconda domanda risponde Beatrice, col dire che Dante spera più di ogni altro fedele per non dargli motivo di vantarsi: cosa che del resto il sommo poeta ha già fatto nel solenne inizio del canto; agli altri due punti risponde personalmente Dante, nuovamente paragonandosi ad un allievo che sostiene un esame di fronte al maestro e definendo la speranza secondo la celebre formula di Pietro Lombardo: cioè come l’attesa certa della futura gloria, della felicità eterna, che in maniera evidente si contrappone alla gloria personale e terrena alla quale egli ha in qualche modo rinunciato a causa dell’esilio. La fonte della speranza è individuata poi nei testi sacri, a cominciare dai Salmi (l’autore, David, è indicato come “sommo cantor del sommo duce”) e dall’Epistola di San Giacomo.
San Giacomo sarà martirizzato a Gerusalemme per mano di Erode Agrippa e la sua lunga tradizione nell’occidente medievale ricollega le due frontiere dell’Europa cristiana, entrambe attraversate da Cavalieri e pellegrini: dalla Santiago in Galicia alla Gerusalemme in Terra Santa.
San Giacomo durante il Medioevo spagnolo
È dunque durante l’età media che la fortuna dell’Apostolo trova diffusione e devozione presso la nascente Europa cristiana. Fin dall’alto medioevo, quando la Spagna intera si chiamava Al-Andalus e parlava dialetti arabo-moreschi, la riscossa cristiana avviene sotto il nome dell’Apostolo Giacomo. Il grande fenomeno cavalleresco ricalca la Reconquista che prosegue nei secoli liberando le vie di pellegrinaggio verso la tomba di San Giacomo in Galicia. Dunque San Giacomo è sia Cavaliere che pellegrino. Lo spirito del pellegrinaggio si trasfigura in quello della Crociata, l’iconografia di San Giacomo aveva già assimilato le due vie di vita cristiana: il miles e il viatorem. In Spagna il cammino di pellegrinaggio e la Crociata convivono contaminandosi nei concetti e negli uomini. Il pellegrino, così come il Cavaliere, fa voto: il pellegrino, di vagabondare per Dio; il Cavaliere, di servirLo in battaglia combattendo il male. Del resto i due concetti nel medioevo si confondono e in nessun luogo come la Spagna i due fenomeni trovano modo di contaminarsi e completarsi. La pratica del pellegrinaggio arma i fedeli con le reliquie dei santi e degli eroi della Chanson de Roland, lo sviluppo e il mutamento dei cammini durante l’XI secolo accomuna milites et viandantes in una dimensione fideistica consolidata che si può già chiamare Crociata. La Crociata in Spagna dura secoli, dall’VIII al XV e la Via di pellegrinaggio da Roncisvalle a Santiago di Compostela si attesta già come la principale via di pellegrinaggio d’Europa. Qua trova fortuna l’Apostolo, Cavaliere e pellegrino di una Spagna guerriera e viandante, fatta di Cavalieri, avamposti e scorrerie come di lunghi viaggi per mare. La Spagna durante il medioevo è frontiera dell’occidente medievale, ma, per onestà storica, non dobbiamo immaginarci il contesto della Spagna medievale come un grande campo di battaglia dove si schierano le armate cristiane con Cavalieri e fanti bardati, da una parte, e quelle islamiche con le mezzelune sui vessilli dall’altra. La realtà dei lenti secoli di Reconquista spagnola è differente da un qualsiasi immaginario romantico-ottocentesco, che si prende la briga di prendere prestiti iconografici dalla Francia pieno medievale o dall’Islam nella sua versione ottomana che comincia solo nel XV secolo (lo stesso simbolo della mezzaluna viene adottato dalla Sublime Porta solo dopo la conquista di Costantinopoli nel 1453). In Spagna non ci sono schieramenti netti, i Regni cristiani e gli Emirati islamici sono litigiosi e prudenti: gli andalusi cercano di applicare il loro concetto di dhimmitudine ai cristiani (sottomissione dei non islamici al sistema politico governato dal diritto musulmano), i cristiani sono sulla difensiva, si scontrano tra loro, non hanno la capacità di mettere in piedi ingenti eserciti. Quindi la Spagna medievale si configura come una frontiera vera e propria, un territorio insicuro, povero e irto di pericoli dove Cavalieri erranti cercano fortuna, guadagno se al servizio di Re o Emiri, o la morte nelle imboscate, razzie e furti di bestiame lungo la frontiera di Castiglia, meglio conosciuta come il “deserto di León” che poi fiorirà in età moderna. La stessa leggenda del Cid, Rodrigo Diaz di Vivar, si configura nella vita di frontiera, prode guerriero dalle capacità eccezionali che il poema del “Cantar del mio Cid” ha consegnato alla leggenda grazie alla sua prodezza in battaglia e al suo richiamo di guerra: “Castilla y Santiago!”. Tutta la Spagna si nutre voracemente del vessillo di Santiago condito dai Re bellicosi quanto devoti al cattolicesimo, i rivali invasori mori, il santo protettore delle Spagne – si, al plurale – , le leggende sui prodi caballeros e hidalgos, le bolle papali che consegnano al territorio spagnolo il privilegio della guerra santa e del pellegrinaggio al santuario di Compostela.
In tutto questo contesto San Giacomo è prima di tutto matamoros (massacratore di mori), poi, lungo la codificazione del pellegrinaggio jacobeo ad opera dei cluniacensi, diventa pellegrino con la sua riconoscibile figura del cappello a larghe tese, bordone, bisaccia e conchiglie. San Giacomo il Maggiore, apostolo di Cristo, incarna questa identità e comunione dell’uomo medievale: San Giacomo è pellegrino e Cavaliere, viandante e Monaco, viatorem cristiano. Durante l’alto medioevo i visigoti cristiani che combattevano contro le orde islamiche presero a modello l’Apostolo come loro salvatore: a Covadonga, nel 720 d. C., quando “inizia” la Reconquista, poi durante la battaglia di Clavijo (23 maggio 844 d. C., secondo la tradizione) quando in molti avrebbero testimoniato di aver visto San Giacomo in persona irrompere nelle fila islamiche sul dorso di un cavallo bianco e con la spada intenta a fendere le teste dei mori.
Il San Giacomo degli spagnoli si configura come il Cavaliere salvatore, il protettore della Cavalleria e degli Ordini crociati nati in Spagna durante la Reconquista: l’omonimo Ordine di Santiago, con la sua spada crucifera rossa in campo bianco, è l’emblema di questo peculiare sviluppo cristiano. San Giacomo, che portò la croce in Spagna e quindi la fede e la speranza in essa ai Gentili del I secolo, ora porta anche la stessa croce come fosse una spada per proteggere i suoi devoti. La croce di San Giacomo per questo si configura come una spada a forma di croce: con l’elsa a croce dei Cavalieri occidentali e l’asse verticale come lama a due tagli. La sua immagine è il ribaltamento della spada che diventa croce di San Galgano: nelle mani del cavaliere bianco San Giacomo, la croce della fede è una spada per cacciare gli infedeli islamici dalla Spagna. Questa configurazione dell’antico santo aveva preso i suoi attributi dal contesto dell’Impero Carolingio quando i franchi di Carlo Martello fermarono l’avanzata islamica dal fronte occidentale (732 d. C a Poitiers), per poi fondare la Marca di Spagna, estremo confine del futuro Impero di Carlo Magno. Il secolo VIII non prospettava nulla di buono e i superstiti cristiani visigoti della ormai superata provincia iberica romano-germanica furono costretti a rifugiarsi nelle montagne del nord, in quella che è ancora oggi la regione delle Asturie. Tuttavia, man mano che proseguiva la Reconquista, proseguiva la diffusione dell’iconografia jacobea: il Codice Callistino[1] codifica i miracoli popolari di San Giacomo, il percorso stesso di pellegrinaggio, la sua riconduzione alla storia franca dell’Imperatore Carlo e dei suoi paladini. È proprio grazie al famoso codice che San Giacomo sbarca sui suoli europei: San Giacomo è tale ad Altopascio come in Spagna, a Lisieux o a Rothenburg. La sua peculiare iconografia di pellegrino dotato di cappello, bordone e bisaccia si diffondo sulla scia delle migliaia di pellegrini che accorrono in Spagna da ogni parte d’Europa. La conoscenza del pellegrinaggio si diffonde e viene interiorizzata dai cristiani d’occidente. San Giacomo è conosciuto ovunque e riconosciuto ovunque come pllegrino dopo essere stato invocato dai visigoti spagnoli per secoli come Cavaliere.
L’iconografia e i riti Jacobei
Grazie all’influsso cavalleresco dunque, anche i pellegrini hanno ereditato, durante il medioevo, il lascito potente di una comune visione di immagini, riti e consuetudini che fanno si che agli occhi degli altri si sia riconosciuti come pellegrini. Se per i Cavalieri la simbologia ha avuto secoli d’incubazione tramite le agiografie, le loro gesta, le leggende e i fenomeni generali dell’occidente medievale europeo, anche il pellegrino e la sua immagine hanno avuto simboli emblematici riconoscibili per struttura “ideologica”. Benché con beneficio di inventario, poiché non abbiamo sufficienti fonti storiche per dimostralo, molto storici hanno accomunato l’investitura cavalleresca alla benedizione della partenza del pellegrino. Come durante l’investitura si consegna il mantello e la spada, così il pellegrino riceve il bordone e la bisaccia, strumenti della sua condizione pellegrinante. Del resto, la vita del pellegrino è scandita da necessità concrete, ma anche da momenti simbolici ed emblematici che danno il senso e la struttura “ideologica” al suo pellegrinaggio. Fattori di carattere pratico, gesti e segni specifici si mescolano e accompagnano il pellegrino durante tutto il viaggio. Fin dalla partenza. La cerimonia la ritroviamo proprio nel Codice Callistino. Le iconografie tedesche invece ci dicono che è lo stesso San Giacomo, in veste di Pater peregrinourm, che inizia e investe al pellegrinaggio i suoi discepoli intenti a cominciare il suo cammino. L’Apostolo dunque, come raffigurato dal bassorilievo del convento agostiniano di Mainz, consegna ai pellegrini bisaccia e bordone. Un gesto che, non a caso, ritroviamo anche a Perugia e in Francia, come fosse un comune codice rituale simile a quello dei Cavalieri occidentali. Il bordone ha una utilità senz’altro pratica di camminare sorretti da un oggetto che scarica la fatica delle gambe sulle braccia, ma è anche carico di simbolismo: rappresenta la via retta da seguire e il comportamento ligio da tenere durante il pellegrinaggio. Col bordone si scacciano i lupi in agguato nelle campagne al pari delle tentazioni lungo il cammino. È dunque una sorta di “spada” del pellegrino:
Accipe hunc baculum, sustentacionem itineris ac laboris ad viam peregrinacionis tuae ut devincere valeas omnes catervas inimici et pervenire securus ad limina Sancti Jacobi et peracto cursu tuo ad nos revertaris cum gaudio, ipso annuente qui vivit et regnat Deus per omnia saecula saeculorum.
[Ricevi questo bastone, il sostegno del tuo viaggio e della tua fatica sul cammino del tuo pellegrinaggio, affinché possa vincere tutte le orde del nemico e giungere sano e salvo alle soglie di San Giacomo e, completato il tuo percorso, possa ritornare a noi con gioia, alla presenza di colui che vive e regna come Dio per tutti i secoli dei secoli]
Questa è la benedizione del bordone prima dell’inizio del cammino che esemplifica l’utilità pratica e il significato simbolico dell’oggetto consegnato da San Giacomo, pater peregrinorum come San Michele Arcangelo è princeps militiae caelestis.
Il secondo oggetto simbolico è quello della bisaccia o scarsella il cui significato è ben descritto direttamente dall’autore del Codex: «È un sacchetto stretto, realizzato con la pelle di un animale morto, la cui estremità superiore è sempre aperta, non chiusa da legacci. Le dimensioni ridotte della bisaccia indicano che il pellegrino, confidando nel Signore, non deve portare con sé altro se non una piccola e modesta quantità di denaro. È realizzata con la pelle di un animale morto perché lo stesso pellegrino deve mortificare la carne afflitta dai vizi e dalle concupiscenze, soffrendo la fame, la sete, i digiuni prolungati, il freddo, la nudità, le umiliazioni e la fatica. Non è stretta da lacci, ma la sua imboccatura è sempre aperta con allusione al fatto che il pellegrino deve prima dividere i propri averi con i poveri e dopo, quindi, dev’essere pronto a ricevere e a donare»[2].
Segue poi la benedizione con la consegna della scarsella:
Accipe hanc peram habitum peregrinacionis tuae ut bene castigatus et emendatus pervenire merearis ad limina Sancti Jacobi, quo pergere cupis, et peracto itinere tuo ad nos incolumis cum gaudio revertaris, ipso prestante qui vivit et regnat, Deus, in saecula saeculorum.
[Prendi questa borsa come abito da pellegrinaggio, affinché, ben purificato e riformato, tu possa giungere degnamente alle soglie di San Giacomo, dove desideri andare, e, compiuto il tuo viaggio, possa ritornare a noi sano e salvo con gioia, per grazia di Dio che vive e regna nei secoli dei secoli]
Queste parole vengono ancora oggi utilizzate dalla Confraternita di S. Jacopo di Perugia, in occasione della consegna della “credenziale del pellegrino” che attesta la condizione pellegrinante del soggetto: sorta di “passaporto” per ricevere accoglienza e carità lungo la via.
Il Codice poi prosegue con la descrizione di come andare pellegrinando, ovvero disporre i propri beni come se fosse in procinto di morire durante il viaggio, poi dovrà comportarsi onestamente, ascoltare la Messa non tutti i giorni ma perlomeno la domenica, condividere i rischi e le risorse con gli altri pellegrini, allontanarsi dalle parole oziose e dalle tentazioni della carne, dal vizio, ed in particolare dalle ubriacature. Perciò si potrebbe dire che sulla vestizione del pellegrino non possiamo non notare somiglianze molto strette con quella del Cavaliere. Il contesto è diverso, ma il senso del rituale è il medesimo. L’epoca in cui prendono forma, del resto, è la stessa. Occorre spogliarsi dell’abito vecchio del peccato e attraverso la nuova veste, ammoniti dal significato simbolico degli oggetti che vengono consegnati, avviarsi quindi verso una vita rinnovata. L’Adoubement (vestizione o addobbamento) del Cavaliere segue lo stesso preciso schema[3].
«In realtà se guardiamo bene, i due sistemi di valori desunti dalla vestizione del pellegrino e dall’addobbamento del cavaliere, ruotano intorno ai due pilastri dell’etica medievale: la fides e la caritas. La fede sulla quale il pellegrino deve appoggiarsi per compiere il suo viaggio viene indicata dal bordone, mentre la carità è simboleggiata dalla scarsella sempre aperta per dare e per ricevere. Lo stesso postulato era rappresentato nelle armi del Cavaliere che erano legittimate ad essere usate solo nella difesa della fede e nella protezione dei pauperes, dei poveri e dei bisognosi. L’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, detto poi di Rodi e di Malta, riassume questi concetti nel proprio lemma della tuitio fidei e dell’obsequium pauperum. Altre consonanze sono date dal viaggio lontano dalla propria casa, dalla ricerca che è mistica Quête dei romanzi di Cavalleria e ricerca ad limina di un lontano e prezioso corpo santo per i pellegrini; obbiettivi e mete da raggiungere entrambi superando difficili prove e gravi difficoltà. In fondo il Santo Graal, a cui tendono i Cavalieri, è una reliquia così come quelle contenute nei santuari verso i quali si dirigono i pellegrini»[4].
Non stupisce dunque che molti pellegrini sono anche Cavalieri; la letteratura ne è ricca di esempi. Infatti, era costume inviare il giovane Cavaliere e i numerosi iuvenes dell’aristocrazia militare medievale, ad un santuario lontano, come Santiago in Galicia o Gerusalemme in Terra Santa. La durezza e l’asperità del viaggio forgiavano il giovane Cavaliere: lo scopo era quello di completare la sua formazione già approfondita attraverso un viaggio – il cosiddetto Ritterfahrt – che portava a conoscenze di popoli ed usanze straniere utili alla sua crescita interiore ed esperienziale di Cavaliere consacrato[5]. È documentata l’abitudine di lasciare il proprio scudo o il disegno su pergamena recante lo stemma familiare, appeso poi alle mura della cattedrale di Santiago[6].
Poi il pellegrino indossa le insegne del suo patrono, ne proclama e ne reclama il potere; dopo essere giunto a Santiago lo abbraccia devotamente e, tornato in patria, continua ad onorarlo in confraternite che portano il suo nome. La tradizione vuole che anche dopo la morte la sua anima anela ad essere accompagnata nell’ultimo viaggio, verso l’estremo Giudizio dal suo Signore e Protettore, che lo aiuterà a superare ardue prove[7]. San Giacomo, come viene più volte definito nel Codice Callistino, diventa il suo advocatus[8], donandogli la certezza che mai lo abbandonerà.
Altro peculiare rito, equiparabile a quelli cavallereschi, si rintraccia nella lavanda che compie il pellegrino prima di giungere da San Giacomo: il significato di togliere le sozzure del corpo e dell’anima non solo è attestato dal Codice e conosciuto in ambiente cavalleresco – dacché si fa indossare l’abito bianco della purezza al neocavaliere, durante la veglia d’armi – ma è anche ancora praticato dai confratelli di San Jacopo mediante il rito del giovedì santo, che ricalca l’episodio evangelico di Gesù che lava i piedi ai suoi discepoli, dopo che sono tutti puri e confessati, come a volerli inscrivere al suo sacrale seguito.
Infine è col testimonium finale raccolto sulle spiagge dell’Atlantico che si attesta di aver compiuto il pellegrinaggio jacobeo. La grande conchiglia della capasanta è la testimonianza di aver raggiunto la meta, la si raccoglie a Finisterre, la piccola penisola più ad occidente dell’Europa che simboleggiava, come evidenziato dal nome, il confine della terra conosciuta che il Cavaliere-pellegrino aveva raggiunto per devozione all’Apostolo Giacomo.
San Giacomo e l’hispanidad cattolico-cavalleresca
Resta da stabilire la grande fioritura della fertilità jacobea in terra di Spagna.
In quella terra si trova il santuario di San Giacomo, vi sono stati i fenomeni di pellegrinaggio, la Reconquista e si riscopre questa devozione in forma cavalleresca ripercorrendo la storia di quella che è la terra per eccellenza di San Giacomo Apostolo. La fortuna di questo straordinario santo, infatti, non cessa al tramonto del medioevo. Al contrario, la devozione e la spinta cavalleresca conoscono sviluppi straordinari: è dalla Reconquista guidata da San Giacomo che si conduce la Conquista oltre oceano. In nome di San Giacomo si fondano la Nuova Castiglia e la Nuova Spagna nel nuovo continente americano. Città col nome Santiago si trovano in Cile e Cuba, a testimonianza del legame tra l’hispanidad e l’Apostolo. È grazie al concetto nuovo di conquista jacobea che la Spagna ha fatto conoscere al mondo Cristo. Perciò l’hipsanidad, con tutto il bagaglio religioso e identitario che porta con sé il concetto, è approdata in America e ha lasciato la traccia dorata di Dio lungo quel “siglo de oro” spagnolo. Hernán Cortés, Pizarro e Ponce de León sono i continuatori della devozione cavalleresca a San Giacomo. Così anche Cristoforo Colombo, pellegrino del mare, porta le insegne di San Giacomo nelle terre del Nuovo Mondo. Le Spagne allora divennero Impero intercontinentale, amministrate dai Re puri e nobili quali Isabella di Castiglia e il marito Ferdinando, Carlo V e suo figlio Filippo II, ma anche dai nuovi santi della missione apostolica nel mondo: Ignazio dal passato militare e Francisco Xavier che per primo approdò in Giappone. Un emblema del concetto di hispanidad nei secoli XVI e XVII lo assume totalmente il Don Giovanni d’Austria, vittorioso a Lepanto contro gli islamici, come lo furono gli eroi della passata Reconquista. Gli hidalgos iberici, i soldati del tercio e i grandi condottieri della Spagna asburgica si ispirarono a quel duplice esempio di San Giacomo per la maggior gloria di Cristo: essere Cavalieri e pellegrini, proprio come i nascenti Gesuiti di Sant’Ignazio di Loyola fecero in ogni parte del mondo.
GREGORIO BANTI
NOTE
[1] Il Codice Callistino, conosciuto anche come Liber Sancti Jacobi, è un autentico scritto prodotto dallo scriptorium della cattedrale di Santiago nel XII secolo. In esso si trovano le forme del culto jacobeo e le tradizioni del pellegrinaggio presso la tomba di San Giacomo in Spagna. È strutturato in cinque libri, in essi si trova l’antologia liturgica jacobea, la storia dei miracoli del santo in favore dei pellegrini che hanno camminato lungo la Via per Santiago, la storia della sua traslazione in Galicia e il ciclo carolingio ricondotto alla figura di Santiago Matamoros e alla storia della Reconquista della Spagna cristiana. Prende il nome di Codice Callistino per una bolla emanata da Callisto II che attesta lo scritto ma si tratterebbe di un falso. La paternità del codice è stata recentemente attribuita dagli storici ai padri cluniacensi della cattedrale di Santiago, che presero in mano la cura dei pellegrini e della via di pellegrinaggio in Spagna durante il medioevo.
[2] Liber Sancti Jacobi. Codex Calixtinus, trascrizione a cura di K. Herbers y M. Santos Noia, p. 219.
[3] Cfr. F. Cardini, Alle radici della cavalleria medievale, Nuova Italia, Firenze 1982.
[4] J. Caucci von Saucken, Riti e consuetudini del pellegrinaggio compostellano, in Compostella, «Rivista di approfondimento e ricerca sui pellegrinaggi e la letteratura di viaggio», Centro Studi Italiano Compostellano n° 45, anno 2025, pp. 17-18.
[5] P. Caucci von Saucken. Pellegrinaggio e cavalleria in “Quaderni Stefaniani”, XIX (2000), p. 299: «Il pellegrinaggio cavalleresco diviene molto frequente a partire dal XV secolo. Una delle più antiche relazioni di viaggio si deve a Nompar II, Signore di Caumont de Castelnau, seguito pochi anni dopo dal patrizio tedesco Peter Rieter, dal pittore fiammingo Juan van Eick, dal conte Ulrich von Cilli, nipote dell’Imperatore Sigismondo. D’altronde era costume, soprattutto nel mondo tedesco, far compiere al giovane Cavaliere, in procinto di assumersi le responsabilità del feudo paterno, un ultimo viaggio per il mondo in genere collegato con un pellegrinaggio in Terrasanta o a Santiago, che noi conosciamo come Ritterfahrt, o come Kavalierstour. In questa ottica possiamo considerare tali i viaggi a Santiago di un Sebastian Islung o di un Hrnold von Harff che si fa rappresentare con il suo stemma nei luoghi santi che ha visitato: Mont-Saint Michel, Santiago, Roma, Santa Caterina del Sinai, Gerusalemme. Tra le abitudini di molti cavalieri soprattutto tedeschi vi era quello di far dipingere il proprio stemma in pergamena e di appenderlo poi, una volta giunti a Santiago, alle pareti della cattedrale. Dall’Italia partono diversi principi della casa d’Este, sempre assai devota a San Giacomo, e, tra gli altri, Cosimo III dei Medici con un gran seguito di cortigiani ed amici».
[6] Cfr. J. Caucci von Saucken, Riti e consuetudini del pellegrinaggio compostellano, in Compostella, «Rivista di approfondimento e ricerca sui pellegrinaggi e la letteratura di viaggio», Centro Studi Italiano Compostellano n° 45, anno 2025, pp. 7-25.
[7] L. M. Lombardi Satriani, M. Meligrana Il ponte di San Giacomo, Sellerio Edizioni, Palermo 1996.
[8] F. Puy Muñoz, Santiago abogado en el “Calixtino” (1160), in Pistoia e il cammino di Santiago. Una dimensione europea nella Toscana medievale, Atti del Convegno Internazionale di Studi (Pistoia, 28-30 settembre 1984) a cura di L. Gai, Napoli 1987, pp. 57-92.